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Un lapsus di marmo: quando l’ignoranza si fa stato e detta legge

di Carlo D’Adamo

Fu proprio una incredibile gaffe quella che portò il 24 giugno del 1927 le autorità persicetane (il podestà Arturo Bosi Menotti in prima fila e via via tutti gli altri notabili) ad inaugurare un monumento ai caduti della prima guerra mondiale nel quale l’ingresso in guerra dell’Italia – scolpito nel marmo – è anticipato di un anno. Nella lapide marmorea collocata sul lato est di quella specie di obelisco alla cui base è scritto Persiceto ai suoi figli caduti per la patria si legge infatti, senza equivoci: XXIV maggio MCMXIV, che vuol dire, in numeri arabi, proprio 24 maggio 1914, senza possibilità di dubbio.


A quella data il principe ereditario al trono asburgico non era ancora stato assassinato a Sarajevo, l’Austria non aveva ancora lanciato l’ultimatum alla Serbia, l’Italia era ancora fedelissima alleata dell’Austria e della Germania e perseguitava gli irredentisti, che si ostinavano a reclamare Trento e Trieste; nessuno immaginava che di lì a pochi mesi sarebbe scoppiata un’altra guerra balcanica che poi avrebbe coinvolto gran parte del mondo, e che l’Italia avrebbe abbandonato Austria e Germania, “riscoprendo” per l’occasione l’italianità di Trento e Trieste, per utilizzare cinicamente l’irredentismo.
Eppure, secondo gli ignoranti committenti del monumento, nel maggio del 1914 l’Italia era già in guerra….
Proviamo a fare qualche ipotesi per spiegare l’incredibile lapsus.
Lo scalpellino forse non conosceva i numeri romani? Impossibile: era già stata promulgata la Circolare del 25 dicembre 1926 (notare il simbolismo della data) che prescriveva, a partire dal 29 ottobre 1927, l’obbligo di aggiungere, in numeri romani, l’anno dell’era fascista accanto a quello dell’era cristiana, e tutti sapevano di trovarsi nell’anno V e si esercitavano già, per quando sarebbe divenuto obbligatorio, di lì a quattro mesi, a scrivere “VI dell’Era Fascista”.
I fascisti persicetani non sapevano quando era iniziata la prima guerra mondiale? Improbabile, dal momento che, non essendo ancora entrate in vigore le disposizioni che dall’anno scolastico 1930-31 avrebbero imposto una versione di comodo della storia con il Testo Unico di Stato per la scuola elementare, erano ancora disponibili, ad ogni livello, testi divulgativi, e non solo propagandistici, con date esatte. Inoltre erano passati soltanto dodici anni dall’ingresso in guerra dell’Italia, e la memoria dei fatti avrebbe potuto e dovuto evitare l’errore.
Il lapsus si spiega soltanto con l’esigenza impellente di utilizzare la storia a fini propagandistici e con l’ideologia nazionalistica dominante.
Dopo aver fatto assassinare Matteotti, dopo essere rimasto in sella grazie alla complicità del re, che gli rinnovò la fiducia e gli permise di assumere tutti i poteri, dopo aver fatto le leggi speciali, aboliti gli altri partiti, messi fuori legge i sindacati, ripristinata la pena di morte, istituito il confino per gli avversari politici, Mussolini premette l’acceleratore sul controllo dei mezzi di informazione e sulla propaganda. Anche i monumenti servivano allo scopo.
L’importante per il regime non era la storia, ma lo spot; per costruirlo, come si costruisce uno slogan pubblicitario, occorre mettere insieme due o tre luoghi comuni e suonare la fanfara. In questo caso gli ingredienti erano la guerra del 1914-1918, l’eroismo italico e la data del 24 maggio, che tutti conoscevano per “La canzone del Piave”: Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio…(1)
Con una operazione di Taglia E Cuci – per costruire lo spot – le diverse tessere furono assemblate in fretta e furia, e il lapsus, inesorabile, scattò.
Quel 24 giugno del 1927, un venerdì, era anche il giorno di San Giovanni, patrono del paese (2): altra data simbolica, che avvicinava anche il fascismo persicetano ai cattolici, verso quell’alleanza che nel 1928 avrebbe poi portato il podestà Bosi Menotti a ripristinare il vecchio nome di “San Giovanni in Persiceto”, in luogo del semplice “Persiceto” che i socialisti, con il sindaco Lodi, avevano voluto (3).

Quel giorno, quel 24 giugno, la sostanza vera dell’inaugurazione del monumento, con tanto di fanfara, di nuovo arciprete benedicente, di podestà con consorte, di bottegai e di possidenti, non stava infatti nella commemorazione della cosiddetta Grande Guerra, ma, come tutti in realtà sapevano, nella celebrazione del regime,  che in cinque anni si era trasformato da  esercito privato al servizio degli agrari in potere legittimo e stato: e dettava legge, ed aveva i suoi riti e costruiva i suoi miti.
Appropriandosi disinvoltamente dei numeri romani e della storia recente e passata, attraverso quella specie di obelisco anche i fascisti persicetani volevano costruire un loro pedigree, che dalla lupa capitolina arrivasse all’eroismo italico, all’interventismo e alla guerra. Ed erano talmente ansiosi di aderire a questa loro proiezione ideale che proiettarono inconsciamente più indietro nel passato l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale (4).
A distanza di tanti anni rimane, in piazza Garibaldi, il loro lapsus di marmo, che è al tempo stesso un monumento all’ignoranza e una misura dello spessore culturale del regime.
Non distruggetelo. È storia.

NOTE:

  1. Composta da Ermete Giovanni Gaeta con lo pseudonimo di E.A.Mario nel 1918, “La canzone del Piave” è uno dei primi esempi di mistificazione nazionalistica della Grande Guerra; il suo testo mescola insieme disinvoltamente i nomi di Guglielmo Oberdan, che l’Italia nel 1882 lasciò giustiziare dall’Austria per dimostrare concretamente la propria fedeltà alla Triplice Alleanza e la rinuncia ad ogni rivendicazione su Trento e Trieste, con i nomi di Nazario Sauro e di Cesare Battisti, giustiziati dall’Austria nel 1916. Il Gaeta donò poi le medaglie d’oro che i comuni del Piave gli avevano conferito alla campagna fascista “oro alla patria”, portata avanti nel 1941 da Mussolini e dai suoi pubblicitari.
  2. M.Gandini, Raffaele Pettazzoni negli anni 1926-1927, Materiali per una biografia, in “Strada Maestra” 47: “nel giorno della tradizionale fiera di San Giovanni si inaugurano il monumento ai caduti della Grande Guerra e il nuovo campo sportivo, si tengono vespri solenni e poi un trattenimento nel teatro comunale in onore del nuovo arciprete Amedeo Cantagalli”.
  3. Vedi anche G.Trevisi, Odoardo Lodi sindaco di Persiceto (1907-1912), Argelato 2007.
  4. Vedi G.Trevisi, l’articolo XXIV maggio MCMXIV – Illazioni su una datazione erronea nel monumento di piazza Garibaldi, in “Il delegato in tempo di guerra”, giornalino sindacale dei CoBas ISIS Archimede, n. 19.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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