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Articoli - Riletture e traduzioni

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Il latino penus, l’etrusco penezs, l’umbro nuřpenu; la stips e Tifata; alcuni  toponimi derivati dal nome della “dispensa” del santuario

di Carlo D’Adamo

1. Nel primo capitolo del IV libro delle sue Notti Attiche Aulo Gellio riporta un gustoso dialogo tra il filosofo Favorino e un tale, alquanto saccente in grammatica (quispiam gramaticae rei ditior) che dissertava di banalità scolastiche, come il genere e il caso dei vocaboli (scholica quaedam nugalia de generibus et casibus vocabulorum disserens).

Di fronte al saccente grammatico che dà sfoggio di erudizione sostenendo che penus era declinato dagli antichi sia come sostantivo maschile che come sostantivo femminile, Favorino sostiene che gli interessa di più sapere il significato del termine, e ne chiede all’erudito una definizione.

Il grammatico risponde che penus sono il vino, il grano, l’olio, le lenticchie, le fave e le altre cose di questo tipo (huiuscemodi cetera). In realtà, incalza Favorino, anche il miglio, il panico, le ghiande e l’orzo appartengono a questa classe di derrate; qual è dunque la definizione di penus?

E, di fronte all’imbarazzo del grammatico, Favorino continua con le sue riflessioni, concludendo che non rientrano nel concetto di penus le cose che si preparano per mangiare e bere ogni giorno, ma piuttosto le scorte che vengono raccolte e conservate per un uso differito nel tempo, e per questo sono tenute dentro, nella parte più interna della casa (intus et penitus). Anzi, non solo le cose che servono per mangiare e bere, ma anche l’incenso e le candele di cera; secondo alcuni anche il foraggio messo da parte per il bestiame di cui si serve il padrone di casa; secondo altri, anche la legna, le fascine e il carbone….

2. Insomma, il senso del nostro termine è quello di “provviste”, “riserva di vivande e di beni” (alimentari e non) necessari per la conduzione della casa. La latitudine semantica di penus può spaziare quindi dal significato di “dispensa” a quello di “riserva di cibo”, da quello più generico di “scorte” a quello di “nascondiglio”, con frequente scambio metonimico (il contenuto per il contenitore, o viceversa) tra il luogo in cui si conservano le provviste e le provviste stesse.

Il luogo, nella parte più interna della casa o nei recessi del tempio, era, come ricorda Aulo Gellio, penitus (ben all’interno; e vi si trovavano anche i penates); da qui la naturale identificazione tra il ripostiglio e i beni ivi conservati.

Probabilmente penitus va rapportato al greco βένθος nel quale -θος è morfema generatore di sostantivi astratti, mentre il lessema βεν- individua l’area semantica di “profondo”, “interno”. Il sostantivo βένθος significa “fondo”, “cuore” in senso metaforico (nel “cuore” della selva), “parte interna”, e simili. Se l’accostamento è corretto, nel passaggio da  βένθος a penitus occorre ipotizzare una mediazione etrusca, che rende ragione sia della riduzione della labiale sonora greca β (iniziale di βένθος) alla sorda p, sia dell’epentesi vocalica che sviluppa una doppia sillaba (ni-thi) in luogo del nesso νθ: comportamento, anche questo, tipico della lingua etrusca arcaica, che produce, ad esempio, aritimi rispetto al greco Άρτεμίς.

3. L’epigrafia etrusca può avvalorare l’ipotesi qui avanzata. Nel Cippo di Perugia il termine penezs sembra potersi spiegare come una preposizione di luogo dal possibile significato di “all’interno di”. La frase velthina huth naper penezs mašu acnina, forse, può essere resa nel seguente modo: “Velthina quattro naper all’interno dei 5 misuri”, o, in modo leggermente diverso: “Velthina quattro naper in fondo ai cinque misuri”.

L’etrusco penezs, con la consueta lenizione e la successiva epentesi appena ricordate, secondo il ragionamento combinatorio sembra assumere in questo testo il valore di una preposizione di luogo.

Il termine penus, su cui si interrogavano gli eruditi romani senza riuscire a spiegarne il genere grammaticale né la latitudine semantica, può comunque ipoteticamente derivare dall’etrusco.

4. In umbro il lemma penu contribuisce alla formazione del composto nuřpenu, che nelle Tavole Iguvine significa probabilmente “tributo del santuario”, se penu umbro è da confrontare, come sembra probabile, con penus latino.

Il brano che ci interessa (Va, 13-21), è il seguente: et nuřpener prever pusti kastruvuf frater atiieriur esu eitipes plenarier urnasier uhtretie k t kluvier kumnahkle atiierie utre eikvasese atiierier ape apelust muneklu habia numer prever pusti kastruvuf et ape purtitu fust muneklu habia numer tupler pusti kastruvuf et ape subra spafu fust muneklu numer tripler pusti kastruvuf. La possibile traduzione è questa: “E per quanto riguarda il tributo del santuario da ogni singola circoscrizione così i Fratelli Attiggiani decretarono nelle assemblee plenarie delle urne sotto la conduzione di Caio Cluvio figlio di Tito. Nelle assemblee dei Fratelli Attiggiani, nella rocca e nei sacrari degli Attiggiani [l’officiante], dopo aver ucciso [la vittima] abbia la ricompensa di un nummo a testa per circoscrizione, dopo aver compiuto l’offerta abbia due nummi a testa per circoscrizione, e dopo aver compiuto la dispersione dei resti abbia tre nummi a testa per circoscrizione” (1).

5. Il termine nuřpenu (nuř/penu) è parola composta il cui primo elemento, secondo Pisani, si spiegherebbe con *noudo > neudo, “tributo” (2), ed il secondo con *pendo, pondo. Poiché il ragionamento combinatorio converge verso l’ipotesi di un tributo versato dalle varie circoscrizioni al santuario, si può accettare per la prima parte della parola composta la proposta di Pisani; nella seconda parte, tuttavia, si può ipotizzare che –penu equivalga al latino penus, ripostiglio, stipe, parte interna del santuario.

Se è ammissibile il confronto tra la voce umbra ed il greco βέν/θος, occorre ipotizzare anche in questo caso una mediazione etrusca, per il passaggio iniziale da β sonora a p sorda: nell’alfabeto umbro infatti la lettera b è disponibile, ed un prestito diretto dal greco avrebbe prodotto *nuř/benu e non nuř/penu. Questo tributo per il santuario, cioè per la stips (che non è solo dispensa, ma riserva di beni e provviste), va depositato all’interno della casa-madre della confraternita degli Attiggiani.

Se il termine “santuario”, nella traduzione qui proposta, è insufficiente per restituire a –penu (di nuř/penu) tutta la pregnanza ideologica che caratterizza l’importanza della “dispensa” nell’operazione rituale dell’accumulo di beni per il mantenimento della fratellanza, non saprei tuttavia individuare nel linguaggio corrente un termine più adeguato. 

Non lontano da Arezzo, il toponimo Peneto conserva forse un’eco lontana di un’antica stips legata ad un luogo di culto.

6. A Santa Maria Capua Vetere il tempio di Diana Tifatina era dedicato a Diana del Monte Tifata. Lo stesso toponimo, Tifata, identificava anche un bosco di lecci a Roma (3). Sia il monte Tifata che il bosco di lecci (forse in origine sede di una divinità) possono essere posti in rapporto con il deposito di provviste (la “stips”) annesso al luogo di culto. Anche in questo caso, se si accetta l’ipotesi qui formulata, lo stesso nome definisce sia i beni riposti che il luogo che li conserva: un bosco a Roma, un monte a Capua.

Il possibile collegamento tra “stips” e “Tifata” si spiega con la caduta di s iniziale (come in cape etrusco e capis latino rispetto al greco σκάφος) e nel passaggio di p intervocalico a f: fenomeno anche osco, oltre che etrusco. Ma la presenza del toponimo Tifata a Roma e a Capua, città nelle quali l’affermazione dei ceti dirigenti etruschi è precoce, spinge, a mio parere, nella direzione della possibile attribuzione all’etrusco del passaggio di p intervocalica a f, cioè della forma “TIFata” rispetto a “[s]TIPata”. La trasformazione della bilabiale p nella fricativa labiale f (evidentemente attraverso ph) è comportamento consueto nell’etrusco, e produce, ad esempio, anche la variante fuflun del termine puplun, il nome della città derivato dal nome etrusco del dio equivalente al latino Bacco.

Perso il significato originario del luogo (il bosco sacro, sede della divinità, come ripostiglio di beni posti sotto la tutela del dio), il termine tifata fu assunto come semplice toponimo. La sua coincidenza, nei pressi di Roma, con un lecceto, portò gli autori latini a ipotizzare che il termine significasse “bosco di lecci”. In ogni caso, Diana Tifatina significò per tutti “Diana del Monte Tifata”, ed il legame tra quel toponimo ed il sacro ripostiglio svanì, perché divenne irriconoscibile.

A sostegno dell’ipotesi della possibile derivazione di Tifata da stips riporto due iscrizioni latine rinvenute in loco. Nella prima, rinvenuta ad radices monti Tifata (ILLRP 717), si legge: et signa marmorea Castoris et Pollucis et locum privatum de stipe Dianae emendum et faciendum coeravere ; nella seconda, proveniente da Sant’Angelo in Formis, ai piedi del Monte Tifata, si legge : de stipe Dianai faciunda  (ILLRP 721) (4).

L’esistenza di una stips in loco è quindi certa.

7. Una progressiva risemantizzazione caratterizza forse anche il rapporto tra vuku umbro e lucus latino, termini che designano il bosco sacro, e tra questi e il miceneo wo-ko. L’umbro vuku corrisponde esattamente a wo-ko, che individua la sede della divinità (5).

Poiché questa abitava prevalentemente nel bosco, il senso di vuku (lucus) slittò da quello di “sede divina” in quello di “bosco sacro”, per antonomasia sede della divinità. In seguito, per ricostruire il senso originario del termine latino lucus, nacque la vulgata che collega lucus con lux: il lucus sarebbe stato in origine la radura del bosco, nella quale splendeva la luce divina.

Da wo-ko si svilupparono anche il greco οι̃̉κος, e, in latino, vicus e derivati, che mantennero il senso di “sede”, “casa”, “luogo abitato”.

miceneo

greco

umbro

latino

wo-ko

 

vuku

lucus

οι̃̉κος

eku

vicus

8. In una società caratterizzata dalla frequenza di scambi e rapporti di ogni tipo, la lingua produce in continuazione prestiti e adattamenti che rendono presto certe parole desuete o non più riconducibili al senso originario, ma conferisce anche straordinaria longevità e sorprendente continuità a termini che definiscono particolari aspetti della vita sociale e della cultura materiale.

È il caso, ad esempio, dei depositi dei santuari.

A Preneste il tempio della Fortuna Primigenia conservò a lungo il suo carattere di “dispensa” di beni al servizio della liturgia; al suo interno aveva anche una banca nella quale i possidenti potevano depositare i loro risparmi.

Le somme erano amministrate dai sacerdoti del tempio, che remuneravano i depositi offrendo un interesse percentuale…

L’istituzione prenestina (si veda il bel saggio “Pecunia fanatica” di Giuseppina Bodei Giglioni) (6) è  l’evoluzione della stips del sacrario, del penus sacro, della dispensa che serviva agli usi del tempio e al mantenimento dei suoi addetti…

A Sant’Angelo in Formis, dove un bel santuario alto-medioevale fu eretto sulle fondamenta del tempio di Diana Tifatina, i monaci amministravano le terre patrimonio del santuario, che erano riportate anche nelle formae, le piante catastali. Il termine formae identificava non solo le mappe, ma anche le terre che sulle mappe erano riportate (da cui il toponimo in Formis) (7), i poderi di proprietà del tempio.

9. Gli esempi di Diana Tifatina (secondo la nostra interpretazione, “Diana del Monte della stips”) e del deposito nel tempio della Fortuna Primigenia a Preneste (la “pecunia fanatica”) sono testimonianze di una struttura ideologica per la quale l’associazione tra luogo di culto, dispensa, deposito e amministrazione di beni è cosa consueta, non solo nella sfera pubblica, ma anche in quella domestica, nel cui ambito la dispensa (penus) è affidata ai penates, che abitano proprio nel cuore (penitus) della domus.

Sono indizi, questi, che avvalorano l’interpretazione di nuř/penu come “tributo per il santuario”: l’ipotesi è a mio parere sostenibile e coerente con il contesto delle Tavole Iguvine.

Se un nummo a testa, due nummi a testa e tre nummi a testa costituiscono via via la dote (il “nuřpenu”) da versare per ogni passaggio rituale alla confraternita degli Attiggiani, il “penu” costituisce il deposito, la dispensa, lo scrigno, la stips della confraternita, per i cui compiti istituzionali quei beni vengono accumulati.

Quella struttura ideologica sociale e religiosa ha lasciato numerose tracce nei toponimi del nostro Paese.

10. Un toponimo frequente è “Cànova”, di solito interpretato come “Ca’ Nova”, con ritrazione d’accento. La vulgata è tuttavia insoddisfacente, sia perché esistono numerosi toponimi “Ca’ Nova” trasparenti e completamente indipendenti dal nostro “Cànova”, sia perché qui la ritrazione d’accento sarebbe irrazionalmente dispendiosa, dal momento che trasformerebbe in un termine oscuro un toponimo chiaro (mentre invece di solito avviene il contrario, con la costruzione di una lectio facilior), sia perché in italiano “cànova” era termine che indicava la cantina o la dispensa, come si può verificare nei dizionari più antichi (8).

Io collegherei quindi il toponimo al ricordo di una stips o alla memoria di un ripostiglio sacro per le  offerte votive, o alla presenza di un luogo di culto nel quale esisteva l’istituto della “dote” per il mantenimento degli addetti.

In via subordinata, avanzo l’ipotesi che “Cànova” ricordi l’esistenza di una “dispensa” o di una “cantina”, cioè di una locanda per rifocillare i viandanti, alla stessa stregua di toponimi come “Tavernelle”, “Osteria”, “Botteghe” e simili.

In ogni caso, sia che “Cànova” possa essere voce da collegare ad una “stips” legata ad un santuario, sia che rimandi ad una trattoria o ad una locanda per rifocillare i viandanti, credo di poter utilizzare a sostegno di questa etimologia il termine ladino “cévena”, voce ancora viva, che significa cantina, dispensa, e che designava, nella casa patriarcale, il luogo in cui venivano conservate le provviste. La voce cévena è esattamente parallela a cànova con metatesi sillabica.

Senza pretese di sistematicità, aggiungerei a scopo esemplificativo anche il toponimo Stipes, in Sabina, e i numerosi toponimi Cella, o formati da Cella seguito da un attributo o da una ulteriore determinazione topografica.

Cella in latino era la dispensa, la cantina; nel medioevo il termine passò a indicare anche l’oratorio, la chiesa campestre, e fu spesso usato per la dependance  agraria di una abbazia, con la sua riserva di provviste.

NOTE

  1. v. C. D’Adamo, “Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine”, San Giovanni in Persiceto 2004.
  2. Vittor Pisani, “Le lingue preromane d’Italia: origini e fortune”, in Popoli e civiltà dell’Italia antica, vol. 6, Roma 1978, pag. 215.
  3. Tifata = iliceta. Romae autem Tifata curia, Fest. P. 366 Mull. N. cr.
  4. A. Degrassi (a cura di), ILLRP, Inscriptiones latinae liberae rei publicae, Firenze 1957-1963. Poiché siamo sotto il Monte Tifata nel tempio di Diana Tifatina, la dicitura de stipe Dianae avvalora l’ipotesi che tifata sia in origine un aggettivo legato a un termine equivalente al latino stips e significhi quindi originariamente “il Monte della stips”.
  5. Per miceneo wo-ko = sede, vedi E. Peruzzi, “Aspetti culturali del Lazio primitivo”, Firenze 1978, pag. 47.
  6. Giuseppina Bodei Giglioni, “Pecunia fanatica. L’incidenza economica dei templi laziali”, in Rivista storica italiana, 1977.
  7. Le formae erano le piante catastali dell’antica Roma.
  8. v. ad esempio il vocabolario del Tommaseo: cànova = sf. Luogo dove si serba il vino, l’olio e le grasce – magazzino di viveri – luogo ove si vende vino al minuto – magistrato dell’abbondanza.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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