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Marzabotte, Marzeno, Canovella  
Rimini / Lémene e le antiche vie dell'ambra e dei metalli  
Un’iscrizione intrusa: CAIS PAIZ VARIENS  
Il potere del testo scritto. Dell'osmosi tra oggetto e segno  
Dei gentilizi etruschi percna, percalina, pereken, ecc.  
Il sistema fenicio e quello greco  
Produttività della base marza nei toponimi della valle del Reno  
 

Nuovi Articoli

Marzabotte, Marzeno, Canovella

di Carlo D’Adamo

1. Rileggendo a distanza di anni la descrizione che l’abate Calindri faceva delle località di Panico e di Pian di Misano – oggi Marzabotto – sono colpito dal fatto, che mi era sfuggito, che ai tempi del Calindri il borgo si chiamava “Marzabotte” (1).
Alla luce degli strumenti linguistici acquisiti successivamente alla mia prima lettura del Calindri, e sulla base dell’esperienza maturata nello studio delle “serie” dei toponimi/idronimi, credo di poter affermare con ragionevole sicurezza che il toponimo Marzabotte è trasparentemente leggibile.
In un articolo reperibile in questo sito da qualche anno e poi edito con piccole modifiche anche in alcune successive pubblicazioni (2) sostenevo, a proposito della particolare categoria di idronimi tutti ricavati dai nomi di recipienti ceramici e risalenti, a mio parere, alla fase di innovazione tecnologica del Neolitico:
"il nome del torrente Marza, che scorre nei pressi di Sala Consilina, e quello del torrente Marzeno, nel Forlivese, potrebbero forse appartenere a questa categoria di idronimi, se fossimo certi che marza, termine che ricorre due volte nella Tegola di Capua, indichi un recipiente" […] (3).
Bene, la riprova indiretta del fatto che marza appartiene a pieno titolo alla categoria dei “recipienti” sta proprio nel nome di Marzabotte: è un toponimo doppio, nel quale la seconda parte (botte), traduce tardivamente la prima, marza, etichetta assunta come segno linguistico ancora leggibile, alla quale si sovrappone, senza cancellarla. Secondo il Devoto, “botte” è voce derivata dal latino tardo buttis, “vasetto”, “privo di connessioni evidenti” (4). Secondo Pianigiani “botte” deriva dal basso latino butta, che viene fatto risalire al tardo greco boùtis, “ma che è più verosimile trovi la sua ragione nella radice spiccatissima nel celto e nel germanico BOT-BUT […]” (5).
Non è raro il caso di toponimi “doppi”, che presentano la stratificazione di lingue diverse coagulate nella stessa denominazione, con il vecchio nome assunto nella lingua subentrante per semplice traslitterazione o equivocato e deformato “a orecchio” o, in certi casi, tradotto. Quando il toponimo è tradotto, è logico presupporre una fase di transizione bilinguistica nella quale la lingua di sostrato è ancora intellegibile.
Altri idronimi e toponimi sono assonanti con marza e marzeno o contengono al loro interno la base marz (da Marzamemi a Marzana, da Marzi a Marza, da Acquamarcia a Marseghina, da Marcesina a Malcesine), ma in alcuni di questi il referente e la storia sono incerti, in altri autorizzano il ricorso all’arabo marsa (“baia”) o all’aggettivo latino marcidus (“marcio”), che in certi casi si sovrappone e si confonde con etrusco marza. Non è così per il toponimo/idronimo Marzabotte. Concorrono infatti ad una sua corretta lettura la lunga presenza etrusca, prima e dopo la fondazione di Kainua, nel V secolo a.C., attuata sulla base di un nuovo piano regolatore (6) – che legittima il ricorso ai repertori linguistici etruschi – e la tradizione plurilinguistica, prima etrusca e greca, poi celtica e infine latina, che permette di interpretare anche l’iscrizione kainuathi  come un indizio della presenza di greci tra gli abitanti della città (7).
Se si ammette l’ipotesi che Marzabotte sia interpretabile come un toponimo “doppio”, nel quale la seconda parte traduce la prima, marza entra di diritto nella particolare categoria dei nomi dei vasi, delle brocche e dei recipienti che servirono per denominare una vasta serie di fiumi (8); e poiché la serie è predittiva, ed ha come referente sempre un corso d’acqua, essa ci permette di ipotizzare che marza in origine fosse il nome del fiume, prima che quello della città.


2. Il Comune di Marzabotto assunse l’attuale denominazione ufficiale (prima si chiamava Caprara sopra Panico) con Regio Decreto 2-VII-1882 n. 899 (9); ma se ai tempi dell’abate Calindri il borgo si chiamava Marzabotte, la denominazione ufficiale non è che la “italianizzazione” basata su pura  somiglianza fonetica del toponimo locale, tramandato oralmente da secoli e nel Settecento ancora vivo. L’attuale pronuncia dialettale del nome del paese, Marzabòt, è invece la trasformazione del nome ufficiale italiano secondo le regole fonetiche della pronuncia bolognese: in pratica, è la traslitterazione in senso inverso di una precedente traslitterazione. Nel movimento di andata e ritorno, il toponimo ha perso ogni significato, diventando definitivamente opaco.
Sostengono gli autori del Dizionario di toponomastica UTET, dando credito ad una sciocchezza che sembra nata da una commedia shakespeariana:
"Il nome Marzabotto ha origine zoonimica (forse attraverso un soprannome), dato che pare corrispondere alla denominazione del ‘nottolone (Caprimulgus Europaeus)’, che, secondo la fantasia popolare, «impregna (marza) il rospo (bot)» (Polloni 1996, 50)" (10).
Evidentemente non hanno letto l’abate Calindri, se si esibiscono in una specie di grammelot per dare al marza un senso che permetta di dare senso al bot.
Ma torniamo alla botte. Pianigiani sostiene che significa “vaso di legname, cilindrico e corpacciuto, ordinariamente di grande proporzione, per serbare vino, liquori”, e aggiunge: “Questo vocabolo in parecchie lingue significa calzatura, stivale (celto-gael. bôt; fiamm. bootje; ingl. boot; fr. botte) per una similitudine facile a comprendersi coll’otre, che è di cuoio” (11). In effetti tutti questi nomi, che rinviano al greco boùtis come Marza e Marzeno rinviano al greco màrsipos, (“otre” di pelle) (12), designano oggetti che, con l’otre, hanno in comune la forma (i nomi dei vasi) o la materia (i nomi delle calzature).

 

SIGNIFICANTE

termine greco di confronto

SIGNIFICATO I

REFERENTE

in etrusco

marza

màrsipos

otre

un fiume
un recipiente
una misura di capacità

in “celtico”
in tardo latino

bôt
butta, buttis

boùtis

otre

uno stivale
un recipiente
una misura di capacità

3. Alla luce dell’importante testimonianza del Calindri, che chiama più volte Marzabotte il borgo di Panico (non può quindi trattarsi di un errore), è possibile giungere a qualche conclusione. Se la serie di idronimi caratterizzati da nomi di recipienti comprende a pieno titolo anche quelli del tipo marza, marzeno e simili, il fiume al quale i Galli attribuirono poi il nome di Reno aveva probabilmente in etrusco il nome di marza. Lo stesso nome, come spesso accadeva, fu assunto anche dall’abitato. Quando fu fondata la città “quadrata” con il nuovo piano regolatore, il nome nuovo imposto alla città nuova fu kainua: denominasse solo la città nuova, costituisse solo uno dei nomi della città o sostituisse il vecchio nome (marza), non lo sappiamo; sappiamo però che è documentato da due iscrizioni e che può essere interpretato come un indizio dell’indubbio influsso greco, provato anche dal tempio periptero e dalla presenza di un laris kraikalu, nella nuova città  (13).
A circa un secolo dalla sua fondazione, la città etrusca di Marzabotto subisce, “più rapidamente di Bologna e di Spina, i contraccolpi della massiccia invasione dei Celti” (14). Il nome del fiume si muta in quello di Reno, il nome della vecchia città etrusca rimane, come un relitto linguistico, nella tradizione locale, e il nome della città nuova, kainua, rimane legato a quello di una località vicina, ancora vivo nel toponimo Canovella.
Come Marza/botte è continuazione/traduzione del vecchio nome del fiume (marza, rimasto a denominare la località), Ca/novella è continuazione/traduzione del nome della nuova città, rimasto a denominare una frazione di Marzabotto ed una parrocchia.
La storia linguistica di cui questi toponimi sono prova permette di effettuare ulteriori importanti considerazioni: nonostante la presenza greca e poi l’invasione celtica, la zona di Marzabotto è caratterizzata da una evidente continuità abitativa da parte di gruppi originariamente etruscofoni, documentata anche dai dati della toponomastica. Se i toponimi marza e kainua sono stati assorbiti dalle successive stratificazioni linguistiche, che vi si sono sovrapposte traducendoli e sussumendoli, ma non cancellandoli, ciò significa che hanno attraversato una fase nella quale continuavano ad essere percepiti come segni linguistici significativi: potevano essere compresi e tradotti.
Lo scenario che si può ipotizzare è quindi quello di una osmosi tra vecchi abitanti e nuovi arrivati, di una graduale integrazione, di una sintesi progressiva che trasforma l’intrusione in una presenza costante. Gli stranieri portatori di nomi come botte e Reno e destinatari di nomi come marza e kainua, divengono, grazie alla relazione bilaterale con la tradizione locale, insieme agli eredi di quella tradizione, i futuri creatori di toponimi come Marzabotte e Canovella. E quando la lingua etrusca, la lingua celtica e la lingua latina cesseranno, una dopo l’altra, di essere produttive, i significanti sopravvissuti, incompresi ma non cancellati dalla successiva stratificazione “italiana”, tramandati di generazione in generazione dagli abitanti del luogo, sopravviveranno fino a noi, e,  grazie alla continuità della trasmissione orale, torneranno ad essere leggibili (15).

 

NOTE  

  1. Serafino Calindri, Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico ec. ec. della Italia, pubblicato fra il 1781 e il 1783. Montagna e collina del territorio bolognese, vol. IV, pagg. 213 e segg.
  2. V. qui, sotto “Articoli”, Brocche, anfore, tazze: una classe singolare di idronimi etruschi e non solo etruschi, che sembra risalire al neolitico. V. anche in Carlo D’Adamo, I Sardi nella guerra di Troia, San Giovanni in Persiceto 2007, pagg. 46-49, in Sardi Etruschi e Italici nella guerra di Troia, Bologna 2012, pagg. 66-71, e in  Disavventure dell’archeologia. I comunisti delle terremare, Bologna 2012, pagg. 153-157.
  3. Ibidem.
  4. Giacomo Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizionario etimologico, Firenze 1968, pag. 52.
  5. Ottorino Pianigiani, Vocabolario etimologico. Edizione aggiornata, La Spezia 1991, pag. 175.
  6. V. Giuseppe Sassatelli, La città etrusca di Marzabotto, Bologna 1992.
  7. V. Marzabotto bilingue, in questo sito, sotto Articoli, e in Carlo D’Adamo, Disavventure dell’archeologia…., cit., pagg. 227-230.
  8. V. alla nota 2.
  9. Teresa Capello, Carlo Tagliavini, Dizionario degli etnici e dei toponimi italiani, Bologna 1981, pag. 309.
  10. V. in Giuliano Gasca Queirazza, Carla Marcato, Giovan Battista Pellegrini, Giulia Petracco Sicardi, Alda Rossebastiano, Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Seconda edizione aggiornata, Torino 1997, pag. 381.
  11. V. in Brocche, anfore, tazze…, cit.
  12. Ottorino Pianigiani, Vocabolario etimologico, cit., pag. 175.
  13. V. alla nota 7.
  14. Giuseppe Sassatelli, op. cit., pag. 83.
  15. Per l’utilizzazione di un modello strutturale che metta in stretta correlazione i valori quantitativi del significante con quelli qualitativi del significato e del referente, utilizzo i suggerimenti metodologici di Eduardo Blasco Ferrer, Linguistica sarda. Storia, Metodi, Problemi. Cagliari 2002.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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