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Articoli - Riletture e traduzioni

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Aethera, atra, terra. Il frammento della ninfa Vegoia

di Carlo D’Adamo

§1. Nel frammento della ninfa Vegoia tramandato nei testi dei Gromatici Veteres (1) leggiamo: Scias mare ex aethera remotum. Cum autem Iuppiter terram Aetruriae sibi undicauit, constituit iussitque metiri campos signarique agros. Sciens hominum auaritiam vel terrenum cupidinem, terminis omnia scita esse uoluit. Quos quandoque quis ob auaritiam prope nouissimi octaui saeculi data sibi homines malo dolo uiolabunt contingentque atque mouebunt. Sed qui contigerit atque moueritque, possessionem promovendo suam, alterius minuendo, ob hoc scelus damnabitur a diis. Si serui faciant, dominio mutabuntur in deterius. Sed si conscientia dominica fiet, caelerius domus extirpabitur, gensque eius omnis interiet…. Nel brano riportato sorprende il fatto che, mentre il secondo enunciato afferma che “Giovepadre rivendicò per sé la terra d’Etruria”, stabilendo e ordinando di misurare la campagna e delimitare i campi, il primo enunciato non parla inequivocabilmente della separazione tra mare e terra, ma tra mare ed aethera, cioè, come molti traducono di solito, tra mare e cielo. Se così fosse, però, il nesso logico di implicazione-correlazione stabilito con la particella avversativa autem – che serve anche ad introdurre la proposizione minore in un sillogismo – non porrebbe qui logicamente in relazione tra loro una premessa generale ed un enunciato che la precisa o la corregge, ma due enunciati non collegabili. Diverso sarebbe se si traducesse: “Sappi che il mare fu separato dalla terra; ma che Giove, rivendicando per sé la terra d’Etruria, stabilì e ordinò che le campagne fossero misurate e i campi delimitati”. In questo caso infatti l’opposizione tra “mare”, elemento non misurabile e divisibile, e “terra”, misurata e delimitata, costituirebbe il logos in grado di sorreggere la correlazione tra i primi due enunciati. Aethera, insomma, definisce un concetto all’interno del quale trova naturalmente posto terra.

Se il sintagma ex aethera (che presuppone un nominativo singolare aethera non attestato) viene tradotto “dal cielo”, il brano della ninfa Vegoia assume la seguente logica incoerente: “Sappi che il mare fu separato dal cielo; ma che Giove, rivendicando per sé la terra d’Etruria, stabilì e ordinò che le campagne fossero misurate e i campi delimitati”. Tuttavia è possibile e giusto tradurre ex aethera con “dalla terra”, poiché l’ampia latitudine semantica del sostantivo neutro latino aether, da collegare al greco ‘αιθήρ, spazia tra due diversi significati: il primo, che è quello di “aria”, “atmosfera”, è coerente con quello del termine greco corrispondente; il secondo, che è quello di “terra”, “mondo abitato”, contrapposto al mondo sotterraneo, è attestato anche in Virgilio e in Ovidio.

  §2. Nel canto VI dell’Eneide Virgilio fa dire alla Sibilla cumana (2):

(…) facilis descensus Averno:

noctes atque dies patet atri janua Ditis ;

sed revocare gradum superasque evadere ad auras,

hoc opus, hic labor est. Pauci, quos aequus amavit

Iuppiter, aut ardens evexit ad aethera virtus,

Dis geniti potuere………..

“Facile”, dice la Sibilla, “è scendere all’Averno: la porta del nero Dite è aperta notte e giorno. Ma tornare indietro e uscire fuori all’aria del mondo di sopra, questa è la fatica, questa la difficoltà. Solo pochi, generati dagli dei, che Giove favorevole amò o che l’ardente valore sollevò su fino a rivedere la luce, hanno potuto farlo.” Il sintagma ad aethera – qui reso con “fino a rivedere la luce” – è  espressione sinonimica di ad auras superas e non si riferisce al cielo, ma al mondo dei vivi. Anche trecento versi dopo, sempre nel VI canto, Virgilio usa di nuovo aether nella stessa accezione (3):

(…) Quam vellent aethere in alto

nunc et pauperiem et duros perferre labores!

“Ma ora quanto vorrebbero sopportare miseria e dure fatiche su nel mondo di sopra!”, dice Virgilio, parlando dei suicidi che, odiando la luce, gettarono via la propria anima, e adesso che sono nell’Averno vorrebbero, ma non possono più, tornare indietro. Anche qui il sintagma aethere in alto va sciolto con riferimento alla terra, al mondo dei vivi, piuttosto che al cielo.

Il problema che si pone è il seguente: in questi brani aether nel senso di “mondo” o “terra” in contrapposizione a “sottosuolo” o “mondo infero” è semplice dilatazione semantica di aether nel significato di “cielo” e “luce”? O ci troviamo di fronte alla sovrapposizione di due diversi termini, evi-dentemente simili, uno attestato anche in greco (‘αιθήρ) indicante il cielo, ed un altro, presente in etrusco e anche in umbro, indicante la terra?

§ 3. Nelle Metamorfosi (4) il termine è utilizzato anche da Ovidio, quando parla del dio Sole e di Leucòtoe:

Ille quidem, gelidos radiorum viribus artus,

Si queat, in vivum temptat revocare calorem;

sed quoniam tantis fatum conatibus obstat,

nectare odorato sparsit corpusque locumque,

multaque praequestus “Tanges tamen aethera” dixit.

“È vero che egli tentò” scrive Ovidio del dio Sole “se gli riusciva con il potere dei suoi raggi riportare al calore della vita le gelide membra, ma poiché il destino si oppose a tutti i suoi tentativi, cosparse di nettare odoroso il corpo ed il luogo, e, dopo molti lamenti, giungerai comunque sulla terra, disse”. È il Sole che tenta di riportare in vita Leucòtoe, seppellita viva dal padre Òrcamo perché ha ceduto al dio, che – non riuscendo a resuscitarla – la trasforma in un arbusto d’incenso e le dice: tanges tamen aethera.

Per definire il concetto di “terra” Ovidio usa nello spazio di 76 versi del IV libro (194-270) due volte terrae al plurale, una volta tellus, una volta aethera al plurale, una volta terra al singolare, una volta humus, una volta harena e una volta solum. Il termine terrae al plurale è riferito al sole che scalda “tutte le terre” con le sue vampe e alla luna che si avvicina “alla terra”, e pare quindi indicare la terra nella sua globalità; tellus (che “può vedere tutte le cose grazie al sole”) pare riferirsi piuttosto alla terra come organismo vivente; harena (un “pesante mucchio di terra”) si riferisce invece alla terra come materia, ed anche terra al singolare è utilizzato come harenahumus (usato per descrivere Clizia che, desolata, siede per terra) si riferisce al suolo, come solum. Invece aether (qui al plurale) è la superficie, il mondo dei vivi, contrapposto al sottosuolo, che è il regno dei morti.

Il termine conferma anche in Ovidio una opposizione semantica tra ciò che è sotto il suolo e ciò che è sopra, tra il mondo degli inferi e il mondo terreno. Viene in mente la complessa cerimonia religiosa della individuazione del “centro” sacro della città (o della centuriazione), nella quale il punto centrale, dal quale scaturiva l’asse che originava la successiva ripartizione, era al tempo stesso punto di congiunzione tra l’asse celeste, il mondo terreno e il sottosuolo. Il concetto di aether sembra appartenere a questa struttura ideologica, perché individua la terra come elemento di separazione tra il mondo infero e la sfera celeste.

Allora l’opposizione tra “mare” ed “aethera” del frammento della ninfa Vegoia allude probabilmente anche alla separazione tra mondo degli inferi (caratterizzato dalle acque) e mondo terreno (caratterizzato dall’aria).

 §4. Nelle Tavole Iguvine ahtrepuřatu  (IIa 24, 25, 31, 38) e atrepuřatu (IIb 18) accanto ad atropusatu (VIb 36) e ad ahatrapursatu (VIIa 23, 36) sono le forme con cui graficamente è reso l’imperativo futuro che i traduttori rendono con “tripudi” ed interpretano come *ad-tri-pod-a-tod (5).

Tuttavia la voce attesa dovrebbe essere ařtripuřatu o artripursatu: il prefisso ad- infatti dovrebbe dar luogo ad ař- o ad ar- (con la dentale debole ř o la rotata r); inoltre il prefisso tri- preposto ad altri lessemi dà sempre tri- (tribisine: VIa 54; tribřiçu: Va 9; triiuper: Ib 21, 22 e IIb 25; trioper: VIb 55 e VIIa 51; tripler: Va 21), non dà mai tre- né tantomeno tra- (o tro-). Difficilmente spiegabile è inoltre anche lo sviluppo di ah- da *ad-. Poiché combinatoriamente è possibile tradurre “batta il piede per terra”, si può ipotizzare che la prima parte dell’imperativo, ahtre o atre, atro o ahatra, consista in un sostantivo declinato nel caso locativo nelle Tavole IIa e IIb, scritte in alfabeto umbro-etrusco, e declinato in accusativo nelle Tavole VIb e VIIa, incise in alfabeto latino.

Nelle prime il locativo atre o ahtre (“per terra”) è spiegabile con l’uso intransitivo di puřatu; nelle seconde, probabilmente, pusatu (e così pursatu) viene usato in modo transitivo (esattamente come il latino pulso: calpestare, percuotere). L’uso transitivo del verbo giustifica sia la forma ahatra (cioè ahatram) sia la forma atro (=atram): ambedue con apocope della consonante finale della desinenza dell’accusativo, fenomeno frequentissimo in umbro sia per le desinenze del singolare che del plurale; e la seconda con il consueto scambio tra -o ed -a, normale sia nelle forme dell’accusativo singolare femminile che nei casi retti del neutro plurale. In conclusione, è possibile formulare per la prima parte del nostro verbo (ahtre-puřatu o atre-puřatu) l’ipotesi della derivazione da un sostantivo della prima declinazione, “atra” o “ahatra”, con il significato di “terra”, di cui atre costituirebbe il locativo singolare e le forme atro o ahatra (in atro-pusatu di VIb 36 e in ahatra-pursatu di VIIa 23, 36) costituirebbero l’accusativo singolare.

 §5. Se torniamo al brano della ninfa Vegoia (§1) riportato nei Gromatici Veteres, occorre notare, non per inciso, che aethera ed Aetruria iniziano con le stesse lettere; non è quindi azzardato supporre che si formino sulla base dello stesso lessema, o addirittura che Aetruria derivi da aethera. Se così fosse, il testo originario conterrebbe un gioco di parole tra aethera, terra ed Aetruria che va perso nella traduzione (“sappi che il mare è stato separato dalla terra, ma che Giove rivendicò per sé la terra dell’Etruria”), perché noi oggi non riusciamo più a cogliere il nesso tra i tre termini che avevano a che fare probabilmente tutti con la “terra”. Tuttavia il poleonimo etrusco velathri (oggi Volterra), traslitterato – o tradotto? – in latino con Volaterrae, è indizio del probabile significato di “terra” del termine etrusco ahtri. In esso infatti il primo elemento, Vola, corrisponde, con apofonia vocalica, al nome etrusco vel, e il secondo, terrae, corrisponde ad ahtri. Il senso probabile del poleonimo poteva essere quindi in origine quello di terra di Vel o di terra felice (6).

Il latino del brano della ninfa Vegoia ha caratteristiche particolari; abbiamo già notato che aether, neutro, viene trattato come se fosse aethera, femminile. Anche molte altre espressioni non appartentengono all’uso latino, tanto da far pensare che costituiscano la traduzione letterale di espressioni etrusche: i sintagmi terrenum cupidinem (con cupido che diventa maschile) e conscientia dominica, per esempio, esprimono ricorrendo ad aggettivi concetti che in latino propriamente richiederebbero altre costruzioni e sembrano riprodurre in latino gli aggettivi etruschi in -ac, come li troviamo ad esempio nell’espressione trutnvt frontac (“osservatore di fulmini”) della iscrizione bilingue pesarese Um 1.7, cui corrisponde, nella stessa iscrizione, il latino fulguriator; nella espressione zacinat prinisherac (“ratificatore dei pali di leccio”) della Tavola di Cortona, righe 6-7, cui corrisponderebbe in latino, letteralmente, sancitor palorum iliceorum o anche sancitor palis iliceis, o semplicemente, con riferimento al suo ruolo, inspector (7); nella espressione zichu netsthrac (“libro di aruspicina”) del famoso Rotolo di Laris Pulena, Ta 1.17, cui corrisponderebbe in latino liber de aruspicina (8).

Insomma, parrebbe che il traduttore in latino del brano della ninfa Vegoia avesse più dimestichezza con gli usi sintattici etruschi che con quelli latini: sembrerebbe quasi una persona di madrelingua etrusca. Il sintagma ex aethera anziché ex aethere potrebbe costituire un lapsus derivato dal fatto che il termine non aveva un genere grammaticale in etrusco, ed il suo parallelo umbro atra o ahatra, simile all’etrusco athri, era femminile.

Oltre che a Velathri (poi Volaterrae poi Volterra) e a Velletri, il lessema atr- sembra aver lasciato tracce in altri luoghi: ad Atri, località nei pressi di Cascia, in provincia di Perugia; ad Atri in  provincia di Teramo; ad Adria in provincia di Rovigo; a Feltre in provincia di Belluno, e nell’idronimo Atri.   

§6. Giovanni Semerano ha sostenuto in più occasioni (9) l’ipotesi di un collegamento tra il termine Etruria e voci aramaiche, accadiche e ugaritiche. Nella sua pubblicazione più recente egli ripeteva: “Senza il richiamo alle nostre lingue di riferimento, noi continueremmo a ignorare persino l’origine della voce Etruria; la componente etr che ritroviamo in [vel]-athri, Volterra, nell’etrusco [vel]-itrae, Velletri, corrisponde a ugaritico atr accadico ušrum aramaico atra (terra, luogo, “Ort”, “Stätte”) (10)”.

Nonostante sia preferibile ricorrere a ragionamenti combinatori anziché affidarsi ad argomentazioni etimologiche, in questo caso la convergenza di queste con quelli non può che rafforzare a posteriori l’ipotesi delineata, che cioè esistesse un termine in umbro e in etrusco (atra e athri) simile formalmente al latino aether, con il quale forse si confonde, di cui affiorano tracce in Virgilio e in Ovidio, di cui rimane prova in più luoghi delle Tavole Iguvine, di cui è indizio anche la traduzione-traslitterazione di velathri in Volaterrae: un termine che indubbiamente significava “terra”, “suolo”. Se questo fosse in origine distinto da ‘αιθήρ e da aether o se derivasse da questi – “suolo” come proiezione sulla terra di campi celesti (11), come sembra suggerire Semerano – non saprei dire, ma credo che la probabilità della sua esistenza possa essere accettata con ragionevole sicurezza.

NOTE

  1. F. BLUME, K. LACHMANN, A. RUDORFF, Die Schriften der romischen fieldmesser, Berlin 1848, pagg. 350-351.
  2. VIRGILIO, Eneide, VI, vv. 126-131.
  3. Ibidem, vv. 436-437.
  4. OVIDIO, Metamorfosi, IV, 251.
  5. A. ANCILLOTTI, R.  CERRI, Le tavole di Gubbio e la civiltà degli Umbri, Perugia 1996, pag.333.
  6. Il fatto che al prenome etrusco Vel corrisponda di regola nelle iscrizioni bilingui il prenome latino Gaius autorizza l’ipotesi che gaius fosse traduzione di vel, termine al quale può quindi essere attribuito il significato di “felice”, “gaio”, “fecondo”…
  7. G. M. FACCHETTI, Frammenti di diritto privato etrusco, Firenze 2000, pag. 62 nota 353; L’enigma svelato della lingua etrusca, Roma 2000, pagg. 203-205; Appunti di morfologia etrusca, Firenze 2002 pag. 52.
  8. Vedi qui l’articolo “Non essere bilingue. La profezia della ninfa Vegoia”.
  9. G. SEMERANO, Le origini della cultura europea, vol. II tomo I, Firenze 1994, pag. 13; vedi anche Il popolo che sconfisse la morte, Milano 2003, pag. 9.
  10. G. SEMERANO, La favola dell’indoeuropeo, Milano 2005, pag. 76.
  11. G. SEMERANO, Le origini…., cit., pag. 13: “Aιθήρ, per il senso originario, richiama i ‘caeli templa’ di Ennio e di Lucrezio”.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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