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Articoli - Riletture e traduzioni

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La treccia della nobildonna di Rubiera

di Carlo D’Adamo

Nel bell’articolo Intorno al Cippo II di Rubiera pubblicato negli Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina» (1) Petra Amann sottolinea giustamente l’importanza del motivo “decorativo” tronco-conico verticale che dalla calotta liscia del cippo discende senza soluzione di continuità …., corre lungo buona parte del fusto visibile e termina poco al di sopra del limite inferiore del secondo fregio figurato. … Tale elemento è reso in leggero rilievo rispetto alla decorazione figurata, si assottiglia fino alla metà del secondo fregio, per poi allargarsi a ventaglio nella sua terminazione…

L’interpretazione proposta dal Colonna, seguito da Bonamici, Macellari ed altri, è che ci si trovi di fronte ad un cippo a clava su base modanata. La Bermond Montanari suggerisce di leggere l’elemento verticale come “una specie di mazza o clava o probabilmente immanicatura di un’ascia rastremata verso il basso”. Il Patroncini vede nella calotta del cippo “una tiara fermata secondo l’uso orientale da nastro decorato annodato sul retro, ricadente sulla schiena e concluso con un fiocco” (2).

Petra Amann, allegando una sintetica antologia iconografica, dimostra che l’elemento tronco-conico verticale è la rappresentazione schematica della lunga treccia che caratterizzava l’acconciatura delle figure femminili nell’Etruria orientalizzante. Portando a sostegno delle sue conclusioni un certo numero di esempi di figure femminili con lunga treccia posteriore (dal trono ligneo della Tomba 89 Lippi di Verucchio all’elemento di mobile di legno della Tomba B/1971, sempre di Verucchio, a una serie di bronzetti da Vetulonia, a una figurina in terracotta del cinerario di Montescudaio, a una statuetta d’avorio da Marsiliana d’Albegna, alle statuette in bucchero dal Poggio Gallinaro a Tarquinia ….) l’archeologa è in grado di affermare quindi che il cippo rappresenta simbolicamente l’effigie di una defunta.

Sapere con sicurezza che la persona rappresentata era una donna permette di fare chiarezza nella lettura dell’iscrizione  del cippo, che inizia con le parole kuvei puleisnai mi (il nome della defunta seguito dal pronome personale mi) e, dopo una lunga lacuna dalla quale emergono solo frammenti, prosegue con zilath misalalati amake.

A questo punto la Amann propone di “riconoscere nel Cippo II di Rubiera  il segnacolo funerario in schematica forma antropomorfa di Kuvei Pulesnai, eretto da uno zilath dal nome purtroppo sconosciuto, marito o forse figlio di Kuvei…. Entrambi appartengono senz’altro al ceto aristocratico operante nell’Etruria padana. La stretta connessione tra la carica di zilath e il toponimo misala fa pensare a competenze non solo militari, ma anche amministrative dello zilath del cippo II di Rubiera (3).”

Tuttavia non è affatto certo che misalalati sia leggibile come un toponimo con posposizione locativa –ti, sia perché la posposizione –ti è tarda e nella forma arcaica è regolarmente –thi, sia perché si appone di norma al caso genitivo o al locativo (sarebbe quindi misalalalthi o misalalaithi). Inoltre occorre aggiungere che la congettura che il nome dell’antica città di Marzabotto fosse Misa (nome ricavato dal vicino toponimo di Pian di Misano) – dalla quale deriva la suggestione che misalalati possa costituire un toponimo – è congettura che risale a Leandro Alberti ma che allo stato dei fatti, nonostante venga ripetuta da centinaia di anni, rimane una pura e semplice congettura.

Alla grande importanza della inequivocabile attribuzione del cippo ad una figura femminile non segue una adeguata e necessaria rilettura del testo; eppure Zavaroni, puntando sull’appartenenza del segnacolo funerario ad una nobildonna che parlava in prima persona (4), nel Convegno di Reggio Emilia sui Cippi di Rubiera aveva già proposto nel 2005 una lettura più rispettosa della sintassi.

Delle congetture di De Simone che, usando il metodo etimologistico che a parole aborre, spezza la stringa zilath misalalati facendo lo zilath titolare dell’iscrizione, ponendo mi in posizione enfatica e collegando sala ad “un noto idronimo paleoeuropeo” che a suo dire individuerebbe il nome etrusco del Secchia, abbiamo già parlato (5).

La dimostrazione che il cippo, che parla in prima persona, rappresenta una figura femminile, mette definitivamente fuori gioco la segmentazione da lui proposta e la sua lettura del testo, ed anche i ripensamenti del Colonna (6).

Qui una nobildonna, rivendicando la sua condizione sociale di appartenente al ceto dirigente, dice di essere stata madre (ati) del sal; salal, regolarmente anteposto ad ati, è infatti il regolare genitivo singolare del sostantivo sal, copiosamente documentato anche nel Liber Linteus, nelle Lamine di Pyrgi, a Tarquinia, a Vulci e altrove. Con la voce sal in etrusco si individua una carica religiosa importante (forse una specie di rex sacrorum); da questo termine probabilmente deriva il latino Salii, il collegio dei quali, secondo le fonti antiche, risale ai tempi di Numa Pompilio.

Il termine latino Salii è normalmente fatto derivare da “saltare”. Sostiene Varrone: Salii a salitando (7); si tratta evidentemente di una paretimologia. Mentre a Roma i Salii erano i depositari delle cerimonie legate al culto di Marte, a Tivoli i Salii erano legati al culto di Ercole. Da qui la ragionevole ipotesi che essi costituissero la continuazione fossile di un’antica istituzione liturgica (una confraternita) legata a culti locali.

Se torniamo all’iscrizione del cippo, alla quale la dimostrazione di Petra Amann conferisce oggi piena leggibilità, è possibile uscire dalla sfera delle ipotesi per proporre una segmentazione e una lettura del testo rispettose del contesto, della grammatica etrusca e del ragionamento filologico.

Scopriamo allora che Zavaroni, nel suo intervento al convegno di Reggio Emilia del 2005, aveva ragione al novanta per cento.

È sua la  proposta di suddividere il sintagma misalati in tre voci, mi, salal e ati, ampiamente attestate nell’epigrafia etrusca e facilmente traducibili: il pronome personale mi, il termine sal con morfema genitivale al, e la nota ati, “madre”. Sul senso di questa parte dell’iscrizione, dopo l’importante conferma dei dati archeologici, non ci sono dubbi: “io la madre del sal”. Allargando poi la lettura all’insieme della proposizione, nella quale mi / salal / ati è preceduto da zilath e seguito da amake, Zavaroni propone di leggere zilath come un complemento oggetto (si ricorderà che l’etrusco non conosce la marca dell’accusativo, se non per i pronomi) retto da amake, e traduce quindi l’intera espressione praetorem ego regia mater coniunxi. Egli ritiene infatti, sulla base della costante ellissi del verbo essere nelle epigrafi funerarie con la formula “figlio di…”, che amake rappresenti non il preterito del verbo essere, come unanimemente si ritiene, ma il preterito di un verbo il cui significato a suo parere è unire, congiungere, o simili (8).

Su quest’ultima parte della sua traduzione mi sia permesso avanzare qualche

dubbio, che nasce dall’osservazione della struttura del testo.  

Poiché i frammenti superstiti dell’iscrizione lasciano intravedere un elenco di proposizioni scandite dall’iterazione del pronome personale mi (mi iśive … mi seksenke zilath mi salal ati amake), mi sembra logico legare l’ultimo mi a ciò che segue e considerare zilath come l’oggetto retto dal preterito, di cui resta solo la parte finale (…enke), della formula precedente. L’ultima formula quindi, mi salal ati amake (io sono stata la madre del sal [o “di un sal”]), costituisce una frase di senso compiuto, e conclude quella specie di cursus  honorum che la nobildonna Kuvei Pulesnai si attribuisce, forse come figlia di un personaggio famoso (se se… sta per sech), probabilmente come moglie di uno zilath (se …enke è residuo di un verbo che regge zilath) e sicuramente come madre di un sal.       

Kuvei puleisnai

mi xxxve

mi sech… […]

(mi) […] enke zilath

mi salal ati amake

NOTE

  1. Petra Amann, Intorno al Cippo II di Rubiera, in Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», volume XV, “La colonizzazione etrusca in Italia”, Roma 2008, pagg. 247-272.
  2. Ibidem, pagg. 253-254.
  3. Ibidem, pag. 263.
  4. A. Zavaroni, “Osservazioni sulle iscrizioni dei Cippi di Rubiera”; intervento al Convegno sui Cippi di Rubiera il 29 novembre 2005 presso il Museo Civico Archeologico di Reggio Emilia.
  5. Vedi qui l’articolo “Massimo Pallottino. Onoranze formali e lezioni sostanziali”.
  6. G. Colonna, in G. Sassatelli, E. Govi (a cura di), Culti, forma urbana e artigianato a Marzabotto. Nuove prospettive di ricerca. Atti del Convegno di studi Bologna, S. Giovanni in Monte 3-4 giugno 2003, Bologna 2005, pagg. 317-320.
  7. Varro, De lingua latina, V 85.
  8. A. Zavaroni, “Osservazioni…ecc.”, citato.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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