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Articoli - Riletture e traduzioni

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Non essere bilingue. La profezia della ninfa Vegoia

di Carlo D’Adamo

1. Il testo

Nel celebrato frammento della ninfa Vegoia che nei Gromatici Veteres (1) è tramandato con il titolo IDEM VEGOIAE ARRUNTI VELTYMNO (2), leggiamo:

Scias mare ex aethera remotum. Cum autem Iuppiter terram Aetruriae sibi uindicauit, constituit iussitque metiri campos signarique agros. Sciens hominum auaritiam vel terrenum cupidinem, terminis omnia scita esse uoluit. Quos quandoque quis ob auaritiam prope nouissimi octaui saeculi data sibi homines malo dolo uiolabunt contingentque atque mouebunt. Sed qui contigerit atque moueritque, possessionem promovendo suam, alterius minuendo, ob hoc scelus damnabitur a diis. Si serui faciant, dominio mutabuntur in deterius. Sed si conscientia dominica fiet, caelerius domus extirpabitur, gensque eius omnis interiet. Motores autem pessimis morbis et uulneribus efficientur membrisque suis debilitabuntur. Tum etiam terra a tempestatibus uel turbinibus plerumque labe mouebitur. Fructus saepe ledentur decutienturque imbribus atque grandine, caniculis interient, robigine occidentur. Multae dissensiones in populo. Fieri haec scitote, cum talia scelera committuntur. Propterea neque fallax neque bilinguis sis. Disciplinam pone in corde tuo.

2. La collocazione temporale

Il brano è la traduzione in latino di un testo etrusco la cui redazione, dato il riferimento all’ “ottavo secolo” (3) declinante, si colloca probabilmente tra la fine del II e l’inizio del I secolo a. C. (4): contestualizzazione che permette di comprendere il senso di alcune espressioni apparentemente oscure, come “dissensiones in populo” o “conscientia dominica” o “dominio mutabuntur in deterius”, e che consente di scegliere, tra diverse possibili opzioni, quelle coerenti con il quadro di riferimenti così delineato, come ad esempio l’attribuzione di “novissimi” ad “homines” anziché a “octavi saeculi”. Il contesto delle lotte agrarie e del loro intreccio con il bellum sociale può costituire lo sfondo in cui sono collocate la maledizione degli dei, il recupero della etrusca disciplina, il richiamo alla fede e al rispetto della tradizione e l’esortazione a “non essere bilingui”. Date queste premesse, propongo una traduzione che tiene conto sia delle singolarità stilistiche del latino qui esibito, sia della polarizzazione del testo intorno alla tematica delle lotte agrarie e dello scelus che i loro promotori commettono.

Ma il testo è interessante anche per le sue particolarità stilistiche.

3. Il calco linguistico

La traduzione latina è indubbiamente singolare, perché sembra effettuata da qualcuno che aveva più dimestichezza con l’etrusco che con il latino: è una traduzione letterale che lascia intravedere strutture sintattiche estranee a quelle latine, ma getta uno spiraglio sulla lingua d’origine.

Per questo il brano latino, come una specie di  calco linguistico, è in grado di fornire informazioni, di riflesso, su alcune strutture logiche dell’etrusco.

Sarà così da sottolineare, ad esempio, l’uso alternato di “scias” (seconda persona singolare del congiuntivo presente con valore iussivo: “sappi che”, o “devi sapere”), e del successivo “scitote” (seconda persona plurale del futuro imperativo). L’oscillazione sembra prodotta dall’indifferenza delle voci verbali etrusche per la marca del numero. Se la stessa forma verbale nella lingua d’origine vale infatti per ogni persona, singolare e plurale, è normale che nella lingua destinataria il traduttore la renda indifferentemente ora con un singolare ed ora con un plurale, anche se ciò costringe nel nuovo sistema linguistico a frequenti variazioni prospettiche.

Analogamente deve essere spiegata l’alternanza tra pronomi personali al singolare (“quis”) e soggetti plurali (“homines”), che rispecchia l’assenza, in etrusco, di una differenziazione formale nella declinazione dei pronomi tra nominativo singolare e nominativo plurale (come accade ad esempio per il pronome relativo italiano “che”). Tale assenza nella lingua d’origine produce nella lingua destinataria l’uso del singolare “quis” con riferimento al plurale “homines”.

Un analogo problema di concordanza investe il sostantivo aethera, trattato come femminile, mentre in latino è neutro. Ignorarne il genere grammaticale riflette l’uso linguistico etrusco, che non distingue nei soggetti inanimati un maschile ed un femminile. Per aethera, poi, sono necessarie ulteriori considerazioni anche dal punto di vista semantico: in questo caso sembra sovrapporsi alla voce greca e latina quella etrusca, athri, che ricorre in toponimi composti come vel/athri, con l’indubbio significato di “terra” (5).

Anche la concordanza tra l’aggettivo “terrenum” e il sostantivo “cupidinem” (come se cupido fosse grammaticalmente maschile e non femminile) riflette l’indifferenza dell’etrusco per il genere grammaticale dei sostantivi astratti o dei soggetti non animati. Ancora: le costruzioni “terrenum cupidinem” e “conscientia dominica” trasferiscono nel latino espressioni etrusche che in latino richiederebbero propriamente altre costruzioni, con il genitivo dei sostantivi da cui qui si ricavano gli attributi terrenum e dominica. In etrusco invece l’endiadi di sostantivo+aggettivo in –ac è ampiamente ricorrente per esprimere nessi di relazione, di possesso, di pertinenza, di materia, di interesse, ecc., come attestano ad esempio lo zacinat prinisherac della Tavola di Cortona, il trutnvt frontac della bilingue pesarese, lo zich nethsrac del rotolo di Laris Pulena (6).

L’ellissi del verbo essere – nell’uso del participio remotum con il valore di “remotum esse” e nella frase multae dissensiones in populo – è fedelmente trasportata in latino dall’uso etrusco, come migliaia di epigrafi testimoniano. Nelle iscrizioni sepolcrali, ad esempio, al pronome personale mi segue il nome del defunto senza che sia mai espresso il verbo essere.

Ancora: l’espressione “si servi faciant, dominio mutabuntur in deterius” presenta una sorta di costruzione mediopassiva completata da un ablativo di limitazione: i “servi”, in quanto al dominio, cambieranno in peggio.

4. I termini sensibili

Sono stati ampiamente discussi i termini qui ricorrenti di servi e domini, che non possono essere tradotti con “schiavi” e “padroni”, dato che il senso contestuale non lo permette, ma vanno resi con sostantivi che definiscono piuttosto una divisione sociale profonda, del tipo di quella tra “plebei” e “nobili”, in grado di spiegare la libertà d’azione dei servi, che spostano i cippi di confine e si impadroniscono delle terre sia in piena autonomia sia  con il consapevole (e colpevole) consenso dei domini. Quelle che qui vengono stigmatizzate come operazioni di rimozione dei sacri confini, saranno rivendicazioni sociali come quelle che scuotevano tutto il mondo italico e non solo quello latino, tese a richiedere una vasta redistribuzione delle terre. L’espressione dominica conscientia alluderà forse allora alla complicità di quei nobili che si schieravano con i popolari, come avevano fatto i Gracchi a Roma, acconsentendo colpevolmente al sovvertimento dell’ordine stabilito da Giove e quindi macchiandosi di scelus.

I motores (da “moveo”), in questo contesto, non saranno semplicemente gli spostatori dei confini, ma i sovvertitori, gli agitatori, i pro/motori delle som/mosse. Una welthanschauung profondamente conservatrice trapela da ogni passo del nostro brano, la cui redazione rivela senza dubbio una mentalità squisitamente reazionaria.

Ecco che allora anche la frase Quos quandoque quis ob auaritiam prope nouissimi octaui saeculi data sibi homines malo dolo uiolabunt contingentque atque mouebunt può essere interpretata coerentemente. Se noi concordiamo nouissimi con homines anziché con octaui saeculi (cosa  possibile soprattutto se la nostra lingua di riferimento è organizzata secondo una strategia prevalentemente agglutinante, che nel passaggio alle strutture flessive del latino si carica di ambiguità), avremo la seguente sequenza logica: nouissimi hominesmalo dolo uiolabunt contingentque atque mouebunt quos (=terminos).

Il riferimento ai novissimi homines, ai nobili di recentissima nobiltà, in poche parole ai parvenus, ai neoricchi, che pretendono di usurpare un ruolo sociale da sempre attribuito ad altri, è coerente con la maledizione  successiva: ob hoc scelus damnabitur a diis (con il consueto passaggio dal plurale al singolare). Questi traditori pretendono di sovvertire le gerarchie sociali attribuite una volta per sempre per diritto divino. È un sacrilegio quindi la loro velleità riformistica.

Il nesso tra l’appartenenza ad una gens e l’obbligo di seguirne i riti e celebrarne i sacrifici era palese anche a Roma, se la detestatio sacrorum (la rinuncia alla tradizione religiosa della propria famiglia) legava strettamente  l’accettazione dei beni avuti per testamento all’accettazione del culto della gens i cui beni si ereditavano, e, forse, costituiva anche la dichiarazione con la quale un patrizio rendeva esplicita la sua transitio ad plebem (7).

Ancora: il termine bilinguis è qui assunto metaforicamente per significare la doppiezza, la falsità e l’ipocrisia attribuite a chi segue false credenze e non obbedisce ai precetti divini. Ecco spiegata quindi l’esortazione conclusiva, disciplinam pone in corde tuo, che significa, sostanzialmente, “credi”, “abbi fede” nella religione della tradizione.

Se il latino credere etimologicamente si spiega da *kerd – “cuore” e *dhe – “porre”, (cioè porre nel cuore) (8), qui il nostro traduttore smonta e rimonta etimologicamente il verbo latino, sostituendolo con un’analoga espressione ricavata forse dalla lingua etrusca. Per questo propongo di considerare la formula disciplinam pone in corde tuo come un’espressione enfatica, equivalente a “disciplinae crede” (9). Ci troviamo insomma di fronte ad un richiamo alla fede ed alla tradizione per disincentivare, con la paura del sacrilegio e la conseguente maledizione divina, ogni attentato al latifondo e all’assetto sociale che ne deriva.

5. La traduzione proposta

“Devi sapere che, dopo che il mare fu separato dalla terra, Giove rivendicò per sé la terra dell’Etruria, e stabilì e ordinò di misurare i terreni e delimitare i campi. Conoscendo l’avidità degli uomini e la loro brama di terre, volle che tutto fosse reso noto attraverso cippi di confine, che qualcuno di recentissima nobiltà un giorno, per l’avidità portata dalla fine dell’ottavo secolo, a suo vantaggio con dolo violerà e toccherà e sposterà. Ma chi  toccherà e sposterà i confini, estendendo la sua proprietà e diminuendo quella di un altro, per questo sacrilegio sarà condannato dagli dei. Se lo faranno dei plebei, la loro sottomissione si muterà in una peggiore. Ma se avverrà con la complicità di un patrizio, la sua casa sarà sradicata molto presto e tutta la sua gens morirà.

Gli agitatori inoltre saranno colpiti da malattie e da ferite terribili, e le loro membra non avranno più forza.

Allora anche la terra sarà sconvolta da tempeste e da turbini di vento nella più completa rovina. I frutti saranno spesso danneggiati e cadranno giù per le piogge e la grandine, seccheranno per la siccità, saranno uccisi dalla ruggine.

Molte le divisioni nel popolo.

Sappiate che accadranno queste cose quando saranno commessi tali sacrilegi.

Per questo non essere ipocrita né bilingue.

Poni nel tuo cuore la tradizione etrusca.

6. Le urnette con Echetloo e quelle con Eteocle e Polinice

Stupisce la quantità di urnette sepolcrali, soprattutto di ambiente chiusino, che recano un bassorilievo nel quale è rappresentata la lotta di Echetloo, l’eroe contadino che combatte impugnando l’aratro come un’arma contro i soldati che lo circondano. Qualcuno interpreta la scena come se si trattasse di un eroe che difende la sua terra dall’assalto di truppe nemiche. È più probabile, a mio parere, che la scena di Echetloo alluda alle lotte agrarie, e che i bassorilievi rappresentino simbolicamente i piccoli contadini che difendono il diritto ad un’equa ripartizione delle terre.

I soldati, in questi bassorilievi, rappresentano semplicemente il potere dello stato, saldamente in mano ai latifondisti locali spalleggiati dal Senato romano, al quale ricorrono per regolare le lotte sociali interne. Del resto anche la rivolta di Arezzo, nella quale, circa due secoli prima della redazione del brano della ninfa Vegoia, i “servi” avevano tentato di prendere il potere, era stata soffocata nel sangue dagli amici romani degli ottimati aretini: e Arezzo non era stato un caso isolato.

Se le urnette con Echetloo raffigurano come eroe il piccolo contadino, mi piace pensare che il defunto esprima una simpatia per la causa dei popolari, dal momento che sceglie per le sue ceneri queste rappresentazioni.

Che dire allora delle numerose urnette nelle quali invece è rappresentato il mito di Eteocle e Polinice? I due fratelli si odiano a tal punto che, in un impeto di rabbia, si gettano l’uno contro l’altro e si uccidono a vicenda.

Credo si possa ipotizzare, in questo caso, una scelta di campo a favore del partito tradizionalista, perché il mito di Eteocle e Polinice, come anche il famoso apologo di Menenio Agrippa, che prospetta scenari di rovina per tutti se la plebe non collabora, può essere utilizzato ideologicamente come deterrente contro le “novità” dall’ambiente degli ottimati, quello stesso ambiente nel quale viene elaborata la profezia della ninfa Vegoia.

NOTE

  1. F.Blume, K.Lachmann, A.Rudorff, Die schriften der romischen Feldmesser, Berlin 1848, edizione anastatica di G.Olms, Hildesheim 1967.
  2. Arruns Veltymnus, qui declinato in dativo, è la traslitterazione del nome etrusco Arnth Veltimna, al quale Vegoia avrebbe dettato il brano tramandato.
  3. L’ottavo secolo etrusco, secondo la tradizione etrusca, era l’inizio della fine per la civiltà dei lucumoni: altri due secoli e poi tutto sarebbe finito. Questa tradizione apocalittica sarà poi ripresa da alcune correnti cristiane.
  4. Secondo i calcoli degli eruditi latini la data della fine dell’VIII secolo coincide con l’anno 88 a.C.
  5. Per aethera che, a rigor di logica, qui dovrebbe significare “terra” e non “cielo”, vedi qui l’articolo “Aethera, atri, terra. Il frammento della ninfa Vegoia”.
  6. Tavola di Cortona; Bilingue Pesarese: Um 1.7; rotolo di Laris Pulena: Ta 1.17.
  7. A. De Marchi, Il culto privato di Roma antica, Forlì 2004, vol. II, pag. 45.
  8. V. F.Villar, Gli indoeuropei e l’origine dell’Europa, Bologna 1997, p. 478.
  9. È interessante notare che il nesso tra l’invito a non essere bilingue e quello a porre nel cuore la tradizione etrusca ricorda singolarmente Ennio che, secondo Aulo Gellio (Notti Attiche XVII 17) “tria corda habere sese dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine sciret”.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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