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L’umbro attestato nelle tavole Iguvine: uasirslo, una parola chiave

di Carlo D’Adamo

Tra i fenomeni linguistici che attraversano i testi delle Tavole Iguvine quello del rotacismo che si spinge fino a coinvolgere anche -s finale merita di essere sottolineato, perché costituisce la norma nelle Tavole V, VI e VII (1). Ma il fenomeno del rotacismo nel suo complesso si presenta in modo contraddittorio e non è semplice darne una interpretazione che sia economica e coerente.

In umbro il rotacismo sembra non riguardare alcuni nomi propri, alcuni etnici e alcuni termini legati al linguaggio liturgico, presenti in forme come asa, museiate, plenasier, urnasier, ecc., nelle quali, sostiene Bottiglioni, “il persistere della sibilante non si spiega agevolmente” (2). Altre forme, come osatu <*opesato e onse <*omeso, “dimostrano come nell’umbro il rotacismo sia posteriore alla sincope” (3). Se il fenomeno è più avanzato di quello attestato in latino, perché coinvolge anche la sibilante in posizione finale, come si spiegano asa, museiate, plenasier, urnasier, ecc.?

Se prescindiamo dalle voci nelle quali è intervenuta la sincope a bloccare il rotacismo, che non ci interessano per la nostra argomentazione, tutte le altre parole nelle quali questo fenomeno non è intervenuto, stando ai nostri documenti, hanno a che fare con la sfera della liturgia religiosa  o con i riti arcaici (asa, che è l’altare, urnasier plenasier, “nelle feste plenarie delle urne”, museiate e anche aseiate, che sono vecchie curie presenti nelle assemblee per i tributi…).

Può darsi allora che la conservatività del lessico sacrale sia spiegazione sufficiente per giustificare il permanere di questi termini nella vecchia forma, così come accade anche nel caso del teonimo hunt (Fontus), da confrontare con il toponimo funtlire (Fontanelle), che conserva ancora h iniziale, mentre il toponimo, che ha seguito l’evoluzione della lingua, l’ha trasformata in f.

Per esemplificare in modo sintetico la nostra ipotesi prendiamo una parola-chiave: uasirslo.
Questo termine rappresenta un vero e proprio anacronismo, perché in esso il lessema arcaico, dato nella forma non rotacizzata, è declinato con una desinenza rotacizzata.
La nostra parola, che può essere scomposta in uas/ir/slo, presenta -slo, morfema formante in umbro i nomina instrumentis (come in ereçlu), posposto ad -ir, desinenza  del nominativo plurale o del ge-nitivo singolare, che declina uas-, lessema corrispondente al latino Las-, non rotacizzato.

   La prima parte della nostra parola quindi (uasir-) corrisponderebbe a Lases o a Laris in latino, e attesta la trasformazione di -s finale in -r, fenomeno recentissimo, perché è presente costantemente nelle Tavole V,VI e VII, ma non nelle prime quattro. Tuttavia, mentre la desinenza è già rota-cizzata, il lessema uas- è dato nella forma arcaica (quella recente, se fosse attestata, sarebbe *uar-).     L’ipotesi più economica e coerente per spiegare un termine stratificato come uasirslo è che esso sia  riesumato nella forma arcaica ma declinato secondo l’uso contemporaneo. La “s” non rotacizzata di uas- potrebbe allora rimandare a tempi antichi (e ai prisci mores, con tutti i corollari ideologici conseguenti), mentre la desinenza rotacizzata -ir costituirebbe indizio della contemporaneità della operazione di recupero della tradizione; di conseguenza la desinenza -ir è un elemento da spiegare sul piano linguistico (o, come si sarebbe detto una volta, della langue), mentre il lessema uas-  è un dato da collocare sul piano del registro stilistico (o della parole).
NOTE

  • Vedi qui l’articolo Il rotacismo nelle Tavole Iguvine. Vedi anche G. Bottiglioni, Manuale dei dialetti italici, Bologna 1954, pag. 70: “è da osservare che -s, mentre per lo più rimane nelle Tav. Ig. I-IV (….), si rotacizza invece nelle Tavole V-VII…” .
  • Ibidem, pag. 70.
  • Ibidem, pag. 69.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

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