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  L’Arabo di Persiceto: l’anarchico Augusto Masetti
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L’Arabo di Persiceto: l’anarchico Augusto Masetti

di Giuseppe Trevisi

È stato stampato nel settembre del 2003 questo agile volumetto di Laura De Marco, Il soldato che disse no alla guerra, con sottotitolo Storia dell’anarchico Augusto Masetti (1888-1966), per le Edizioni Spartaco, corredato da una puntuale prefazione di Fiorenza Tarozzi. Avrei voluto dare conto prima di questa ricostruzione storico-biografica, ma qualche contrattempo personale mi ha causato un certo ritardo. Non posso non segnalare comunque, anche se tardivamente, la sorpresa di vedere pubblicato un lavoro su Augusto Masetti, all’epoca cittadino persicetano, di cui avevo già avuto notizia e su cui avevo iniziato a documentarmi diverso tempo fa.

“Alle sei di mattina di lunedì 20 ottobre 1911, nella Caserma Cialdini di Bologna si preparava alla partenza un drappello di rinforzo al 18° fanteria destinato in Tripolitania” (pag. 19). Ha inizio così la vicenda narrata, alla Caserma Cialdini, dove tra i soldati sorteggiati per la partenza verso la Libia, in quella che venne chiamata anche guerra Italo-turca, figurava il soldato Augusto Masetti “matricola 30504, chiamato alle armi il 26 settembre 1911” (pag. 20). Il colpo che partì dal suo fucile “lacerò l’oscurità del mattino” e ferì il tenente colonnello Stroppa “alla spalla sinistra, con foro d’entrata posteriormente e di uscita anteriormente” (pag. 21).
Fu questo il commento de Il Resto del Carlino, citato molto opportunamente dall’autrice e che ritengo utile riportare per proseguire la recensione, al clamoroso gesto di insubordinazione: “Mentre tutta la nazione si unisce in un mirabile sforzo di concordia, di sacrificio e valore per spingere le bandiere d’Italia alla vittoria in questa guerra necessaria, mentre tutto l’esercito e tutta la nazione e tutta l’armata danno la più bella prova della popolarità dell’impresa e del loro straordinario eroismo, un traditore in casa spara a bruciapelo contro i suoi superiori” (pag. 23).

Il traditore venne anche chiamato ironicamente da alcune testate “l’arabo di Persiceto”, ma evidentemente il Carlino non affermava la verità nel richiamarsi pomposamente a tutta la nazione. Definire necessaria la guerra di Libia era chiaramente un giudizio politico: non solo gli anarchici libertari, non solo l’estrema sinistra rifiutava l’intervento per ragioni ideologiche di fondo quali il pacifismo e l’antimilitarismo, ma anche personalità democratiche, si pensi soprattutto a Gaetano Salvemini, polemizzarono ferocemente contro coloro che accampavano le più fantasiose motivazioni per spingere il paese all’avventura coloniale. Mi riferisco alla risposta di Salvemini, la Libia come scatolone di sabbia, rivolta a coloro che vaneggiavano di chissà quali ricchezze, di chissà quale fertilità, anche se solo potenziali, presenti sulla riva opposta del Mediterraneo. Ma non dimentichiamo che il grosso del partito socialista si oppose alla guerra, nonostante le sottovalutazioni, i  ritardi e e gli errori tattici compiuti. Non solo i rivoluzionari, ma anche i riformisti del gruppo di Turati denunciarono con grande preoccupazione l’involuzione coloniale voluta da Giolitti. Turati, anzi, comprese molto lucidamente che la scelta di Giolitti di andare in guerra avrebbe significato la crisi della svolta liberale che si era determinata, appunto, con il governo Zanardelli-Giolitti ad inizio secolo. Infatti quella svolta comportò una profonda rottura storica rispetto al passato.

Ma Il Resto del Carlino aveva qualche ragione a parlare di popolarità dell’impresa. Non solo gran parte della cultura italiana si schierò a favore dell’impresa libica, non solo le maggiori testate giornalistiche (tra cui principalmente Il Corriere della Sera) diedero voce ai fautori della guerra, non solo la stragrande maggioranza delle forze politiche appoggiò l’intervento bellico, isolando in parlamento il gruppo socialista turatiano (i riformisti di destra, Bissolati e Bonomi, di fatto appoggiarono Giolitti) e frantumando lo sparuto gruppo radicale; ma lo stesso mondo cattolico intervenne pesantemente a favore della guerra, sia per ragioni economiche (il Banco di Roma e la finanza vaticana erano coinvolti da tempo in operazioni economiche e finanziarie in Libia), sia con motivazioni antislamiche, recuperando un armamentario da crociata contro l’infedele francamente incredibile (anche se ancora ai nostri giorni si sente qualche voce ricalcare quelle note stonate). La Confindustria, che era nata come associazione nazionale l’anno precedente, con finalità antisocialiste e antioperaie, si schierò nettamente a favore della guerra; e, sempre nel 1910, nasceva l’Associazione nazionale italiana, il movimento nazionalista, che suonerà la grancassa a tutto spiano per spingere il paese verso l’avventura coloniale, teorizzando esplicitamente l’imperialismo e collocandosi naturalmente sul versante conservatore dello schieramento politico con precise suggestioni antidemocratiche. Tanti giovani, tanti studenti poi si accodarono così ai corifei dell’intervento militare, sedotti da quelle sirene.
Da un punto di vista storico generale si può quindi che gli anni che vanno dalla guerra di Libia al primo conflitto mondiale segnano uno scollamento profondo del giolittismo, la fine del difficile esperimento liberale e progressista e l’inizio di una radicalizzazione politica, che subirà una drammatica acutizzazione nel primo dopoguerra e avrà termine solamente con la vittoria del fascismo.

Il lavoro di Laura De Marco su Augusto Masetti ci mostra come in quel frangente storico furono proprio gli anarchici a condurre una netta ed ostinata opposizione alla guerra di Libia, suscitando un movimento di protesta che riuscì a coinvolgere una parte consistente della sinistra: dai socialisti ai repubblicani. Gli anarchici, che nella storia d’Italia del Novecento vengono magari appena citati nei manuali scolastici per l’uccisione da parte di Gaetano Bresci del re Umberto I (29/7/1900), appaiono come attori del tutto marginali e isolati. Non è così. La loro influenza sul movimento operaio e di classe fu più consistente ed incisiva di quello che si potrebbe immaginare. E lo fu particolarmente in occasione di avvenimenti come la guerra di Libia (e successivamente la settimana rossa),  quando il pensiero e l’azione libertaria, antimilitarista e insurrezionale potevano mostrare tutto il loro valore ideale e pratico. E si può anche affermare che, se il Partito socialista era nato ed era cresciuto in Italia come in Europa anche in opposizione e in contrasto con l’anarchismo (non si dimentichi la polemica dura di Marx contro Bakunin all’interno della I Internazionale socialista), in alcuni momenti venne a determinarsi una unità di intenti, una unità nella protesta politica che produsse, come si diceva prima, una polarizzazione radicale all’interno della società italiana.

Se Augusto Masetti non venne fucilato per insubordinazione, ma venne internato per infermità mentale, lo si deve probabilmente anche all’incisivo movimento di protesta contro la guerra e alla paura di una estensione. Dello studio della De Marco risulta molto interessante tutta l’estenuante vicenda manicomiale, riccamente e puntualmente documentata, a cui Masetti fu costretto: dalle prime perizie psichiatriche alle vicissitudini patite nei vari manicomi, dove venne via via trasferito, anche in concomitanza con le varie campagne di protesta che chiedevano la sua liberazione. Si pensi che il trasferimento dal manicomio criminale di Montelupo Fiorentino a quello civile di Imola avvenne per effetto di una forte e intelligente campagna di liberazione attuata dalla rivista anarchica Rompete le file! . Nel numero 11 del 5/10/1913 (questo e altri quattordici numeri si possono consultare anche nell’archivio della biblioteca di Persiceto) “venne distribuito un questionario sul caso a politici, giuristi e giornalisti” (pag. 105). L’idea dei redattori (tra cui Aldino Felicani di Sant’Agata Bolognese) era di dimostrare all’opinione pubblica che “la detenzione di Augusto Masetti nel manicomio criminale di Montelupo è semplicemente un delitto” (pag. 106) e di ottenere la sua immediata liberazione. Se l’atto di insubordinazione era stato ritenuto dalla perizia medica conseguente ad uno stato di morboso furore e se il tribunale di Venezia era stato costretto a dichiarare che non vi era reato, allora, secondo il codice penale militare, il tribunale avrebbe dovuto emettere la sentenza di non luogo a procedere e liberare immediatamente l’imputato: “la questione, dunque, si giocava sulla competenza e sull’interpretazione di alcuni articoli del codice militare e civile” (pag. 108). La detenzione nel manicomio di Montelupo era infatti giustificata dal governo interpolando in maniera arbitraria norme del codice militare a norme del codice civile.

La forte campagna di stampa e di protesta trovò uno sbocco con la costituzione a Bologna, il giorno 8/11/1913, “presso la Camera del lavoro, di un comitato nazionale Pro Augusto Masetti”, la cui segretaria era l’anarchica Maria Rygier. Il risultato più importante di queste iniziative fu, come si è visto sopra, il trasferimento di Masetti al manicomio civile di Imola (gennaio 1914), ma “era necessario continuare le agitazioni” (pag. 122)  per il riconoscimento del venir meno delle condizioni di salute che ne giustificavano l’internamento manicomiale. Questo riconoscimento avverrà solo dopo altre mille peripezie il 24 agosto del 1919, quando Augusto Masetti poté uscire dal manicomio “in via di prova” (pag. 140), in affidamento alla famiglia di Zeffirino Pirazzoni, abitante all’Orto gomma di Imola (vedi pag. 141).

Laura De Marco non si ferma qui nella sua ricostruzione biografica, ma riporta i momenti salienti della vita di Masetti che era giusto ed opportuno ricordare: il matrimonio e la nascita dei tre figli; la sua opposizione alla guerra d’Etiopia, che gli costò il carcere e un nuovo internamento temporaneo all’ospedale psichiatrico di Chiesi, presso Sassari; la sua naturale opposizione al fascismo e la morte del figlio Cesare, partigiano nella 36^ brigata Garibaldi, ucciso dai tedeschi sull’Appennino l’11 settembre del 1944. La De Marco, a questo proposito, riporta la testimonianza diretta di Cesare Fuochi, partigiano, amico del figlio, che avendo portato al padre la ferale notizia ricevette questo commento: “proprio a me doveva capitare che sono sempre stato contro le armi, contro il fascismo e contro la guerra” (pag. 146). Augusto Masetti morì nel 1966, in un incidente durante uno dei suoi giri in bicicletta (pag. 147).

Secondo la testimonianza che Laura De Marco è riuscita a raccogliere dalle memorie ancora inedite dell’anarchico Nello Garavini (che conobbe e frequentò Masetti quando era ancora ricoverato presso l’ospedale di Imola, sia pure in regime di semilibertà), pare che Masetti abbia dichiarato che il suo gesto giovanile alla caserma Cialdini di Bologna “era un atto di rifiuto alla guerra e non di violenza, come molti credevano e dicevano” (pag. 139). E questo mi pare il senso, lo spunto da cui è partito il lavoro dell’autrice: recuperare un puro gesto antimilitarista, fenomenologicamente anarchico, che sembra quasi uscito da un inconscio lontanissimo e inaspettato, e ricostruire una vicenda storico-biografica che ha dell’incredibile, al punto da suonare quasi incomprensibile alle nostre orecchie non più abituate a certi rumori.  

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Tratto da Il delegato in tempo di guerra, giornalino sindacale dei CoBas ISIS Archimede, numero 26, novembre 2005.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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