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Due alfabeti per leggere il mondo: il sistema fenicio e quello greco

di Carlo D’Adamo

1. Come il manico dello scalpello al quale la mano del falegname dà forma restituisce a sua volta alla mano l’impronta della propria forma, così anche lo strumento più sofisticato induce una mutazione del soggetto mentre questi, attraverso lo strumento, entra in relazione con il mondo.
La corrispondenza tra lo strumento d’intervento sulla realtà e l’uomo che lo usa è biunivoca: chi usa lo strumento modifica attraverso quello ciò che lo circonda, e ne è al tempo stesso modificato. La percussione ritmica della selce con un sasso per ricavarne un raschietto o una punta di freccia fa scaturire una lingua fortemente cadenzata, caratterizzata da sillabe ripetute, da una valenza musicale e da espressioni che imitano il ritmo dei colpi sulla selce.
L’uso della scrittura, che permette di congelare nel testo nozioni e relazioni, seleziona utenti che leggono la realtà attraverso quei segni, e la maggiore o minore complessità del mondo che essi si rappresentano dipende non solo dai contenuti dell’apprendimento, ma anche dal tipo di alfabeto che utilizzano.


2. Quando, dopo il crollo del sistema palaziale miceneo, i mercanti fenici diffondono un alfabeto meno complicato di quello sillabico miceneo o cipriota, la semplificazione del sistema grafico apre nuove prospettive alle civiltà mediterranee. Tuttavia quello fenicio è una specie di alfabeto sillabico stenografico che funziona come un codice fiscale, perché annota solo le consonanti, e per questo può essere letto correttamente solo da chi conosce la lingua di riferimento. Se il lettore infatti non è in grado di inserire le vocali giuste, non annotate, tra i segni consonantici, i soli annotati, non riesce a leggere il testo. Solo i greci e gli etruschi fanno fare all’alfabeto un vero salto di qualità, perché, grazie all’adozione di segni anche per le vocali, inventano l’alfabeto fonetico moderno, permettendo anche ai lettori alloglotti di leggere i loro testi (anche se non di capirli).

Al lettore fenicio occorrevano quindi una sufficiente esperienza preliminare e il possesso di un lessico che comprendesse già le parole alle quali egli andava incontro leggendo; al lettore greco od etrusco, invece, era sufficiente la conoscenza dei segni dell’alfabeto per andare incontro alle parole sconosciute e al mondo che esse rappresentavano.
Le diverse competenze richieste selezionavano lettori che utilizzavano atteggiamenti diversi nel loro approccio alla lettura: il lettore fenicio usava un metodo empirico e induttivo, perché non poteva prescindere dalla sua esperienza personale e dalle nozioni apprese attraverso la tradizione orale; il lettore greco o etrusco usava un metodo teorico e predittivo, perché poteva dare un nome alle cose anche senza aver mai trovato prima quel nome e anche senza avere esperienza di quelle cose.

3. Dall’alfabeto fenicio e dall’alfabeto greco derivano, a ben vedere, due diverse tradizioni culturali che hanno costruito due diversi sistemi di approccio alla realtà: una tradizione araba, basata sulla conoscenza empirica e sull’esperienza di problemi concreti, che è il fondamento, ad esempio, della Scuola medica Salernitana, e una tradizione greca, basata sulla costruzione di modelli teorici astratti, che porta poi ad esempio alle grandi scuole filosofiche. Nella tradizione araba l’arte si esprime anche nella pratica calligrafica che trasforma le lettere dell’alfabeto in moduli ornamentali; nella tradizione greca accanto all’attenzione per il fare c’è anche una tensione per l’astrazione. Sono sempre un atteggiamento fondamentalmente empirico e uno sostanzialmente teorico che si misurano e si fronteggiano.
Negli alfabeti “arabi” la grafica è un oggetto come il mondo denominato; negli alfabeti greci le lettere sono simboli, e stanno per il mondo denominato. Si potrebbe dire, con una certa dose di approssimazione, che mentre le lettere fenicie sono indice della realtà, le lettere greche sono icona di quella stessa realtà.
Magritte potrebbe scrivere in arabo: “Ceci est une pipe”; e, in greco: “Ceci n’est pas une pipe”. Ed avrebbe sempre ragione.

 

 

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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