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Il Paese dei Tirreni, ovvero, secondo De Palma, serona toveronarom

di Carlo D’Adamo

Nella sua lettura della stele di Kaminia (o di Lemno che dir si voglia) De Palma ritiene di poter affermare che gli abitanti dell’isola di Lemno si attribuissero l’etnonimo di Tirreni. Lo studioso ricava questa sua interpretazione dall’ipotesi che nel testo dell’iscrizione sulla stele (per il quale vedi qui l’articolo “Il toponimo Karalis a Lemno? Una nuova interpretazione della stele di Kaminia”) sia riportato effettivamente il termine toveronarom e che questo termine, interpretabile come un genitivo plurale di toverona, corrisponda ad un etnonimo (1). 
                                                  
Non vi è certezza tuttavia che la prima riga del testo B, la cui ultima parola è toverona, si saldi senza soluzione di continuità alla successiva, le cui prime lettere sono date dalla desinenza –rom: tanto è vero che molti studiosi ipotizzano una lacuna tra toverona e rom. L’ipotesi della lacuna è giustificata dal fatto che il lato inferiore della stele è spezzato in modo irregolare; la frattura non solo rompe sul lato A lo scudo di Aker Tavarsie, ma costituisce anche il limite inferiore del testo B, in modo tale che non è possibile comprendere se manca una parte di testo o no.
Tuttavia, anche ammesso che la lacuna non esista e che la lettura toveronarom sia epigraficamente corretta, non è dimostrato che -rom costituisca desinenza del genitivo plurale: anzi, se il comportamento delle lingue prevalentemente agglutinanti, come il lemnio, prevede una desinenza plurale alla quale si aggiunge la desinenza genitivale, (come nell’etrusco che, in questo caso, aggiungerebbe alla desinenza –r del plurale la –as del genitivo), occorrerebbe almeno portare come prova una iscrizione lemnia nella quale –om rappresenti in modo non ambiguo la funzione genitiva, e finora non ce n’è una. In etrusco, in alternativa alla costruzione del genitivo plurale, si può ricorrere ad una costruzione aggettivale; in questo caso l’espressione aggettivale assume logicamente lo stesso significato della costruzione con il genitivo, come ad esempio accade nel testo del cippo di Perugia, nel quale l’aggettivo velthina può essere tradotto “dei Velzina” (2), o come accade nella famosa bilingue pesarese, in cui l’aggettivo frontac (3) può essere reso con l’espressione “dei fulmini”. Ma in lemnio l’unica formante aggettivale finora attestata è quella in –ona (corrispondente a quella etrusca in –ena o –enna), che gioca senza dubbio a favore dell’ipotesi che il termine toverona non sia saldato al successivo morfema –rom ma costituisca a tutti gli effetti una parola di senso compiuto.
Ammettiamo tuttavia pure che la lettura toveronarom possa essere epigraficamente corretta e che la forma, anche se mai attestata in lemnio, possa essere interpretata come un genitivo plurale: resta però da dimostrare che il termine possa essere spiegato come un etnonimo, e che gli abitanti di Lemno possano essersi identificati con quell’etnonimo. La cosa non va da sé, anzi, è piuttosto improbabile. Basti pensare che l’etnico tyrrènoi, con cui i greci chiamavano gli etruschi, non è lo stesso con cui questi erano chiamati dai romani, né lo stesso con cui erano identificati dagli umbri, né lo stesso in cui essi stessi si riconoscevano (4). Ricondurre toverona a tuuruna e a “tirreno” significa in sintesi presupporre che i lemni attribuissero alla loro stirpe lo stesso etnonimo che i greci attribuivano agli etruschi, ma che gli etruschi non attribuivano a se stessi. Tutta la costruzione dell’ipotesi che interpreta il termine toveronarom come se fosse “dei tirreni” è quindi molto dispendiosa e richiede più di una forzatura.
Occorre aggiungere che anche dal punto di vista grafico ricondurre toverona a tuuruna non convince. La O dell’alfabeto lemnio infatti probabilmente non marca solo la vocale più scura (resa con Y nell’alfabeto greco e con U nell’alfabeto etrusco) ma forse anche una vocale intermedia tra O ed E, dato che alcune voci lemnie in –o corrisponderebbero in etrusco a termini in –e, e che anche la desinenza –o del locativo lemnio trova una corrispondenza nel locativo etrusco in –e. Quindi la radice tover-, anzichè essere ricondotta a *tuur-, potrebbe più semplicemente essere accostata alla radice etrusca tevr- attestata anche nella Tomba degli Auguri, dove troviamo tevarath (5); ed il termine toverona, per quanto ogni lettura, compresa quella che io ho avanzato nella mia interpretazione della stele di Lemno (6), sia puramente ipotetica, potrebbe quindi non avere nessuna relazione con un etnonimo e tantomeno con quello dei “tirreni”. Dal punto di vista grammaticale l’aggettivo toverona è singolare e va riferito ad un soggetto singolare, che, dato il contesto, non può che essere il nostro Aker Tavarsie.

  1. C.De Palma, La stele iscritta di Kaminia (Lemno): Una nuova lettura, in Atti e memorie dell’Accademia Toscana di scienze e lettere: La Colombaria vol. 65, nuova serie 51, Firenze 2000, poi ripreso e sviluppato in Il paese dei Tirreni, Firenze 2003.
  2. CIE 4538.
  3. TLE 697. Vedi anche l’articolo “Il leccio e gli agrimensori italici”, in questo sito.
  4. Vedi C.D’Adamo, I Sardi nella guerra di Troia, S.Giovanni in Persiceto 2007, pagg. 50-51.
  5. Tomba degli Auguri: tevarath, 5331-2
  6. Vedi qui l’articolo Il toponimo Karalis a Lemno? Una nuova interpretazione della stele di Kaminia.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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