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Tutti zitti. Una rimozione collettiva

di Carlo D'Adamo

Il 24 giugno 1927 il podestà di Persiceto Arturo Bosi Menotti inaugurò solennemente il monumento ai caduti della grande guerra con il concorso delle autorità religiose, civili e militari radunate sul palco appositamente innalzato. Ma quando il lenzuolo che copriva il monumento fu ammainato e l’opera apparve in tutto lo splendore del pomeriggio estivo, molti si accorsero senza dubbio che la lapide di destra del dado che sosteneva la parte scultoria (come si diceva allora) recava incisa una data sbagliata: XXIV MAGGIO MCMXIV, cioè 24 maggio 1914. Secondo la lapide l’Italia era entrata in guerra un anno prima, prima ancora del cosiddetto eccidio di Serajevo, causa occasionale del conflitto, prima dell’ultimatum dell’Austria alla Serbia, prima che tutte le grandi potenze entrassero in guerra. Fosse un lapsus dello scultore o lo sbaglio di un ignorante, tutti tacquero, e nessuno ebbe il coraggio di far notare l’errore. Parlare era pericoloso; meglio stare zitti, tutti zitti. Così nacque una incredibile rimozione collettiva. Il silenzio su quel macroscopico errore è il sintomo preoccupante dell’enorme potere di un regime che può dire e fare ciò che vuole, a prescindere dalla realtà. È un potere impermeabile all’evidenza, perché costruisce una realtà virtuale attraverso la quale domina il Paese. Alla realtà negata, di cui non si può parlare, si contrappone lo spettacolo del potere: quello che si deve vedere.

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

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