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Leopardi e l’Afghanistan

di Carlo D’Adamo

Leopardi contesta lucidamente l’ideologia ingenua e ottimistica del progresso inarrestabile, del progredire della storia e della civiltà, delle magnifiche sorti, e progressive, dell’umanità.

La sua critica della società oppone la mistificante autorappresentazione della cultura contemporanea alla realtà degli interessi in gioco, alle guerre di pepe o di cannella o d’altro aroma / fatal cagione, o di melate canne, / o cagion qual si sia ch’ad auro torni. Quando scriveva questi versi, prima del 1835, l’impero inglese non aveva ancora scatenato la guerra dell’oppio, che poi scatenerà nel 1839, per costringere i cinesi a consumare l’oppio di cui aveva il monopolio commerciale. I nobili ideali e le giustificazioni ufficiali con cui gli stati ricchi aggrediscono le popolazioni povere (di volta in volta per esportare la democrazia, la civilizzazione, l’evangelizzazione ed altro ancora) vengono smontati in pochi versi, i versi 65-68 della Palinodia al marchese Gino Capponi.

In questa operazione egli è un illuminista, come è logico che sia chi crede nella ragione e detesta la superstizione, lo spiritualismo e la religione. Con meno ironia e più sarcasmo, prendendo a modello la struttura antifrastica del Giorno del Parini, finge di arrendersi al mito del progresso, della crescita esponenziale, dell’allargamento delle conoscenze prodotto dalle gazzette, e rincara la dose: e già dal caro / sangue de’ suoi non asterrà la mano / la generosa stirpe: anzi coverte / fien di stragi l’Europa e l’altra riva / dell’atlantico mar….

Secondo una fortunata definizione di Luporini, Leopardi contesta il sistema della realtà. La definizione deve però essere spiegata, nel senso che non significa che il Nostro prescinde dai dati della realtà: anzi, la sua formazione epicurea e materialistica lo porta proprio ad un approccio alla realtà di tipo sensistico, ad una attenzione critica e meditata della fenomenologia del reale, fondata sull’esperienza concreta e non sulla speculazione astratta, ad una visione di tipo esistenziale, dal punto di vista filosofico, antitetica rispetto a quella ideologica dell’hegelismo.

Dire che Leopardi contesta il sistema della realtà significa dire che rifiuta il conformismo dell’approssimazione culturale, dell’ipocrisia convenzionale, del perbenismo bigotto, della sintesi rassicurante, dell’estabilishment, del compromesso intellettuale, e non rinuncia a far valere un’etica radicale.

Della realtà egli detesta la realpolitik, la ragione di stato, l’ideologia del potere, le regole del sistema di costruzione del consenso.

In questo egli è un romantico, come è giusto che sia chi coltiva, anche di nascosto, il seme di un’utopia.

È utile ancora oggi leggere attraverso la sua Palinodia questa nuova guerra dell’oppio e del petrolio che è la guerra dell’Afghanistan, nell’ambito della quale governi di centrodestra e di centrosinistra bombardano, per nobili ragioni, le popolazioni civili per portare loro il conforto della civiltà, investendo, in questa operazione pedagogica, migliaia di miliardi sottratti al welfare e al benessere dei loro cittadini meno agiati.

I guerriglieri delle bande tribali che combattevano contro l’intrusione dei  sovietici erano eroi fino a ieri; ma oggi che combattono contro la nostra intrusione sono terroristi. E le donne afghane, per l’emancipazione delle quali bombardiamo a scopo umanitario i villaggi, portano ancora il chador; ma forse non è questa la loro peggiore sventura.

La nostra sventura invece è quella di essere subalterni ad un sistema mediatico che non rappresenta la realtà, ma la inventa ad uso e consumo di interessi che non sono i nostri; un sistema mediatico che chiama la guerra “missione di pace”; che chiama le leggi che subordinano il lavoro alle logiche del capitale finanziario “regole del mercato”; che riproduce nella manipolazione del linguaggio la diffusione di valori e di comportamenti utili a garantire la continuità nell’esercizio del potere.

La nostra sventura è che non c’è nessun Leopardi a tenere accesa la luce della ragione e la fiamma dell’indignazione. Sommersa da una crisi di impotenza e confusa da una babele di linguaggi, anche la poesia tace.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

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