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Bruno Vidoni e il falso fotografico

di Carlo D’Adamo

Bruno Vidoni, pittore, autore di saggi e di romanzi storici, fotografo, intellettuale centese, amava dire che la fotografia è sempre un falso.

È un falso non solo perché seleziona un’immagine e la decontestualizza, ma anche perché le dà un senso che è quello che il fotografo vuole che le si dia. Parafrasando la scritta di quel famoso quadro di Magritte (Ce n’est pas une pipe), Vidoni mostrava un ritratto di donna e diceva sorridendo: “Non è una donna, è una foto”. La fotografia per lui non era documento storico o prova di verità, ma racconto del fotografo; il linguaggio delle immagini obbediva ad una serie di leggi retoriche che egli chiamava metafore, come l’iperbole, la sineddoche, la metonimia. Come pittore e come fotografo è stato autore di clamorose provocazioni e di feroci polemiche. Negli anni ’70 confezionò falsi reportages fotografici dalla Cambogia e dall’Irlanda con lo pseudonimo di Roger Walker, e autorevoli riviste di fotografia caddero nel tranello, pubblicandoli come documenti autentici. È vero che nelle foto si poteva scorgere in lontananza una cinquecento targata FE, e che nel servizio dall’Irlanda (uno scontro armato dell’IRA con le truppe inglesi) si poteva leggere la targa stradale “WHYDONI STREET”, ma le didascalie autorizzavano a pensare che i reportages, confezionati nella periferia centese e sulle sponde del Reno, provenissero da siti esotici.

Il senso dell’operazione era chiaro: la fotografia non è quella cosa oggettiva che tutti fingono che sia, ma è qualcosa di molto meno innocuo e di più pericoloso, perché sta per la realtà, fingendosi realtà. È la didascalia ad esprimere il contenuto ideologico della fotografia, come l’etichetta di un barattolo contiene in sé le informazioni sul contenuto di quel barattolo.

Questa struttura ideologica sostituisce l’esperienza del lettore, anticipa o neutralizza il suo giudizio, e, anche quando mima la realtà, sta al posto della realtà, come la televisione, con i suoi commentari, sta al posto del mondo rappresentato. La fotografia – secondo Vidoni – fornisce non tanto notizie su ciò che sta al di là dell’obbiettivo, quanto informazioni su chi sta al di qua. La foto scattata, insomma, parla sempre del suo autore più che della cosa fotografata.

Questa sua posizione mi piacque, perché andavo maturando una concezione analoga nel campo della storiografia: anche lo storico, come il fotografo, parla più di sé che del mondo rappresentato, o almeno tende a sovrapporre la sua didascalia alle immagini che la sua memoria trattiene.

Chi ha avuto la fortuna di conoscere Bruno Vidoni ricorda con piacere la sua ironia, il suo spirito caustico, il suo atteggiamento sperimentale, il suo divertimento nel provocare “scandalo”, come quando inventò una Santa Vladina e confezionò ex-voto che asseriva di aver trovato nelle campagne; o quando si inventò un pittore, dotandolo di un nome, Romolo Fabbi, e di una succinta biografia, per contribuire ad una mostra sulle immagini del duce nella quale egli partecipava, firmandosi Romolo Fabbi, con battaglie aeree e zig zag di mitraglie. Era Roger Walker che, deposta la macchina fotografica, continuava ad infierire sulla cultura domestica usando il pennello.

Per i falsi reportages dalla Cambogia e dall’Irlanda Vidoni è citato anche da Ando Gilardi nella sua bella “Storia sociale della fotografia”.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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