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Articoli - Riletture e traduzioni

1) Disavventure dell'archeologia - 2) Riletture e traduzioni - 3) Miscellanea - 4) Guest

Numeri e dadi nel mondo etrusco

di Carlo D’Adamo

1. Introduzione. Numeri scritti in simboli

1.1 Sui numerali etruschi è stato scritto moltissimo, a proposito e a sproposito. In questa sintetica rassegna viene delineata nel modo più chiaro possibile la storia della loro individuazione, a partire dai dati archeologici, e la cronaca della fuorviante discussione sorta intorno ai cosiddetti “dadi di Tuscania”.
Gli elementi da cui conviene partire per inquadrare il problema dei numerali etruschi sono le epigrafi funerarie, i simboli graffiti sulle ceramiche, le iscrizioni sacre e i dadi. Gli etruschi rappresentavano i numeri per mezzo di simboli (come facciamo noi quando usiamo le cifre arabe: 3, 17, 40, ecc.) oppure estesamente (come facciamo quando scriviamo tre, diciassette, quaranta).
1.2 Sono moltissime le epigrafi etrusche che contengono simboli numerici o espressioni numerali.
I simboli convenzionali più utilizzati per rappresentare i numeri sono: I, che rappresenta l’unità e può essere ripetuto fino a quattro volte; Λ, che rappresenta il 5 ed è generalmente capovolto rispetto all’analogo simbolo usato dai Romani; X, che vale 10; , che vale 50 e   che sta per 100.

Le attestazioni più frequenti con i numerali sono quelle delle iscrizioni funerarie che ricordano l’età del defunto. A puro titolo di esempio: velthur larisal clan (Veltur figlio di Laris) avils ΛXX lupu (1) (è morto a 25 anni). Se si tiene conto infatti dell’andamento da destra a sinistra della scrittura, ΛXX vale 10+10+5, cioè 25. Altro esempio: velthur partunus larisalisa clan (2) è morto avendo vissuto anni IIXXX, cioè 50+30+2=82.
1.3 Le cose sono più complesse quando la cifra delle unità del numero da scrivere è 7, 8 o 9. Nel sistema di numerazione etrusco infatti le unità fino al 6 si sommano alla decina precedente, ma dal 7 in poi si sottraggono dalla decina successiva. Abbiamo così, accanto a śazar (sei-dieci, cioè sedici) ciem zathrum (tre-a-venti, cioè diciassette), eslem zathrum (due-a-venti, cioè diciotto) e thunem zathrum (uno-a-venti, cioè diciannove).
Questa logica sottrattiva ha lasciato evidenze anche nel sistema di rappresentazione grafica dei numeri. A Tarquinia l’età di vela lethi è scritta in due modi diversi nelle due redazioni pervenute: “nella la prima redazione il numero 58 è scritto in forma additiva IIIΛ, cioè 50+8” dice Massimo Pallottino (3); “mentre nella redazione sovrapposta e definitiva è scritto in forma parzialmente sottrattiva XII, cioè 50+ (10-2)”.
1.4 La stessa logica sottrattiva è attestata in questo frammento di fibula villanoviana del VII secolo a.C. proveniente da un ripostiglio di Marano sul Panaro (in questo caso l’andamento della scrittura è da sinistra a destra), sul quale è inciso il numero IIIX, che vale 50+(10-3), cioè 57. Ma, pur scrivendo IIIX, gli etruschi leggevano ciem śealχ (cioè tre-a-sessanta). Infatti il sistema grafico convenzionale di rappresentazione dei numeri funziona sulla base di pochi segni: I, Λ, X,  e . Quindi, dovendo far perno sul 50 () e sul 10 (X), l’incisore per esprimere il numero 57 non poteva far altro che mettere in sequenza  e X, e da essi togliere 3. Il nostro incisore adotta qui una rappresentazione simbolica dei numeri che segue una logica sottrattiva; in questo caso X poteva anche essere posposto, ma occorreva comunque posizionare le tre unità (III) in modo che precedessero X o , per far comprendere che andavano sottratte.
1.5 La scrittura IIIX [50+(10-3)] per esprimere il numero 57 doveva fondarsi probabilmente su una convenzione arcaica (di cui è indizio in questo caso anche l’andamento da sinistra a destra della scrittura) ed in seguito si preferirà scrivere ΛII (50+5+2), nonostante che nella lettura si dovesse comunque far riferimento alla decina superiore (ciem śealχ, tre-a-sessanta). Le due diverse rappresentazioni grafiche, quella sottrattiva, più aderente alla sequenza dei numerali etruschi, e quella additiva, che poi si impose, dovettero coesistere sovrapponendosi, come si vede anche dalle due formule della tomba di Tarquinia citate dal Pallottino (v. 1.3).
Anche il numero 18 (eslem zathrum), attestato in numerose epigrafi,  verrà  reso con XΛIII, e non più con XIIX, come etruschi e latini scrivevano in origine. Si stabilirà insomma una dicotomia tra il sistema grafico di rappresentazione dei numeri e il sistema di numerazione, e si smise di scrivere XIIX o IIXX (duodeviginti in latino ed eslem zathrum in etrusco, cioè “due-a-venti”). Ma scrivendo XVIII i Romani continueranno a leggere duodeviginti, e, analogamente, scrivendo XΛIII gli Etruschi continueranno a leggere eslem zathrum.  
L’ansa di anfora riportata qui sopra, trovata a Genova in uno scavo dal quale emersero diversi frammenti di ceramica con iscrizioni etrusche, è una delle numerose attestazioni della sequenza XIIX per scrivere il numero 18 (4). Chiunque può verificare, leggendo le epigrafi latine della raccolta ILLRP, che riunisce le iscrizioni del periodo repubblicano, che anche nel mondo romano veniva frequentemente utilizzata la sequenza IIX invece di VIII, formula che poi prevalse, come siamo abituati a leggere nelle epigrafi di epoca classica (5).

2. Numeri scritti in lettere


2.1 A volte l’età del defunto è scritta in lettere: avils ciem zathrms   lupu (morto a 17 anni) (6); avils machs semphalchs lupu (morto a 75 anni) (7); avils eslem zathrums (di 18 anni) (8); lupu avils machs zathrums (morto a 25 anni) (9).
L’iscrizione riprodotta qui a fianco è incisa sull’urnetta cineraria di un ragazzo, Laris, di cui si dice che è figlio di Laris Tanchvilu e della Calisnia (Larisal Larislalisla Thanchvhilus Calisnialc clan), e di cui si ricorda l’età: avils huthzars (di 14 anni).
2.2 Anche nei testi sacri e nei testi giuridici normalmente i numeri sono scritti in lettere. Nel Liber Linteus di Zagabria, ad esempio, si prescrive in settembre (celi) un sacrificio a nethun il giorno 13 (ciś śariś) e uno il 24 (huthis zathrumis) (10), e si prevedono un altro rito il 27 (ciem cealchus = tre a trenta) e uno il 28 (eslem cealchus = due a trenta); il 29, poi, si deve procedere ancora come il  28 (thunem cialchuś etnam ich eslem cialchuś) (11). Nella Lamina A di Pyrgi si legge alla nona riga ci avil (tre anni) (12). Nella Tavola di Cortona i campi oggetto del negozio misurano tênthur sar … tênthur śa … sarc (misure 10 … misure 6 … e 10) (13).
Nella facciata A del Cippo di Perugia ai naper XII delle righe 5-6 (l’estensione complessiva dei terreni di cui si parla) seguono i masu naper (5 misure) del luogo sacro, huth naper (4 misure) della famiglia Velthina e naper ci (misure 3) del passaggio riservato alla famiglia Afuna: in totale, appunto, 12 naper (14).  Nella Tegola di Capua si prescrive che al dio Letham siano offerti ci tartiria cim cleva (3 tartiria e 3 cleva) (15); poco oltre huth zusle e poi ci zusle  (4 zusle e 3 zusle); infine ci tartiria e ci turza (3 tartiria e 3 turza) (16).

3. I contrassegni numerici sui dadi e i cosiddetti “dadi di Tuscania”

3.1 Nel mondo etrusco, come del resto in quello greco, i dadi non erano semplicemente un gioco, ma facevano parte anche di riti di divinazione con i quali si interrogavano gli dei sul futuro. Per questo, oltre ai numerosissimi dadi ritrovati in contesti funerari, nei corredi di tombe sia femminili che maschili, sono stati ritrovati dadi anche negli scavi di templi e di edifici di culto.

Dalle fonti classiche sappiamo che l’atteggiamento degli etruschi nei confronti del destino era fatalistico; qualsiasi cosa accadesse, era interpretata come un segnale divino; di tutto si cercava di dare una interpretazione religiosa, con una mentalità superstiziosa che si riversava anche nelle normali pratiche quotidiane. L’uso di deporre piuttosto frequentemente dadi da gioco nei corredi funerari ha un significato simbolico, e allude al destino.

Nei dadi i numeri sono rappresentati da cerchietti impressi con un punzone con al centro un puntino (che riprendono un motivo ornamentale frequentissimo anche sui pettinini in osso o in avorio delle terremare); quei cerchietti sono presenti anche su altri manufatti villanoviani, e costituivano forse in origine un simbolo solare.

3.2 La disposizione dei numeri sulle sei facce dei dadi non segue sempre lo stesso schema. Negli scavi della Certosa di Bologna, ad esempio, Antonio Zannoni trovò e disegnò accuratamente nelle sue Tavole (17) dieci dadi su dodici con lo schema “progressivo”: l’1 è contrapposto al 2, il 3 al 4, il 5 al 6; soltanto due dadi presentavano la “regola del sette” (1-6, 2-5, 3-4). Anche il conte Gozzadini negli scavi di Marzabotto si era imbattuto sia in dadi con lo schema progressivo che in dadi con la regola del sette (18); inoltre affioravano qua e là anche dadi con altre disposizioni.
F. Skutsch, ad esempio, a Firenze vide un dado con lo schema 1-6, 2-4, 3-5; Wilkins trovò in tre casi lo schema 1-3, 2-4, 5-6; e, attestati una sola volta, gli schemi 1-2, 3-5, 4-6; 1-5, 2-6, 3-4; e infine 1-3, 2-5, 4-6; Slotty descrisse vari dadi “anomali” uno dei quali con lo schema 1-5, 2-4, 3-6. Tra i dadi di Spina, presso il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, un dado presenta lo schema  1-2, 3-5, 4-6 , ed un altro lo schema 1-3, 2-6, 4-5; un dado nel bel museo di Castiglion Fiorentino, trovato nel tempio dell’acropoli cittadina, ha come schema  1-2, 3-6, 4-5 (19).
Gli schemi teoricamente possibili sono in tutto quindici.
3.3 Un caso singolare è dato dai cosiddetti dadi di Tuscania. Trovati in realtà a Vulci (20) e finiti poi alla Bibliotèque Nationale di Parigi, presentano la particolarità di avere incisi sulle loro facce non i consueti cerchietti, ma i nomi dei numeri: mach contrapposto a zal, thu contrapposto a huth e ci contrapposto a śa.
Se fosse stato possibile conoscere lo schema dei dadi di Tuscania, la individuazione dei numerali etruschi sarebbe stata enormemente facilitata, perché per ogni numerale individuato in altri contesti sarebbe stato possibile individuare anche il numerale che in quei dadi occupa la faccia opposta. Ma, come si è detto, oltre ai due schemi largamente rappresentati, quello con la “regola del sette” e quello con la disposizione “progressiva” dei numeri, affioravano sporadicamente qua e là numerosi altri schemi. Non conoscendone lo schema, era arduo quindi partire dai dadi di Tuscania per andare alla scoperta dei numerali etruschi; ma gli etruscologi si esercitarono a lungo nell’impresa improduttiva di affidarsi a questi dadi, anziché alle scoperte archeologiche via via effettuate,  per decifrare i numerali.
3.4 Il loro ragionamento era il seguente: è vero che esistono diversi schemi, ma i più frequenti sono quello con la regola del sette e quello progressivo; quindi ci dobbiamo aspettare una di queste due combinazioni. Tutte le altre possibilità venivano scartate a priori perché meno probabili, “anomale”, “inaudite”. Partendo dal postulato che doveva esistere una regola e che le eccezioni non facevano testo, affrontarono il problema in modo astratto, del tutto teorico, senza dar peso alle numerose attestazioni via via affioranti.
Poiché con il tempo si giunse – non certo partendo dai dadi di Tuscania – alla individuazione sicura dei primi numerali, con incertezze però su huth e su ša (quale dei due è il 4 e quale è il 6?), gli studiosi si divisero in due correnti. La più numerosa sosteneva che era più probabile che i dadi di Tuscania presentassero la regola del sette, e attribuiva a śa il valore di 4, perché in questi dadi è opposto a ci che vale senza dubbio 3, e a huth il valore di 6, perché opposto a thu che vale senza dubbio 1; costoro citavano a loro conforto un esametro dell’Anthologia Palatina nel quale si dice: héx hén pénte dùo tria téssara kùbos elaùnei  (“sei uno cinque due tre quattro il dado dà”), interpretato come una conferma della esistenza della regola del sette nei dadi etruschi.
L’atteggiamento di questi studiosi, indipendentemente dai risultati raggiunti, era francamente poco scientifico, perché anteponeva un esametro ai numerosissimi reperti che avevano sotto gli occhi e che tutti noi possiamo toccare con mano. Trasformato quell’esametro in una norma che non esisteva nel mondo etrusco, e attribuita a quella norma un valore assoluto (contraddetto, bisogna ripeterlo, da più di cento anni di scavi), affrontavano il problema della traduzione di huth e śa in modo tutto astratto, anziché partire dai contesti, dalle bilingui figurate, dalle glosse e dagli altri indizi che si andavano accumulando.
3.5 Un’altra corrente di studiosi sceglieva invece di attribuire a huth il valore di 4 e a śa il valore di 6. Non potendo invocare a sostegno della propria tesi i dadi di Tuscania, utilizzava motivazioni prevalentemente etimologiche, collegando śa al numerale indoeuropeo equivalente. I difensori di questa tesi finirono con l’identificarsi nei sostenitori dell’indoeuropeicità dell’etrusco o comunque nei sostenitori del metodo etimologico, che – è bene dirlo – produce nella esegesi dei testi etruschi più confusione che certezze. Accanto a diverse radici rapportabili senza dubbio a quelle delle lingue indoeuropee, l’etrusco infatti  presenta numerosissimi termini non riconducibili all’indoeuropeo. Per questo il conforto dell’indizio etimologico nella traduzione dall’etrusco, dal momento che non tutti i termini etruschi si prestano a confronti con parallele voci indoeuropee, è possibile (quando è possibile) solo a posteriori, come corollario eventuale di traduzioni conseguite attraverso la convergenza di indizi ottenuti con il metodo combinatorio, quello bilinguistico e quello strutturale.
Evidentemente il lungo processo di formazione della lingua etrusca ha assemblato e compenetrato nel corso dei secoli elementi linguistici di provenienza diversa; per questo l’etrusco sfugge ad ogni approccio unilaterale (21).
Questo è il motivo per il quale gli studiosi che attribuivano a huth il valore di 4 e a śa il valore di 6, pur cogliendo il valore esatto dei due numerali, sbagliavano nel metodo. La loro esatta indivi-duazione, infatti, è stata conseguita attraverso la connessione e l’incrocio di prove archeologiche, di ragionamenti combinatori, di confronti bilinguistici, di glosse e  di bilingui figurate.

4. Breve storia della individuazione dei valori dei primi numerali etruschi

4.1 Karl Ostirs aveva da tempo richiamato l’attenzione degli etruscologi sull’affermazione di Stefano di Bisanzio, secondo cui il nome pregreco dell’antica città attica di Tetrapolis era Hyttenìa.  Nel 1960 la scoperta, avvenuta nella necropoli di Monterozzi a Tarquinia, della Tomba dei Quattro Caronti, accanto ad ognuno dei quali  c’è una didascalia, confermò la testimonianza di Stefano di Bisanzio e l’intuizione di Ostirs.
Accanto alla prima figura di Caronte è scritto charun chuche; accanto alla seconda una didascalia recita semplicemente charun; accanto alla terza charun chunchulis; sotto la quarta figura è scritto charun huths, che evidentemente vale “il quarto Caronte”.
Nel 1964 le Lamine di Pyrgi (antico porto di Cere) permisero di confermare per ci il valore di 3. Infatti alla espressione fenicia šnt šlš (“anni tre”) corrisponde nel testo etrusco l’espressione ci avil (tre anni). “L’importanza metodologica della conferma”, scriveva Pallottino, “sta nel fatto che essa trasforma un’ipotesi, per quanto autorevole, in certezza.  Prima della scoperta di questa corrispondenza bilingue potevano ancora considerarsi criticamente legittime, almeno in teoria, riserve od opinioni diverse da quella corrente. L’evidenza del controllo esterno respinge ogni dubbio fuori dei limiti della verità scientifica……… Si aggiunga che il ritrovamento di Pyrgi….. rappresenta solo l’episodio più sensazionale di una fase …. di intensissimo incremento di nuovi materiali epigrafici…. In qualche caso si può arrivare a conferme e precisazioni risolutive per quel che concerne l’accertamento di valori lessicali, morfologici, stilistici precedentemente oscuri o intravvisti  solo in modo vago e dubitativo…… Esistono oggi, crediamo, le premesse per rovesciare radicalmente i nostri criteri (e tutto il nostro atteggiamento mentale) sul modo di affrontare il problema, passando dalle interminabili e spesso vane discussioni su ciò che è “possibile” alla determinazione e valorizzazione di ciò che è “certo”, e spostando il punto focale del nostro interesse critico dal relativismo dei “metodi” alla concreta obiettività delle “fonti di evidenza” (22).
4.2 Il 1964 era un anno particolarmente fortunato per l’etruscologia: un gruppo di nuove iscrizioni in due ipogei di età ellenistica scoperti a Tarquinia – la tomba degli Anina e quella degli Spitu – permise di attribuire con certezza a śa il valore di 6 e di confermare per mach l’inconsistenza della ipotesi che potesse valere 1.
Nella tomba degli Anina l’iscrizione sa suthi cherichunce (6 tombe edificò), con riferimento alle sei stanze della tomba di famiglia, fa dire a Pallottino: “Torniamo alla questione delle «tombe» fatte da Larth Aninas. Nel caso del nostro ipogeo non può trattarsi che delle casse-sarcofagi scavate nel gradino con fronte decorata e del tratto sovrastante di parete con iscrizioni e pitture (….). È  facile constatare che queste sepolture individuali, attrezzate in modo definitivo, ed evidentemente occupate dai corpi dei defunti, sono in numero di sei: due sulla parete di fondo e quattro sulla parete sinistra. Se ad esse si allude con la parola suthi, come io credo, sembra ragionevole dedurne la equivalenza del numerale sa con «sei» (23).
Nella tomba degli Spitu l’iscrizione huśur mach (figli cinque) “per il fatto che huśur è sicuramente un plurale, ci dà la prova che il numerale mach ha un valore superiore a uno. Cade così definitiva-mente e senza appello la vecchia, diffusa teoria dello Skutsch sulla equivalenza mach = 1, fondata sopra una sottile e arzigogolata analisi del modo di scrittura delle parolette dei dadi di Tuscania: teoria già largamente controbattuta in sede di ricerche combinatorie e di osservazioni tecniche, ma che non ha mancato di esercitare una sua perdurante suggestione sulle opinioni di alcuni studiosi anche in tempi recentissimi”(24).
4.3 Come in un puzzle nel quale le tessere a poco a poco trovano la loro collocazione, il problema della individuazione dei valori dei numerali etruschi giungeva fin dal 1964 alla sua soluzione. Con la lucidità che gli era propria, Pallottino sottolineò l’importanza metodologica tutta speciale delle iscrizioni scoperte, perché consentivano di trasferire l’“ipotesi ermeneutica basata finora su argomentazioni combinatorie con larghi margini di subiettività” dal piano del «presumibile» a quello del «dimostrabile» (25).
In particolare, le nuove acquisizioni si inserivano in un quadro di indizi che nel loro complesso venivano a convergere, aggiungendosi a ragionamenti combinatori e rafforzandosi a vicenda: la città di Hyttenìa e i Quattro Caronti, il valore certo di ci grazie alle Lamine di Pyrgi, il valore di sa grazie alla Tomba degli Anina,  l’impossibilità per mach, grazie alla tomba degli Spitu, di valere 1, due delle glosse di Esichio con i mesi masan (“quinto”) e chospher  (“ottavo”) riferiti all’arcaico calendario rituale di dieci mesi ……
4.4 Ai sostenitori di huth = 6 e di śa = 4 rimaneva invece soltanto il postulato che sui dadi di Tuscania fosse presente la “regola del sette”, ipotesi basata su un’affermazione indimostrabile, contraddetta dalla grande varietà di schemi finora ritrovata nei dadi etruschi. L’esametro della Anthologia Palatina citato a giustificazione di una norma inesistente (v. 3.4), che prescriverebbe in ogni caso la “regola del sette”,  non può assolutamente riferirsi ai dadi etruschi, come dimostrano centinaia di reperti visibili nei musei di ogni parte del mondo. Ma se quella norma è inesistente, cade la principale motivazione a sostegno dell’ipotesi che huth valga sei e śa valga quattro, e di conseguenza acquista rilevanza l’altro complesso di indizi (Hyttenìa, i Quattro Caronti, sa suthi cerichunce, ecc.), tutti provenienti da riferimenti esterni ai dadi di Tuscania.
Insomma, è dimostrato che i dadi di Tuscania non possono costituire il punto di partenza per giungere alla individuazione dei numerali etruschi, dal momento che è impossibile stabilire a priori il loro schema. Essi possono semmai costituire un punto di arrivo.
Il loro schema, al quale si perviene grazie alle scoperte effettuate dagli archeologi in altri contesti, è dunque il seguente: 1-4, 2-5, 3-6 (26).

5. I numerali etruschi: corollari

5.1 Gli aggettivi numerali etruschi di norma non richiedono il plurale dei nomi degli oggetti cui si riferiscono: ci avil (tre anni) mostra la forma avil al singolare; huth zusle (quattro offerte) mostra la forma zusle al singolare; śa suthi (sei tombe), lascia suthi al singolare. In questi casi è il numerale che fa da quantificatore, rendendo in qualche modo inutile la marca del plurale.
Quando invece si riferiscono a soggetti animati, i numerali etruschi prescrivono il loro plurale: accanto a thun clan (un figlio maschio), si avrà così ci clenar (tre figli maschi, con clenar plurale di clan); è attestato anche mach husur (cinque figli, con husur, che indica maschi e femmine, usato giustamente solo al plurale).
5.2 Spesso la data calendariale o l’età espressa in anni si trovano in caso genitivo: ciś śariś nel Liber Linteus di Zagabria significa “nel (giorno) tredici”; avils huthzars è logicamente equivalente alla nostra espressione “di 14 anni”; avils machs zathrums significa “di 25 anni” e avils cis cealchs vale “di 33 anni”.
Con l’espressione svalce (= visse) l’età è espressa invece in caso zero, senza cioè nessuna modifica né del termine avil (anno) né del numerale: mach cezpalch avil svalce significa “visse 85 anni”.
5.3 L’aggiunta della particella –zi (o semplicemente –z) trasforma il numerale in un avverbio: thunz (una volta), ciz (tre volte), huthz (sei volte), nurphzi (nove volte).
L’aggiunta del suffisso –alch (o –alchus) serve di norma a formare le decine: da ci (tre) a cialchus o cealchus (trenta), da mach (cinque) a muvalch (cinquanta), da śa (sei) a śealch (sessanta). Solo la seconda decina (zathrum = venti) si forma con un suffisso diverso. Da zathrum si forma anche l’aggettivo  zathrumsne, ventesimo. Da ci deriva cisum, “triplice”.

5.4 Anche nella lingua di Lemno i numerali sono simili a quelli etruschi. Nella famosa stele di Kaminia si dice (lato A) che Aker Tavarsie visse sialchveis avis (sessant’anni); in altra grafia si ripete (lato B) avis sialchis (di sessant’anni). Un termine dubbio, eptesio, potrebbe forse spiegarsi con l’etrusco semph (“sette”), il latino septem e il greco heptètes  (“settenne”) (27).
5.5 Le numerose varianti grafiche nelle quali sono attestati i numerali in etrusco non devono spaventare: in un sistema di riferimenti legato alla lingua parlata, differenze di pronuncia e usi locali trovavano riscontro anche nella scrittura. È il caso, ad esempio, del numerale śa (“sei”), di solito scritto con il segno del sade (fatto come la nostra M maiuscola), che doveva rappresentare una esse sorda, ma a volte scritto (come nella tomba degli Anina a Tarquinia) con il normale sigma, che forse rappresentava una esse sonora, vista la sua scambiabilità con la zeta, come vediamo nelle forme zal ed esal  (“due”). L’alternanza di cealchus e cialchus (“trenta”) forse sta a testimoniare un suono simile a quello di una e pronunciata molto stretta, tanto che poteva anche essere scritta come una i. Il numero “cinque”, mach, si trova anche nella variante masu, attestata nel Cippo di Perugia; da mach si ha la forma muvalch (“cinquanta”), con apofonia vocalica iniziale (la a trasformata in u) e successiva dissimilazione consonantica (la trasformazione in v del ch di mach in presenza del ch del suffisso –alch).
5.6 Sull’origine dei simboli numerici e dei nomi dei numeri si esercitano e si sono esercitate a lungo le fantasie degli studiosi. C’è chi ritiene che i simboli Λ e X fossero le iniziali delle parole mach e sar (rispettivamente “cinque” e “dieci”), perché la emme in alcuni alfabeti etruschi (per esempio anche in quello della Tavola V delle Tavole Iguvine) era rappresentata dal segno Λ, e la esse in alcuni alfabeti arcaici compare a volte con il segno X, che successivamente venne impiegato per rappresentare il suono th. Altri rifiutano il “principio acrofonico” e sostengono l’ipotesi che i simboli numerici siano rappresentazioni prealfabetiche, con il segno I che raffigura un dito, il segno Λ che sta per una mano, il segno X per due mani sovrapposte, e così via (28). Altri riconducono il nome del numerale 5 in diverse lingue al nome della mano o del pugno (29).
5.7 Interessante è anche la riflessione sulla logica che in ogni lingua sta alla base del sistema di numerazione. Nella maggior parte delle lingue europee il sistema decimale, che si è affermato dovunque, conserva tracce di un sistema vigesimale e perfino di sistemi come quello sessagesimale o quello su base dodici (30). La particolarità di zathrum rispetto a cealch, huthalch, muvalch, ecc., potrebbe forse essere indizio di un residuo di numerazione vigesimale. Della logica sottrattiva che interessa quei numerali etruschi nei quali la cifra delle unità è 7, 8 o 9 (per cui si hanno ciem zathrum, eslem zatrhrum, thunem zathrum) si ritrova qualche indizio in lingue anche molto lontane tra di loro, per esempio in quelle dravidiche e in quelle uralo-altaiche (31).
L’affinità delle strutture logiche che affiorano dai sistemi di numerazione attestati in lingue diverse non autorizza però a ipotizzare improbabili parentele; al massimo è indizio di evoluzioni culturali parallele in contesti sociali analoghi, le cui radici risalgono alla preistoria. Se poi prendiamo il caso dei numerali sottratti dalla decina successiva sia in latino che in etrusco, la contiguità spaziale e secoli di ininterrotti scambi culturali bastano a spiegare i prestiti e le analogie.

NOTE

  • Ta 1.14
  • Ta 1.19
  • M. PALLOTTINO, Un gruppo di nuove iscrizioni tarquiniesi e il problema dei numerali etruschi, in Studi Etruschi 1964, pagg. 121-122.
  • Genova, scavi del presbiterio vescovile (1977).
  • ILLRP 9, 307, 450, 817, 884.
  • At 1.172
  • At 1.171
  • AH 1.34
  • Vc 1.94
  • LL colonna VIII, riga 1; riga 3 e segg.
  • LL colonna IX, riga 2, riga 12 e riga 17.
  • Cr 4.4
  • TC, righe 2-4
  • CP, facciata A: masu naper 14-15, hut naper 16, naper ci 24
  • Tegola di Capua, righe 3-4.
  • Ibidem, riga 9, riga 11, riga 16.
  • A.ZANNONI, Gli scavi della Certosa di Bologna, Bologna 1876.
  • G.GOZZADINI, Di ulteriori scoperte nell’antica necropoli di Marzabotto nel Bolognese, Bologna 1870.
  • Vedi M.Pittau, L.Agostiniani, G.Colonna, C.D’Adamo ecc. nella Bibliografia.
  • G.COLONNA, in Studi Etruschi 46 (1978), pag. 115 e segg.
  • D.BRIQUEL, in L.M.MICHETTI (a cura di), Massimo Pallottino a dieci anni dalla scomparsa, Atti dell’Incontro di Stusdio, Roma 10-11 novembre 2005, pagg. 29 e segg.
  • M.PALLOTTINO, La lingua degli etruschi, in  “Popoli e civiltà dell’Italia antica”, Volume Sesto, Lingue e Dialetti, Roma 1978, pagg. 445-447.
  • M.PALLOTTINO, Un gruppo di nuove iscrizioni tarquiniesi e il problema dei numerali etruschi, in Studi Etruschi 1964, pagg. 121-122.
  • Idem, pag. 126
  • Idem, pagg. 125-126.
  • Vedi anche in www.carlo.dadamo.name gli articoli sull’argomento.
  • Vedi l’articolo “Il toponimo Karalis a Lemno? Una nuova interpretazione della stele di Kaminia”, nella sezione “Riletture e traduzioni” del sito www.carlo.dadamo.name .
  • Vedi in L.AGOSTINIANI, Sui numerali etruschi e la loro rappresentazione grafica, AION 17 (1995).
  • A.ZAVARONI, I documenti etruschi, Padova 1996, pag. 53.
  • C.TAGLIAVINI, Introduzione alla glottologia, Bologna 1950, pagg. 399 e segg.
  • Ibidem, pagg. 407-408.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

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