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Articoli - Riletture e traduzioni

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Il toponimo Karalis a Lemno? Una nuova interpretazione della stele di Kaminia

di Carlo D’Adamo

La placchetta d’avorio a forma di leone accovacciato rinvenuta a Roma presso il santuario di Sant’Omobono e risalente alla prima metà del VI secolo a.C., all’epoca, cioè, della monarchia etrusca, che testimonia la presenza a Roma di un mercante il cui nome, scritto in etrusco sull’avorio, è araz silqetenas spurianas (1), costituisce probabilmente la prima testimonianza scritta del toponimo di Sulci. Il gentilizio Spuriana e la sua variante Spurina (da collegare etimologicamente al nome etrusco della città, spur) sono ampiamente attestati, soprattutto a Tarquinia, e Silqetena è un normale aggettivo formato sulla base Silq-, che potrebbe indicare proprio la città di Sulci. La possibile traduzione della iscrizione sulla tessera d’avorio è quindi “Araz Spuriana di Sulci”, o, nel caso che in questo testo Spuriana non costituisca un gentilizio ma debba essere considerato a tutti gli effetti un aggettivo, come era in origine, “Araz della città di Sulci”. La placchetta d’avorio era con ogni evidenza utilizzata come tessera hospitalis e garantiva al suo portatore accoglienza ospitale alle stesse condizioni che a Sulci Araz garantiva al suo corrispondente romano (2).
Ma quella placchetta d’avorio forse non è l’unico documento che allude con evidenza ad un toponimo sardo; forse anche la famosa stele di Kaminia, scoperta nel 1885 nell’isola di Lemno, può alludere, nella sua iscrizione laterale, ad una città sarda, e precisamente a Karalis.
L’ipotesi della possibile menzione di Karalis nel testo della stele di Lemno si basa sulle considerazioni che cercherò qui di riassumere sinteticamente.
In quel monumento è raffigurato un importante personaggio, aker tavarsie, nipote di colaie, figlio della vanalaśi, del distretto di Myrina (località dell’isola di Lemno) che visse sialchveis avis (sessant’anni) (3).

Ma ecco la restituzione completa del testo e la sua discussione. Nel lato A, iniziando da destra, si hanno tre enunciati: holaies naphos siasi // marasm av śialchveis avis eviśtho seronaith sivai  // aker tavarsio vanalaśial seronai morinail.
Nel lato B, iniziando da sinistra, si ha il seguente enunciato:  holaiesi fokasiale seronaith evistho toverona [ ] rom haralio sivai eptesio arai tis foke sivai avis sialchis maras avis aomai.
Traduzione del lato A: “Di Colaie nipote legittimo // e magistrato eponimo, di 60 anni, nel distretto di Efestia visse // Aker Tavarsie (figlio) della Vanalasi nel territorio di Myrina.
Traduzione del lato B: “Sotto Colaie il Focese nel territorio di Efestia  ambasciatore [..] a Cagliari visse, a sette anni giunse da Focea, visse anni 60, fu magistrato eponimo”.
Aker Tavarsie (Tavarsie è il gentilizio) viene indicato anche con il nome della madre (Vanalaśi); si dice di lui che è naphos siasi di Colaie. Il Facchetti ha collegato alla radice zia- (“diritto”) il termine siasi, che quindi corrisponderebbe all’espressione inglese “in law” (4). Aker Tavarsie sarebbe quindi “nefew in law” di Colaie. L’espressione potrebbe indicare una parentela acquisita per via materna: Colaie sarebbe zio acquisito di Aker Tavarsie. È possibile tuttavia anche un’altra ipotesi: Colaie potrebbe essere il padre della Vanalaśi, e l’espressione naphos siasi potrebbe essere indizio di una istituzione giuridica sul tipo dell’epiclerato. In questo caso, anche se non è espresso, il gentilizio di Colaie sarebbe Tavarsie. Colaie Tavarsie adotta Aker che quindi diventa suo erede diretto anche se figlio di sua figlia. In questa ipotesi l’eredità ed il gentilizio passano dal nonno al nipote, bypassando il padre, che non fa parte della gens alla quale appartiene invece la Vanalaśi  (della quale si tace la paternità perché sottintesa: è figlia di Colaie Tavarsie). A sostegno di questa ipotesi sta la struttura onomastica lemnia: il prenome è seguito dal gentilizio e poi dal patronimico, come nell’uso latino (es: Lucio Tetteio figlio di Tito), a differenza di quanto scrivono gli umbri e gli etruschi della Val Padana (Lucio figlio di Tito Tetteio (5)). L’uso lemnio rende quindi superflua l’indicazione del gentilizio accanto al nome Colaie, che viene accompagnato soltanto dal soprannome “il Focese”. 
Nel sintagma marasm av la -m di marasm è l’enclitica copulativa che, come l’analoga –c, corrisponde alla latina –que. Credo che abbiano ragione coloro che interpretano av come abbreviazione di avis (6), alla luce dell’analoga clausola del lato B: maras avis aomai. Ritengo tuttavia che avis non vada letto, in questo caso, come l’indicazione che Aker Tavarsie fu magistrato “per un anno”: infatti gli elogi funebri tendono ad enfatizzare l’importanza del defunto, e in casi simili di solito dicono soltanto “fu magistrato”, anziché usare l’espressione limitativa “fu magistrato per un anno” (7). Credo quindi che l’espressione maras avis, come sostiene anche De Palma (8), stia a significare “magistrato dell’anno”, ovvero “magistrato eponimo”, cioè quel pubblico ufficiale che aveva il diritto di dare il proprio nome all’anno in cui egli era in carica (come i consoli a Roma, o l’arconte eponimo ad Atene). L’esistenza della magistratura eponima a Lemno è confermata dalle prime parole del testo del lato B: infatti l’espressione holaiesi phokasiale va intesa come una formula di datazione (“sotto Colaie il Focese”), esattamente come le analoghe formule ricorrenti anche in etrusco, oltre che in osco, umbro, greco, latino, ecc., che attestano l’esistenza di magistrature eponime.

La clausola eviśtho seronaith sivai (nella quale sivai va rapportato alla radice etrusca sval-, “vivere”) e le successive seronai morinail, nel lato A, e  seronaith evistho, nel lato B, ruotano intorno ad un termine, serona, che accompagna prima il toponimo eviśtho (“Efestia”, nome di una città di Lemno) e poi il toponimo morinail (“Myrina”, nome di un’altra città di Lemno). A serona (che si presenta una volta con la desinenza locativa –i e due volte anche con la posposizione locativa -th apposta alla desinenza locativa) può essere quindi attribuito combinatoriamente il valore di “territorio, distretto, provincia”. La forma  morinail va letta come morina + desinenza locativa i + desinenza genitiva l, secondo il comportamento sommatorio tipico delle lingue agglutinanti. La forma eviśtho è meno chiara, nel senso che la –o dovrebbe qui marcare una funzione locativa. Secondo De Palma eviśtho è indeclinabile (9).
Nel lato B il termine toverona ci rimanda all’etrusco tevarath, didascalia che identifica in un affresco della “Tomba degli Auguri” di Tarquinia un personaggio con il bastone ricurvo che sembra osservare o dirigere i giochi. Senza dubbio il termine può essere messo in relazione con greco theoròs, che significa osservatore, ambasciatore, messo, rappresentante di uno stato, inviato ufficiale (ai giochi olimpici,all’oracolo di Delfi…). Per questo traduco con “ambasciatore” la funzione esercitata da Aker quando Colaie governava il distretto di Efestia.
Il termine eptesio – da collegare all’etrusco semph, al latino septem, al greco heptà – è probabile derivazione dal numerale (*epte?) che in lemnio vale “sette”; potrebbe quindi significare, come il greco heptétes, “settenne”, “all’età di sette anni”. Il termine testimonia che allo spirito aspro presente in greco non corrisponde necessariamente il segno “h” nell’alfabeto lemnio, e che la lingua lemnia è attraversata contemporaneamente da fenomeni di spirantizzazione e di sonorizzazione, che non agiscono apparentemente in modo organico. Per questo non è detto che Holaie sia rapportabile a hulaiòs greco (“selvatico”), come sostiene la maggior parte dei commentatori; potrebbe essere accostato anche a kelainòs (“nero”).
Infine l’espressione haralio sivai, strutturalmente parallela alla precedente evistho seronaith sivai, nonostante segua una lacuna dalla quale emerge soltanto la parte finale di una parola (-rom), forse può fornirci indicazioni particolarmente interessanti. Se prendiamo come riferimento la tendenza della lingua etrusca alla lenizione, cioè a trasformare in sorde le sonore e in spiranti le sorde, e ipotizziamo che il lemnio presenti abitudini fonetiche analoghe, la grafia haralio potrebbe rappresentare nel sistema grafico lemnio il toponimo karalio, nel quale non facciamo fatica a riconoscere una forma del nome della città-stato sarda di Karalis. Vero è che manca una posposizione locativa (presente invece in seronai-th); tuttavia ciò accade anche per evistho, come abbiamo sottolineato sopra, ed evistho identifica sicuramente Efestia, città dell’isola di Lemno. Non rimane quindi che ammettere con De Palma che anche la forma haralio, come evistho, sia indeclinabile, oppure che la –o finale costituisca a tutti gli effetti una desinenza locativa. In effetti la “o” dell’alfabeto lemnio potrebbe marcare una vocale debole dal suono compreso tra la o e la e, come ad esempio nel meridionale chistë. Indizio in questo senso potrebbe essere non solo il morfema –ona di toverona e di serona, che pare corrispondere al noto suffisso etrusco –enna per formare aggettivi, ma anche la –o del nome proprio tavarsio, che potrebbe corrispondere in etrusco ad una –e.
Ma anche se l’ipotesi che Haralio (=Karalië) possa formalmente essere un locativo (in etrusco ne troviamo in –i, più recentemente in –e, con e senza la posposizione thi) è ammissibile, resta da vedere se il toponimo possa riferirsi proprio a Karalis. Non è possibile ovviamente dimostrare che le cose stanno senza dubbio così, ma è possibile svolgere qualche riflessione che porta a non escludere questa possibilità.
Si è detto che Aker Tavarsie è nipote di Colaie il Focese; si è detto inoltre che il termine eptesio potrebbe spiegarsi con greco heptétes (“settenne”). Se assumiamo come riferimento l’anno 546 a.C., nel quale i persiani di Ciro il Grande distruggono Focea, e immaginiamo che Aker Tavarsie settenne abbia abbandonato Focea in quell’occasione, possiamo ipotizzare che egli fosse nato nel 553 a.C. e che la sua morte sia avvenuta nel 493.
Il soprannome “Focese” del nonno (o, se si vuole, dello zio), potrebbe 1) ricordare l’origine focese, 2) riferirsi semplicemente al fatto che Colaie aveva abitato a Focea; 3) alludere alla sua partecipazione alla guerra contro i Focesi. Nella seconda ipotesi la residenza a Focea testimonierebbe la presenza in quella città di un fondaco lemnio e di un gruppo di mercanti lemni là trasferiti per stabilire relazioni commerciali. Se la loro attività commerciale era in qualche modo legata alle sorti di Focea e al controllo di alcuni scali del Mediterraneo, lo spostamento della loro presenza ad occidente, dopo la distruzione di Focea, è ipotesi verosimile, e la possibilità che haralio alluda a Karalis non è così remota.
Nella terza ipotesi, se cioè Colaie è soprannominato “il Focese” per la sua partecipazione al conflitto contro i focesi della Corsica, il teatro delle sue gesta si sarebbe spostato per forza da Lemno al Mar Sardo, allo specchio di mare tra Corsica e Sardegna, per partecipare allo scontro che aveva visto da una parte cartaginesi ed Etruschi di Cere, alleati tra loro, e dall’altra i focesi. Quel conflitto, culminato nella battaglia di Alalia, pose fine a decenni di buoni rapporti commerciali tra etruschi e focesi.
Quando era avvenuta la battaglia di Alalia, circa nel 535 a.C., Aker Tavarsie poteva avere diciotto anni. È teoricamente ammissibile che in seguito sia stato inviato come ambasciatore a Cagliari,  per verificare come era la situazione dopo il ritiro dei focesi dalla Corsica, o per stabilire nuove alleanze commerciali che permettessero ai mercanti di Lemno  di fare scalo in Sardegna. Questo contesto “occidentale” riporterebbe il tempo dell’iscrizione non alla metà del VI secolo (all’ epoca, cioè, della caduta di Focea), ma all’inizio del secolo successivo.    
Se effettivamente il soprannome di “Focese” alludesse alla partecipazione di Colaie alla guerra contro i Focesi, la possibilità che Haralio indichi Karalis è ancora più concreta. Aker Tavarsie, in questo caso, potrebbe aver partecipato a Cagliari a qualcosa di importante che la nostra scarsa conoscenza del lemnio, da una parte, e la lacuna del testo dopo toverona, dall’altra, ci impediscono di comprendere.

Gli affreschi di molte tombe Tarquiniensi come quelle della Tomba degli Auguri, dei Giocolieri, delle Olimpiadi, si devono alla scuola di un pittore operante a Tarquinia alla fine del VI secolo a. C., un greco orientale, un “focese”. Nella Tomba degli Auguri il “giudice di gara” su cui è scritta la didascalia tevrath sembra corrispondere al greco theoròs (che designa anche l’inviato ufficiale di uno stato ai giochi olimpici, una sorta di osservatore o di ambasciatore) e potrebbe corrispondere al lemnio toverona.
Nella più tarda Tomba dell’Orco le iscrizioni hanno tramandato il gentilizio della famiglia proprietaria del sepolcro: in etrusco è murina, una evidente derivazione dal toponimo lemnio Myrina, che nella stele di Lemno è scritto morina. Tutti indizi, questi, degli stretti rapporti tra Egeo e Mediterraneo occidentale, tra mondo etrusco e Lemno, tra etruschi e focesi, che contribuiscono a rendere accettabile l’ipotesi che nella stele di Lemno haralio alluda proprio a Karalis.

Elenco delle figure: 1) La stele di Lemno; 2) Traslitterazione del lato A e del lato B della stele di Lemno; 3) Parte dell’affresco della Tomba degli Auguri di Tarquinia con il tevarath dotato di bastone ricurvo.

  • REE 47, n29. La formula può essere interpretata, a mio parere, non tanto, secondo l’uso etrusco classico, come prenome +  gentilizio + patronimico (nel qual caso il gentilizio sarebbe silqetenas), ma più probabilmente come prenome + patronimico + gentilizio, o, meglio, come prenome + soprannome + gentilizio. Infatti il gentilizio Spurina o Spuriana è ampiamente attestato, e silqetenas ha tutta l’aria di un soprannome legato alla città di Sulci: “il Sulcitano”.
  • V. in C.D’Adamo, I Sardi nella guerra di Troia, San Giovanni in Persiceto 2007, pag. 59.
  • Vedi in C.De Palma, La stele iscritta di Kaminia (Lemno): Una nuova lettura, in Atti e memorie dell’Accademia Toscana di scienze e lettere: La Colombaria vol. 65, nuova serie 51, Firenze 2000.
  • G.M.Facchetti, L’enigma svelato della lingua etrusca, Roma 2000, pag. 30.
  • G.Devoto, Il linguaggio d’Italia, III ed. BUR, Milano 1984,  pag. 62.
  • Av abbreviazione di avis: così anche De Palma, op.cit.
  • Così Franz Skutsh, Etruskische Sprache, nella Real Encyclopaedie Pauly-Wissowa tradotto in  G.Pontrandolfi, Gli Etruschi e la loro lingua, Foggia 1981 (II edizione anastatica), 154: “Nelle iscrizioni sepolcrali laudative allora soltanto viene indicato che un tale ha coperto un uffizio per un certo numero di volte, se tale uffizio fu da lui tenuto più volte; nessuno metterebbe in un elogio un semel consul, semel censor, semel aedilis”. A questa affermazione, che condivido, non va però attribuito valore normativo. In un cursus honorum alle diverse cariche ricoperte possono corrispondere periodi diversi: tre anni, due anni, un anno, e così via; solo nel caso in cui si parli di una sola funzione pubblica ricoperta si tacerà il numero di anni, se questo si riduce all’unità.
  • C.De Palma, op.cit., pag. 14.
  • Così De Palma per quanto riguarda evistho: “il toponimo sembra indeclinabile”, op.cit., pag. 15.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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