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Articoli - Riletture e traduzioni

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La dea Tursa e i cippi di confine nelle Tavole Iguvine

di Carlo D’Adamo (marzo 2008)

1. Riprendendo in mano a distanza di anni il bel saggio di Rykwert “L’idea di città” sono colpito dalle sue osservazioni sull’ambivalenza di Terminus: il dio dei confini ha sia un carattere ctonio, legato al sottosuolo, sia un carattere uranico, legato al cielo; a lui si offrono anche vino e fave, che sono i cibi dei morti, e il suo culto ha somiglianze con i riti periodici per l’apertura del mundus (1).
Evidentemente quella ambivalenza o ambiguità si inseriva in una struttura ideologica comune a gran parte del mondo italico, se anche nelle Tavole Iguvine è presente. In queste quella duplicità viene risolta rappresentando la divinità eugubina equivalente al dio Terminus – la dea Tursa – in due diverse versioni, identificate in due distinti cippi: quello di tursa cerfia, cioè appartenente a Cerus, il dio della terra, e quello di tursa iuvia, cioè appartenente a Giove, il dio del cielo.
Tursa è infatti propriamente la divinizzazione del cippo di confine in umbro, operazione ideologica e linguistica che corrisponde esattamente alla divinizzazione del terminus nel mondo latino. Alla vulgata che collega il teonimo tursa a “terreo” individuandolo come il nome di una divinità bellica “che atterrisce” (2) credo sia preferibile la mia lettura, giustificata sia da ragioni etimologiche che dal contesto delle cerimonie di purificazione dell’esercito.
Nelle Tavole Iguvine la dea tursa (anche nella variante tusa) ricorre in dieci diverse occasioni: nella Tavola Ib (31, 43) e nella IV (19), i cui testi appartengono ad una stratificazione anteriore a quella delle ultime tre Tavole, e nelle Tavole VI b (58, 61) e VII a (41, 46, 47, 49, 53) (3), i cui testi operano una rielaborazione, da collocare probabilmente nell’età augustea, dei testi rimaneggiati e stratificati delle prime Tavole.
2. In Ib 31 si prescrive: tra sate tref vitlaf feitu tuşe çerfie çerfe marties (cioè: “oltre lo spazio sacro tre vitelle sacrifica a Tursa di Cerus, di Cerus Marziale”), aggiungendo subito dopo (Ib 32): peřaia feitu (cioè: “sacrificale seppellendole”). In Ib 40-43 si legge: iveka perakre tusetu super kumne ařfertur prinuvatus tuf tusetutu, hutra furu sehemeniar hatutu eaf iveka tre akeřunie fetu tuse iuvie, espressione che può essere così  tradotta: “una vitella matura chiuda l’officiante sopra il comizio e gli agrimensori ne chiudano due. Le prendano sotto il foro delle riunioni. Siano quelle le tre vitelle da sacrificare nella piazza dell’adunata a Tursa di Giove.” Anche qui si aggiunge (Ib 44): peřaia fetu, “sacrificale seppellendole” (4).
Nell’ambito delle feste “sestentasie”, nel corso della processione nel bosco sacro, durante la quale si sacrificano un maialino e un capretto, dopo aver immolato il maialino a Giovepadre e il capretto a  Pomone Pubblico (Tav. III), il rito prescrive (IV, 17) una libazione supu ereçle hule (“sotto l’altarino del dio Holus”) e una turse super ereçle (IV, 19), cioè “sopra l’altare di Tursa” (o anche “a Tursa, sopra l’altare”, dato che turse può essere sia dativo che genitivo femminile singolare) (5).
Nella lunga riscrittura di Ib operata in VIb si prescrive, tra l’altro, che l’officiante (VIb 53) “quando sarà giunto alla piazza dell’adunata, all’uscita, allora si fermi alla pietra di confine (termnuco)”; e, dopo aver bandito gli stranieri, “alla stessa pietra di confine con gli agrimensori sosti” (VIb 55); poi, dopo ogni giro della triplice circumambulazione intorno a quel cippo simbolico, l’officiante e gli agrimensori devono pregare in silenzio Cerus Marziale, Prestota di Cerus – di Cerus Marziale – e Tursa di Cerus – di Cerus Marziale (VIb 56-64) (6).
Nella lunga riscrittura operata in VIIa si può leggere, tra l’altro: “Oltre lo spazio sacro consacra tre vitelli a Tursa di Cerus, di Cerus Marziale” (VIIa 41). E dopo il terzo giro dell’esercito “chi avrà il bastone sacerdotale e i due agrimensori dal focolare di Tursa così preghino in silenzio: «Tursa di Giove, la città di Tadino, la tribù di Tadino, i veterani in servizio e non in servizio e i giovani arruolati e non arruolati della città di Tadino e della tribù di Tadino, del nome etrusco naharco e japodico, confinali, falli tremare, atterrali, sprofondali, coprili di neve, inondali, bastonali, feriscili, schiacciali, incatenali. Tursa di Giove, sii favorevole e propizia, con la tua pace, all’esercito della città di Gubbio, ai suoi veterani in servizio e non in servizio, ai suoi giovani arruolati e non arruolati, al nome di questi e al nome di quella»” (VIIa 46-51). Infine il testo prescrive che l’officiante e gli agrimensori sacrifichino “nella piazza dell’adunata a Tursa di Giove” le prime tre vitelle prese sotto il Foro (VIIa 51-53) (7).

3. La lunga e complessa cerimonia della triplice deambulazione intorno ad una pietra simbolica di confine, l’entrata e l’uscita dell’officiante e dei suoi coadiutori di qua e di là dallo spazio sacro, nel quale è da identificare il pomerium, la sosta dei celebranti presso le pietre di confine del pomerium (termnesku di Ib 19 vale proprio “presso i cippi di confine” e termnuco di VIb 53, 55, 57 vale “accanto al cippo”), la presenza di “agrimensori” (i due prinuvatus) che coadiuvano l’officiante, i due diversi sacrifici, uno al di là del pomerium, a Tursa di Cerus, e l’altro al di qua del pomerium, a Tursa di Giove, e la stessa associazione di Tursa con Cerus, che è un dio della terra e delle messi (e nel bosco sacro la contiguità di Tursa con Pomone, dio dei frutti, e con il dio Holus, che è dio del verde e degli orti) fanno pensare ad una divinità che rientra piuttosto nel quadro ideologico della prosperità, garantita dai confini che difendono i campi ed il territorio cittadino. Se invece Tursa fosse una divinità della guerra simile a Bellona, i sacrifici in suo onore si dovrebbero effettuare soltanto al di fuori dei confini cittadini, e non anche nella piazza dell’adunata, all’interno del pomerium, vicino al cippo di confine che ne segnala simbolicamente l’entrata.
Inoltre il teonimo tursa rientra a pieno titolo nell’area semantica dei termini che hanno a che fare con i confini, e che occorrono più volte nelle Tavole Iguvine. Infatti nella formula per bandire gli stranieri dalla città di Gubbio viene utilizzato l’imperativo eturstahmo, che si spiega chiaramente come e/turs/stahmo, cioè “fuori dal / confine / ponga”, ovvero “bandisca, espella”, come traducono tutti i commentatori. E se il verbo e/turs/stahom vale “espello”, tursaom, che ricorre più volte nei brani citati (8), formato dalla radice turs- e dalla normale desinenza verbale della 1^ coniugazione, vale “confino, chiudo in un recinto”, e non “atterrisco, metto in fuga”.
La puntualizzazione è importante per comprendere la logica delle azioni che precedono il sacrificio delle tre vitelle in VIIa. Infatti, dal momento che sappiamo da VIIb 2 che le vitelle tra cui bisogna scegliere le tre da sacrificare sono in tutto 12, non ha senso prescrivere che “ne mettano in fuga tre”; è più logico invece tradurre “ne chiudano tre”. Anche la sequenza ehiato ponne iuengar tursiandu hertei (VIIb 2), nella quale i due verbi sembrano in rapporto di opposizione semantica, consiglia di attribuire a tursaom (di cui tursiandu rappresenta la 3^ pers. plur. del cong. pres. passivo) il senso di “chiudere”, dato che ehiato viene rapportato al latino hio e tradotto “apra, metta fuori, lasci andare”: “le metta fuori [le dodici vittime senza difetti dei Fratelli Attiggiani] quali è giusto che siano per la confraternita, quando bisogna che siano chiuse nel recinto le giovenche, dopo che l’officiante Attiggiano ha fatto circumambulare l’esercito” (8).

La radice turs- permette di spiegare etimologicamente anche l’etnonimo tursku con il quale gli umbri identificavano gli etruschi: turs/ku (da *tuders/ku) è trasparentemente formato dal lessema turs seguito dalla posposizione –ku, che in umbro significa “presso” (come in termnesku, scritto in caratteri umbri, e in termnuco, scritto in caratteri latini, in cui la posposizione –ku viene resa graficamente con -co). Tursku è quindi costruito come termnuco e indica, alla lettera, “quello che è presso il confine”, che per gli umbri era il vicino etrusco.

4. Nelle Tavole Iguvine sono termini particolarmente sensibili, perché carichi di valenze ideologiche complesse, quelli riconducibili all’area semantica relativa ai confini, che non è definita soltanto dalla radice turs-, ma anche dalla radice tud- e  dalla radice termn- 
Notiamo intanto che in tud- la dentale |d| deve essere considerata come la normale variante sonorizzata della dentale debole |ř|, che viene regolamente traslitterata con rs nell’alfabeto latino; di conseguenza tud- e turs- possono essere considerati equivalenti. In una scala che riportasse le diverse dentali umbre, dovremmo includere ř, rs, t e d; la loro pronuncia del resto doveva essere simile, se sono così frequenti le oscillazioni, da una parte,  tra la rotata |r| e la dentale debole |rs|, e dall’altra tra la dentale sorda |t| e la dentale sonora |d|. I lessemi tud- e turs-, in altri termini, possono costituire i due diversi esiti coesistenti nati dalla stessa radice; la loro compresenza nell’ambito dello stesso documento non rappresenta una difficoltà, se pensiamo, ad esempio, che in italiano abbiamo sia “occhio” che “oculista”, sia “famiglia” che “familiarità”, sia “succo” che “sugo”, sia “madre” che “materno”, e così via: tra tud- e turs- vi è differenza di sonorità consonantica, ma non differenza semantica.
Dal lessema tud- si formano così in umbro, per esempio, le parole tuder (“confine”, che è all’origine del nome di Todi), tuderato (delimitato, chiuso), e il sintagma tuderor todcor (confini cittadini) (9); da turs- i verbi tursaom (chiudo, confino) ed eturstahom (faccio uscire dal confine, espello, bandisco), il teonimo tursa (la dea del cippo di confine, corrispondente al dio latino Terminus e all’epiteto etrusco tularia riferito a Selvans, dio dei confini) e l’aggettivo tursku (quello che sta presso il confine, cioè il vicino etrusco).

ETRUSCO

OSCO

U M B R O

LATINO

 

TUL-

 

TEREM-

 

TERMN-

 

TUD-

 

TURS-

TERMIN-
FIN- CLAUD-

tular

 

 

tuder

 

terminus

 

 

 

tuderus

 

finibus

 

 

 

tuderato

 

finitum

 

 

termnesku

 

 

apud fines

 

 

termnuco

 

 

apud finem

 

 

termnome

 

 

ad finem

 

 

 

 

eturstahmu

exterminato

 

 

 

 

tursitu

claudito

 

 

 

 

tursiandu

claudantur

 

 

 

 

tursa

Terminus

 

 

termnuku

 

tursku

apud finem, conterminus,
Tuscus

 

teremniù

 

 

 

termini

 

teremniìss

 

 

 

terminibus

 

A questi si aggiunge il lessema termn- (parallelo all’osco teremn-) su cui si forma termnu, identico al latino terminus. Il fatto che questa voce identifichi nelle Tavole Iguvine la pietra intorno alla quale si effettua la triplice deambulazione induce a concludere che, mentre il latino usa terminus sia come parola generica che come voce specialistica (è il nome di una divinità che è rappresentata da un cippo di confine divinizzato), l’umbro usa termn- e tud- solo in senso generico, e attribuisce a turs- il compito di rappresentare il cippo divinizzato.
Ecco perché la dea Tursa è adorata sia come cerfia, cioè appartenente a Cerus, sia come iuvia, cioè appartenente a Giove: perché, in quanto divinità dei confini, esprime sia una valenza ctonia che una valenza uranica.
Credo di poter portare come indizio a sostegno di questa interpretazione anche i due bronzetti etruschi ritualmente seppelliti presso la cosiddetta “Porta bifora” a Cortona: uno rappresenta Culsans, il dio delle porte, e l’altro Selvans (il cui normale epiteto in etrusco è tularia, cioè “dei confini”); ad essi erano dedicati a Cortona l’interno del pomerium e la zona immediatamente esterna. Probabilmente anch’essi appartenevano a quella complessa ideologia simbolica che faceva del cippo di confine il tramite ideale tra sottosuolo, terra e mondo celeste.

Elenco delle figure: 1) I cosiddetti “altari di via Fondazza” (Bologna, Museo Civico Archeologico): si tratta di due cippi di confine monumentalizzati, forse come quelli ai quali a Gubbio venivano offerti sacrifici in onore di tursa cerfia e tursa iuvia; 2) pietra di confine etrusca da Cortona, con iscrizione TULAR RASNAL; 3) bronzetto rappresentante Culsans (da Cortona, Museo dell’Accademia Etrusca).

NOTE

    • Joseph RYKWERT, L’idea di città, Einaudi, Torino 1981, pag. 135
    • La lunga tradizione in questo senso vede pressoché concordi gli interpreti, per esempio V.Pisani, G.Devoto, G.Bottiglioni, J.Untermann, L.Ancillotti, che si basano esclusivamente su motivazioni etimologiche. Tuttavia, anche se l’etimologia è scienza probabilistica, la maggiore o minore fondatezza di un’ipotesi non va misurata in astratto, a prescindere dai testi e dai contesti. Credo che le prescrizioni di VIb e VIIa relative alle cerimonie di purificazione dell’esercito, nelle quali è centrale la deambulazione intorno al cippo di confine ed assume grande importanza ideologica la presenza dei prinuatir, agrimensori che coadiuvano l’officiante, giustifichino la mia ipotesi etimologica, che collega tursa alle radici tur- e tud-, relative ai confini.
    • Per le diverse caratteristiche morfosintattiche delle ultime tre Tavole rispetto alle prime quattro vedi anche il sito www.tavoleiguvine.eu, oltre a C.D’Adamo, Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine, San Giovanni  in Persiceto 2004.
    • C.D’Adamo, op.cit., pagg. 36-37.
    • Ibidem, pagg. 74-75.
    • Ibidem, pagg. 118-119.
    • Ibidem, pagg. 136-137. 
    • Ibidem, pagg. 144-145.
    • Tuder (VIa 10, 11); tuderato (VIa 8) tuderor totcor (VIa 12).

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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