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Articoli - Riletture e traduzioni

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La pertica dei prinuvatus

di Carlo D’Adamo

Il termine perka (in grafia umbro-etrusca) o perca (in caratteri latini) ricorre nelle Tavole Iguvine in nove differenti luoghi. Per due volte la perka viene caratterizzata come puniçate (in grafia latina perca ponisiate) e deve essere impugnata dai prinuvatus (in grafia latina prinuvatur); per sette volte viene caratterizzata come arsmatia e viene impugnata o portata dal conduttore del rito, l’arsfertur, che fa parte della casta degli arsmor.

 

epiteti

personaggi

operazione

verbo

luogo

perkaf

puniçate

prinuvatu

purificazione dell’esercito

habetutu

Ib 15

perca

arsmatia

il conduttore del rito

purificazione dell’esercito

habitu

VIa 19

perca

arsmatiam

il conduttore del rito

purificazione dell’esercito

anouihimu

VIb 49

perca

arsmatiam

il conduttore del rito

purificazione dell’esercito

habiest

VIb 50

perca

ponisiater

prinuatur dur

purificazione dell’esercito

habituto

VIb 51

percam

arsmatia

il conduttore del rito

purificazione dell’esercito

habiest

VIb 53

perca

arsmatia

il conduttore del rito

purificazione dell’esercito

habiest

VIb 63

perca

arsmatia

il conduttore del rito

purificazione dell’esercito

habiest

VIIa 46

perca

arsmatia

il conduttore del rito

purificazione dell’esercito

habiest

VIIa 51

È invalsa l’abitudine di interpretare il termine perka attribuendogli il senso traslato assunto dal latino trabea, la striscia colorata che ornava la toga dei magistrati; quindi quasi tutti traducono toga. Per motivare anche dal punto di vista etimologico la traduzione si ricorre a un ipotetico *per-ko- (parallelo a un altrettanto ipotetico *pro-ko-) che significherebbe “posto di traverso”, inteso come un aggettivo sostantivato che sottintenderebbe un non attestato temine umbro per “toga”. Questa sarebbe definita puniçate (cioè “del porporato”) quando è indossata dai “banditori” (prinuvatu), mentre quella arsmatia, indossata dall’arsfertur, sarebbe bianca (1). Sulla base di questa ricostruzione del tutto congetturale, e nonostante che in osco due iscrizioni (per. e perkel) siano tradotte con “pertica”, si rifiuta la traduzione di perka umbro con “pertica”, che non avrebbe una spiegazione etimologica. 

Questa ipotesi così dispendiosa, al tempo stesso indifferente al contesto e poco attenta alla grammatica, deve ricorrere a etimologie piuttosto azzardate per andare in cerca di una sua giustificazione.
Per confutarne la fondatezza  mi avvarrò del significato del verbo habeom e del verbo anouihimiom; del possibile significato dell’aggettivo puniçate; del significato di prinuvatus e del ruolo dei prinuvatus nei riti delle cerimonie eugubine; infine, della trasparente etimologia di perka.

In umbro il verbo habiom o habeom, che corrisponde formalmente al latino habeo, ha il senso di “impugnare”, “tenere in mano”, che condivide con il significato originario di habeo latino: le habenae sono infatti le redini, le briglie, e l’espressione sermonem habere significa probabilmente in origine “tenere in mano” il testo scritto. Anche in umbro le espressioni este iuku habetu (IIb 23), “recita questa preghiera” e iuka mersuva habetu (III 28), “recita le preghiere rituali”, parallele alla costruzione latina di sermonem habere, testimoniano del fatto che il testo scritto con le sue formule rituali era tenuto in mano dal magistrato o dal sacerdote, come attesta la tradizione iconografica. Se però il latino habeo si despecializzò, assumendo il senso generico di “avere” (da “avere sotto il proprio dominio”, “avere nelle proprie mani”, “disporre di”), l’umbro habeom, stando alle sue occorrenze nelle Tavole Iguvine, mantiene invece il senso originario, come prova ad esempio anche il passo che prescrive la cattura delle vitelle (VIIa 52): hatuto …pisi heriest (le prenda chi vuole) e trif promom haburent (le prime tre che avranno preso) (2). 

Ma anche i passi che intimano di catturare lo straniero che eventualmente si trovi in mezzo al puplu (Ib 18): svepis habe (se qualcuno lo prende), o, in grafia latina, in mezzo al poplo (VIb 54): sopir habe esme pople (se qualcuno lo prende in mezzo all’esercito), testimoniano che afferrare, prendere, impugnare, catturare, è il senso nel quale habeom viene utilizzato nelle Tavole Iguvine. Quel significato è confermato dal passo in cui si stabilisce quanto deve prendere l’officiante (Va 17-22): ape apelust muneklu habia numer prever pusti kastruvuf et ape purtitu fust numer tupler pusti kastruvuf et ape subra spafu fust muneklu habia numer tripler pusti kastruvuf (dopo aver ucciso [la vittima] prenda come ricompensa un nummo a testa per circoscrizione, e dopo aver compiuto l’offerta prenda due nummi a testa per circoscrizione, e dopo aver compiuto la distruzione dei resti prenda tre nummi a testa per circoscrizione). Anche il passo che prescrive la distruzione dei vasi utilizzati per le cerimonie di purificazione è indicativo (VIb 40-41): enom uaso porse pesondrisco habus serse subra spahatu (i vasi che avrà preso per gli strutti, stando seduto li disperda lì sopra [cioè li distrugga]).
Se habeom significa sostanzialmente “tenere in mano”, “prendere”, questo suo significato è compatibile con una “pertica” più che con una “toga”.

Anche l’imperativo anouihimu, che compare due volte nello stesso passo (VIb 49) per prescrivere cosa deve portare con sé l’officiante dopo aver verificato i segnali divini: perca arsmatiam anouihimu cringatro haut destrame scapla anouihimu (porti il bastone sacerdotale, porti la tracolla sulla spalla destra) (3) sembra avere il senso di “trasportare” più che quello di “indossare”: la possibile etimologia (*anouihiom <anuihihiom < anvehiom) lo collega infatti al latino veho.

Il termine puniçate (che Ancillotti e Cerri leggono come genitivo singolare e intendono come “del porporato”) (4) è un aggettivo della seconda classe in accusativo plurale, concordato con perkaf; la caduta della consonante finale della desinenza dell’accusativo plurale è infatti fenomeno frequente. Anche nove righe dopo (Ib 24) leggiamo trif apruf rufru ute peiu feitu (tre maiali rossi o neri sacrifica), e poco oltre (Ib 26) tre purka rufra ute peia fetu (tre scrofe rosse o nere sacrifica), con caduta di –f finale per rufru e peiu nel primo caso, per tre, purka, rufra e peia nel secondo caso. Questa ovvia interpretazione è confermata dal più tardo testo in caratteri latini di VIb 51 in cui si prescrive che i due agrimensori (prinuatur dur) impugnino [due] perca ponisiater: ponisiater è accusativo plurale rotacizzato (nella tavola VI ben 163 desinenze su 169 che in origine terminavano in –s sono rotacizzate) e perca è accusativo plurale con  apocope della consonante finale, con cui si accorda l’aggettivo ponisiater. Vi è quindi la possibilità di spiegare perché la perca dell’arsfertur sia definita arsmatia e quella dei prinuvatus sia definita puniçate: la prima individua il bastone sacerdotale (gli arsmor in umbro sono i rappresentanti del clero, e la perca arsmatia è il loro simbolo); la seconda è probabilmente un’asta dipinta di rosso, sul tipo di quella portata dai feziali romani.

Per quanto riguarda il ruolo dei due prinuvatus e il significato del termine che li individua nelle Tavole Iguvine, riprendo qui alcune considerazioni avanzate nell’articolo “Il leccio e gli agrimensori antichi…” (5).

Questi due personaggi accompagnano il conduttore del rito, si portano al di là del pomerium (sahata, cioè “spazio sacro”) fermandosi al cippo di confine, conducono intorno al cippo l’esercito per fargli compiere le tre rituali circumambulazioni, pregano prima la divinità dei confini tursa cerfia e poi, dopo il terzo giro, la divinità dei confini tursa iuvia; prendono, insieme all’officiante, le vitelle da immolare nella piazza dell’adunata al Cippo di Giove; a rito concluso, tornano al di qua (çimu) del pomerium per la stessa via per la quale sono andati. Il loro ruolo è strettamente connesso, nella cerimonia, ai riti che prevedono sacrifici e preghiere ai piedi dei cippi sacri di confine: sia quello che segna l’entrata del pomerium, sia i due cippi sacri a tursa. Essi sono presenti quando l’officiante elenca ad alta voce i confini del templum prospettico all’interno del quale si manifestano i segnali divini che l’augure deve interpretare; con la loro presenza attestano che l’area del luogo sacro sia quella stabilita (stahmo stahmito) ed infine, sancita la correttezza dei riti in rapporto ai confini simbolici della tota, dopo aver assistito alla messa al bando dei nemici (eturstahmu è l’imperativo usato nel testo, cioè e/turs/stahmu, “fuori dal confine ponga”), e dopo essere stati in processione al di là del pomerium (tras sahata), rientrano al di qua.

Il termine con cui sono designati (prinuvatus nei testi in alfabeto umbro, prinuatir in quelli in alfabeto latino) è oscuro; di solito i commentatori lo fanno derivare da *prae-nowator, ma in umbro prae- dà sempre pre-, mai pri- (presolia, prestota, ecc.).
Ecco che se ricorriamo a prìnos greco, prininus latino e priniśerac etrusco anche il nostro termine diventa trasparente: possiamo pensarlo come una parola composta, prinu/vatus (alla lettera “portatore di leccio”), formata da *prinu (“leccio”) e dalla radice *tlat>lat>vat- (che in latino troviamo anche in quei nomi composti la cui seconda componente è -lator). La resa di “l” semivocalica con “v” è fenomeno tipico dell’umbro, che ha vapires (latino “lapides”), vuku (latino “lucus”), ecc.; quindi –vatus umbro formalmente può corrispondere a –lator latino.

L’ipotesi etimologica che riconnette questo termine al greco prinos al latino prininus all’etrusco priniśerac è autorizzata dai passi dei Gromatici Veteres in cui si dice che gli agrimensori piantavano profondamente nel terreno palos iliceos (I 349), palos de ilice (I 307), segnando i confini palis ligneis, iliceis, sacrificalibus  (I 252) (6).

La lettura incrociata del brano della Tavola di Cortona in cui due funzionari intervengono per ratificare i nuovi confini e dei brani delle Tavole Iguvine sopra ricordati, il fatto che il termine che designa in umbro e in etrusco questi e quei personaggi sia caratterizzato da un lemma (prin-) spiegabile con il greco prinos (leccio) e le importanti attestazioni dei Gromatici Veteres secondo cui gli agrimensori usavano tradizionalmente pali di leccio per segnare ritualmente i confini, costituiscono nel complesso una serie di indizi coerenti e convergenti che avvalorano l’ipotesi qui enunciata.

Se i prinuvatus sono degli agrimensori che affiancano ritualmente nei riti di purificazione dell’esercito e della città l’officiante, è probabile che la perka che essi impugnano abbia a che fare con una pertica, piuttosto che con una toga orlata di rosso.

Perca e perka, variamente declinato, più che con *per-ko- sarà da spiegare con pers/teka (piedi dieci, cioè, letteralmente, decempeda). In umbro infatti il numerale è spesso posposto: prinuvatur dur, vitluf desenduf, abof trif, C. IIII, sono alcuni degli esempi che si possono ricavare dalle Tavole Iguvine.

Con *peř/teka > pertka > perka si possono spiegare sia l’umbro perka che il latino pertica, di incerta origine.

Il numerale umbro teka, ricavabile da tekuries di IIb e dequrier di Vb 11, 16, evolve verso la forma palatalizzata decem, da cui deşenduf [accusativo] di VIIb 2, cioè “dieci-due”, che è parallelo, con elementi invertiti, al latino duodecim come *persteka è parallelo con elementi invertiti a decempeda.

Le uniche due ragionevoli obiezioni che possono essere avanzate all’ipotesi di una derivazione di umbro perka e latino pertica da * peř/teka sono le seguenti: a) che perka o perca si trova scritto con la normale “r”, non con il segno ř che nell’alfabeto umbro-etrusco marca la dentale debole traslitterato in caratteri latini con “rs”; b) che da * peř/teka ci dovremmo attendere in latino peddecem o qualcosa di simile.

Alla prima obiezione si può controbattere che non è infrequente lo scambio tra “r” e ř nelle Tavole Iguvine: armanu (Ib 19), arfertur (VIa 3, VIIb 3) e arnipo (VIb 25, 41) per ařmanu, arsfertur e arsnipo lo dimostrano. In un sistema di riferimento costituito essenzialmente dalla lingua parlata le oscillazioni grafiche tra f e p, tra ei ed e, tra ř e r rientrano nella normalità (7).

Alla seconda obiezione si può rispondere che anche ad ařputratu (in Va 12 presente nella forma dell’ablativo singolare ařputrati) corrisponde il latino arbitratus e non l’atteso adbitratus, che sarebbe la forma etimologicamente “corretta”. Ma arbitratus latino è giustificato come prestito dall’umbro (8).

Allo stesso modo “pertica” latino può essere spiegato come un prestito o una traslitterazione; nel mondo romano il termine poi si despecializzò e fu sostituito dal calco semantico decempeda, con cui a volte si confonde e da cui a volte  si distingue. I Gromatici Veteres ne sono una prova: decempeda habet pedes X, pertica XII, sostengono (9); ma altrove: pertica est X pedum, pertica (habet) passos duos, id est pedes X, e anche: decempeda, quae eadem pertica appellatur, habet pedes X (10).

In conclusione, esistono fondate ragioni per tradurre con “pertica”, “asta” o “bastone” l’umbro perka, e tra queste possiamo legittimamente includere anche il ragionamento etimologico. Il quadro di riferimenti così delineato, nel quale occorre inserire anche l’osco perkel, legittima l’interpretazione dei prinuvatus come di “agrimensori” pubblici che partecipano alle cerimonie rituali – e, attraverso il lemma prin-, avvalora l’ipotesi che anche il ruolo ufficiale degli zacinat priniśerac della Tavola di Cortona sia quello di verificare la correttezza dei cippi di confine e di ratificarne la posizione.

 

ELENCO DELLE FIGURE: 1) Sul coperchio del suo sarcofago la statua di Laris Pulena, un magistrato, è raffigurata con un rotolo in mano nel quale sono scritti la sua genealogia, i suoi meriti ed il suo cursus honorum (Tarquinia, Museo Archeologico Nazionale); 2) Stele di Lucius Aebutius, “mensor”, cioè “misuratore”; 3) Cippo di confine fiesolano; 4) Leccio; 5) Estremità in ferro di una decempeda trovata ad Enns, Austria (immagine tratta da O.A.W. Dilke, Gli agrimensori di Roma antica).

NOTE

  • A. Ancellotti, R. Cerri, Le tavole di Gubbio e la civiltà degli Umbri, Perugia 1996, pag. 398 e pag. 52.
  • C. D’Adamo, Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine, San Giovanni in Persiceto, 2004, pag. 137. I brani successivi sono alle pagg. 35, 119, 83, 117. 
  • Ibidem, pag. 117.
  • A. Ancellotti, R. Cerri, op. cit., pag. 398.
  • Nel sito www.carlo.dadamo.name
  • In F. Blume, K. Lachmann, A. Rudorff, Die Schriften der romischen Feldmesser, Berlin 1848, I 252 si legge palis ligneis, siliceis, sacrificalibus, in cui siliceis sta evidentemente per iliceis, come suggerisce anche E. Bursian (in F. Blume, K. Lachmann, A Rudorff, op. cit.,  II 514).
  • G. Bottiglioni, Manuale dei dialetti italici, Bologna 1954, spiega l’oscillazione grafica tra consonanti sonore e sorde con il fatto che “si sarebbero avuti dei suoni semisonori rappresentati, nelle iscrizioni, col segno ora della cons. sorda, ora della sonora” (pag. 86).
  • A. Ancellotti, R. Cerri, op. cit., pag. 85.
  • F. Blume, K. Lachmann, A. Rudorff, op. cit., I 339.
  • Ibidem, I 367, I 371, I 95.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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