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Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine

di Carlo D'Adamo

Presentazione | Spiegazione | Estratti

Due parole sul libro

Carlo D'Adamo, Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole iguvineLe principali novità della ricerca possono essere sintetizzate in questi punti:

  • La lingua del testo in caratteri umbroetruschi della Tavola Va e di parte di Vb deve essere accostata, per le sue caratteristiche morfosintattiche, non a quella dei testi in caratteri umbroetruschi delle Tavole precedenti, ma a quella dei testi in caratteri latini delle Tavole successive. Infatti, mentre nelle Tavole I, II, III e IV le desinenze di genitivo singolare, nominativo, dativo, ablativo e locativo plurali non sono rotacizzate, le Tavole V, VI e VII, indipendentemente dal sistema grafico utilizzato, presentano costantemente il rotacismo delle desinenze. Il fenomeno è importante, perché testimonia uno stadio di evoluzione reale della lingua parlata alla quale i testi scritti si adeguano, e può essere utilizzato come un parametro cronologico che fa da spartiacque tra le prime quattro Tavole e le ultime tre.
  • La suddivisione delle Tavole in questi due sottoinsiemi è confermata e avvalorata dalla presenza, nelle Tavole V, VI e VII, di fori in alto effettuati prima della loro incisione, per predisporre i documenti ad una esposizione pubblica, fatto singolare per prescrizioni rituali, e interpretabile, secondo Prosdocimi, come frutto di una operazione politico-propagandistica da inserire nel milieu culturale del periodo augusteo.
  • Tuttavia non è soltanto la esibizione pubblica delle prescrizioni rituali a poter essere letta come frutto di una operazione augustea: anche la stessa redazione dei testi delle Tavole V, VI e VII, infatti, è fortemente sospetta, perché dallo scarto lessicale tra i testi delle ultime tre Tavole e quelli delle prime quattro emerge un consistente numero di termini riconducibili alla ideologia augustea e coerenti con la restaurazione liturgica della fine del I secolo. Gli indizi relativi sono discussi nel capitolo “L’operazione augustea”, a pag. 154.

Dal punto di vista della tecnica della traduzione, poi, si propone di puntare sul livello dei prestiti culturali, delle traslitterazioni, dei calchi semantici, insomma della circolazione delle parole, an-ziché sul modello genealogico, e si avanzano nuove ipotesi. Così un termine importante come prinuvatus, che nelle Tavole Iguvine definisce la carica di funzionari che partecipano alle cerimonie di espiazione e purificazione, si può forse spiegare ricorrendo alla Tavola di Cortona, nella quale un funzionario etrusco che deve ratificare la correttezza di una operazione di delimitazione è definito zacinat prinisherac; qui e lì il lessema prin- (presente anche in un passo corrotto della Tegola di Capua e nella Tomba Giglioli di Tarquinia) va probabilmente collegato al greco πρίνος e all’ag-gettivo latino prininus, oltre che all’usanza, tramandata dai  Gromatici Veteres, di sotterrare pali di leccio a testimonianza dei confini. Questa mia proposta per la Tavola di Cortona è stata accettata dal Facchetti (“Appunti di morfologia etrusca”, Olskhi 2002, pag. 52) e nella presente ricerca viene avanzata anche per spiegare il termine umbro. Sempre all’interno dell’orizzonte della comune cul-tura mediterranea si colloca anche la proposta di spiegare l’aggettivo grabouie (scritto krapuve in alfabeto umbroetrusco) che è epiteto di marte, iuve e vufiune, ricorrendo al latino grabadus, al greco κράβατος e all’etrusco crapis (tutti termini che indicano la “lettiga”). Ancora in questa ottica si propone di spiegare pumperie (latino pompilius) non risalendo ad un ipotetico *pumpte, ma semplicemente a pompa e a πομπή, termini che nell’ambiente mediterraneo indicano la processione solenne. Sempre nella dimensione della circolazione delle parole, anziché in quella della loro ipotetica origine, si propone di spiegare tursku, il termine che in umbro definisce l’etrusco, sem-plicemente con turs- (che vale “confine” in umbro) e con la posposizione -ku (latino “cum”): la parola, letteralmente, equivale al latino “contermine”, e definisce “quello che sta presso il confine”, che, per un umbro, era il vicino etrusco. Ancora nella stessa ottica si propone di spiegare il latino “pertica”, di incerta origine, e l’umbro perka a partire da un umbro *persteka, cioè “dieci piedi”, equivalente al latino decempeda

Insomma, metodologicamente si propone di mettere in secondo piano il modello etimologico, riducendo l’ipotesi etimologica a una delle possibili ipotesi di traduzione, di per sé insufficiente, se non confortata dalla convergenza delle ipotesi combinatorie e bilinguistiche; riconducendo quel metodo entro i confini della sua applicabilità, si liberano spazi di ricerca per nuove interpretazioni, nelle quali il confronto con il mondo romano e con gli altri documenti italici può produrre risultati significativi. In questa traduzione, ad esempio, la serie vuku kureties, hunt e tefre  non viene tradotta “bosco di Coredio”, “Hondo” e “dio del braciere”, come fanno di solito, ricorrendo a etimologie astratte, i traduttori,  ma “bosco di [Ianus] Curiatius”, “Fontus” e “Tiberinus”, perché  questo nesso è documentato da Ovidio e fa parte di un percorso esistente anche a Roma sul Gianicolo; la dea tursa – che viene adorata come personificazione di un cippo di confine (in umbro turs è il confine) sacro a Giove (tursa iuvia) e di un cippo sacro a Cerus (tursa cerfia) – corrisponde al dio latino Terminus e quindi non va ricondotta, etimologicamente, a terreo….
Nella tabella di pag. 167 si vede come quasi mai, adottando questa prospettiva mediterranea, gli
epiteti divini corrispondano a quelli che i glottologi, utilizzando astratte ipotesi etimologiche, ci hanno tramandato.

Vedi anche: www.tavoleiguvine.eu

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

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