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Un’iscrizione intrusa: CAIS PAIZ VARIENS  
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Un’iscrizione intrusa: CAIS PAIZ VARIENS

di Carlo D’Adamo

Tra le iscrizioni umbre Sisani riporta anche quella incisa su un “bronzetto maschile” del III secolo a. C. rinvenuto a San Vittore di Cingoli:
cais paiz variens  /  iuve zalseture
sostenendo che “il testo appare nel complesso di chiara interpretazione: con il dubbio concernente la formula onomastica, riferibile a un unico personaggio [prenome + patronimico + gentilizio] oppure a due fratelli [prenome + prenome + gentilizio al nominativo plurale], e nell’oscurità della stringa zalseture, da isolare come epiclesi della divinità. Il termine si lascia intendere quale nomen agentis in *-tor, eventualmente come formazione composta il cui secondo membro in seture è da collegare a umbro *seka-om “tagliare”, in riferimento ad una azione il cui paziente è celato dal primo membro zal” (1).
In realtà l’unico termine sicuramente umbro è iuve; ma lo è relativamente, vista la natura federale del suo culto. Il rinvenimento del bronzetto sul colle dove sorge l’abbazia di San Vittore, sui resti di vecchie strutture che potrebbero forse testimoniare la presenza di un antico santuario federale, autorizza a pensare ad un Giove “internazionale”, nel cui nome più popolazioni alleate celebravano i propri riti e tenevano le proprie periodiche assemblee.
Tutto il resto dell’iscrizione è in etrusco. È infatti etrusco cais, che riproduce fedelmente il prenome etrusco cae, ricorrente non solo in questa forma in più di settanta iscrizioni rinvenute in Umbria, Lazio e Toscana, ma anche nella forma caeś, attestata 14 volte in Toscana, nella forma caes, attestata 15 volte fra Toscana e Lazio, nella forma cai, che si trova in una sessantina di iscrizioni toscane, laziali ed umbre, nella forma caial, occorrente 28 volte in Toscana e in Umbria, nella forma caiaś, in 3 iscrizioni toscane, nella forma caie, in 3 iscrizioni in Toscana, e in altre forme da queste derivate; 9 attestazioni, infine, sono in alfabeto latino (2). È etrusco paiz, traslitterazione fedele del prenome paie, attestato 2 volte a Cerveteri, una volta (paix) a Tarquinia, una volta (paies) a Orvieto, e forse riconoscibile in tantissime abbreviazioni (pa) e in numerosi allomorfi (paithe e derivati) distribuiti in Toscana e in Umbria (3). È etrusco variens, che riproduce il gentilizio varies, ricorrente in una trentina di iscrizioni, con i suoi allomorfi e i loro derivati, tra cui il metronimico varnal, ricorrenti in Umbria e Toscana (4): una di queste occorrenze è riportata anche da Enrico Benelli, in Le iscrizioni bilingui etrusco-latine; nel testo latino a varnal [che alla lettera significa della Var(i)na] corrisponde la formula Varia natus (5).
Non sussiste alcun dubbio quindi sulla etruscità della formula onomastica riportata da Sisani fra le epigrafi umbre. All’obiezione ovvia che in un ambiente policulturale i nomi passano da una lingua all’altra con grande facilità, e che quindi cae, pais e varies potrebbero comunque essere anche umbri (ma mai attestati altrove che in questa iscrizione), risponde con estrema chiarezza la dedica iuve zalseture. La prima parte dell’epiteto di Giove, zal, consiste senza possibilità di equivoci nel numerale etrusco zal, “due”, scritto più spesso sal, ma regolarmente con z iniziale nei suoi derivati; la seconda parte, seture, è trasparentemente l’etrusco seturi, attestato a Chiusi, e ricorrente, nelle forme sincopate setre, setreś, setres, setri, e derivate, una dozzina di volte in Toscana in Umbria e nel Lazio; 3 attestazioni sono infine in alfabeto latino (6). Poiché nell’iconografia tradizionale Giove è spesso rappresentato con un fulmine dalla forma biforcuta in mano, e poiché la prima parte dell’epiteto duplica l’azione di seture, non si andrà lontani dal vero proponendo per iuve zalseture la interpretazione di “Giove bisaettante” (o “Giove Doppiasaetta”). Il termine seture può essere allineato accanto al latino securis, “scure” (la securis anceps era la scure bipenne), con la differenza che sĕcūris ha l’accento sulla penultima sillaba, mentre seture, come la maggior parte delle parole etrusche, è accentato sulla prima sillaba: lo dimostrano le forme sincopate setrni, setrnei, setrnal, setria, setre, setres (tutte con caduta di U atona), che permettono di spiegare l’umbro Satrie, nome che ritroviamo nell’epigrafe in latino conservata  in duplice copia nel Palazzo dei Consoli a Gubbio: vi si dice che il quadrumviro Gneo Satrio Rufo abbellì a sue spese il teatro eugubino, rifece il portico e lo dotò di un passaggio lastricato, pagò di tasca sua le vettovaglie per le legioni dell’esercito, finanziò l’organizzazione dei Ludi per la vittoria di Cesare Augusto, mantenne il senato locale e restaurò il tempio di Diana.
Il nome umbro Satrio presuppone la sincope etrusca: deriva quindi dalla forma sincopata etrusca di seture ed è un ulteriore indizio del fatto che tutta la stringa dell’iscrizione n. 6 di Sisani va letta come un’iscrizione etrusca, e non come un’iscrizione umbra.

NOTE:

  1. Simone Sisani, Umbrorum Gens Antiquissima Italiae, Perugia 2009, pag. 195, n.6.
  2. Thesaurus Linguae Etruscae, I. Indice lessicale, Pisa-Roma 2009.
  3. Ibidem.
  4. Ibidem.
  5. Enrico Benelli, Le iscrizioni bilingui etrusco-latine, Firenze 1994, pag. 25, n.17.
  6. Thesaurus Linguae Etruscae, I. Indice lessicale.

 

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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