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Articoli - Riletture e traduzioni

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Il leccio e gli agrimensori antichi: la Tavola di Cortona, le Tavole Iguvine e i Gromatici Veteres

di Carlo D’Adamo

1. Due agrimensori etruschi nella Tavola di Cortona?

Nel testo lungo della Tavola di Cortona alle righe 5-7 si legge inni pes petrus pavac traulac tiur ten[th]urc tentha zacinat priniśerac zal. L’interpretazione del brano è controversa, e varia da un commentatore all’altro. Tuttavia, poiché il testo è ordinatamente suddiviso in paragrafi (che elencano, secondo uno schema notarile prestabilito, l’oggetto del negozio, le parti contraenti, i testimoni, i garanti, l’estensore del contratto, e una serie di parenti non si sa a quale titolo coinvolti), il paragrafo in cui è collocato il passo in questione (il primo paragrafo) contribuisce a circoscrivere l’orizzonte delle ipotesi e a contestualizzare l’argomento.
In quel paragrafo si descrive l’oggetto del negozio: l’acquisizione, da parte di Petru Sceva, di terreno che appartiene ai Cusu, avente determinate caratteristiche (vinac restmc, vigna e pascolo?).
Poiché l’etrusco non conosce la marca dell’accusativo, se non per i pronomi, e dato che inni è appunto il pronome relativo in caso accusativo, esso conferisce a pes (cui si riferisce) la valenza di un complemento oggetto; petrus è caratterizzato dalla marca del genitivo; tiur (“luna”, “mese”) forse, come suggerisce Facchetti, va inteso come un complemento di tempo (“entro un mese”); pavac traulac sono due ingiuntivi, legati per polisindeto da due enclitiche copulative; l’unico sintagma che può fungere da soggetto è zacinat priniśerac zal, che regge anche ten[th]urc tentha, (cioè “e le misure misuri” oppure “e le misure misurino”, dato che il verbo etrusco non distingue le diverse persone verbali). Una prima approssimativa traduzione potrebbe quindi essere la seguente: “il quale pes di Petru controllino e trasferiscano entro un mese e le misure misurino i due zacinat priniśerac”.
Cosa significherà mai zacinat priniśerac e perché costoro devono verificare le misure stipulate?

Secondo gli editori ufficiali della Tavola di Cortona la –c finale di priniśerac costituirebbe l’enclitica copulativa “e” (1).  Non si può consentire con questa affermazione, perché il sintagma zacinat priniśerac, strutturalmente identico al sintagma truntvt frontac della bilingue di Pesaro, rivela che la –ac di priniśerac è una formante aggettivale, dello stesso tipo della –ac di nethsrac, termine occorrente nel Rotolo di Laris Pulena a Tarquinia. Gli aggettivi etruschi in –ac sono una classe ben nota e priniśerac non fa eccezione, come è agevole verificare:
a) L’espressione zich nethsrac nel Rotolo di Laris Pulena  (2)  viene concordemente tradotta “libro di aruspicina”. In essa nethsrac  è un aggettivo di relazione  riferito a zich, sostantivo che ricorre anche nella Tavola di Cortona (cen zic zichuche, “questo documento fu scritto”). Il tema zic- è al tempo stesso nominale e verbale; come verbo significa “scrivo”; come sostantivo significa “scritto”, e quindi, a seconda dei contesti, “libro”, “documento”, “contratto”. L’aggettivo nethsrac, che definisce l’argomento del libro scritto da Laris Pulena, è formato su un termine (neths o nets) che senza dubbio va posto in relazione al greco nèduia, “viscere”.
b) All’espressione netsvis trutnvt frontac nella bilingue di Pesaro (3) corrisponde nel testo latino haruspes fulguriator. Mentre haruspes vale netsvis (da nets: vedi sopra), fulguriator è equivalente a  truntvt frontac. Il nomen agentis truntvt può collegarsi al latino trutina (“ago della bilancia”, da cui deriva anche trutinator, il “pesatore”) e può essere reso con “osservatore”, “misuratore” o simili. L’aggettivo frontac (grafia eccezionale, perché la “o” viene resa normalmente con il segno V negli alfabeti etruschi, ma qui siamo in ambiente romanizzato e periferico) è stato collegato al greco brontè (“tuono”) e tradotto con l’espressione “relativo ai fulmini”. Il sintagma truntvt frontac insomma esprime in due termini (“osservatore dei fulmini”) un concetto espresso in latino da un unico sostantivo: fulguriator.
c) Se analizziamo quindi il sintagma zacinat priniśerac sarà agevole considerarlo (allo stesso modo di truntvt frontac) come una endiadi corrispondente ad un unico concetto. In esso il nomen agentis zacinat può essere probabilmente collegato alla radice zac- che costituisce grado apofonico pieno rispetto a zuc-, grado ridotto, ricorrente nella formula del Cippo di Perugia (4) zuci enesci (“secondo la nostra valutazione”), e può essere paragonato formalmente al latino sancitor. L’aggettivo priniśerac può invece essere spiegato con il greco prìnos (“leccio”) e il latino prininus (“di leccio”). Non si tratta di semplice assonanza casuale: l’accostamento è giustificato e avvalorato dai passi dei Gromatici Veteres in cui si dice che gli agrimensori piantavano profondamente nel terreno palos iliceos (5), palos de ilice (6), segnando i confini palis ligneis, siliceis, sacrificalibus (7), in cui siliceis sta evidentemente per iliceis (come suggerisce anche Bursian (8)). Lo zacinat priniśerac sarebbe insomma un verificatore dei pali di leccio (sancitor palis iliceis), o, con riferimento al suo ruolo pubblico, un inspector: egli deve controllare e ratificare per conto dell’autorità la correttezza dei confini. Il ricorso ai pali di leccio per delimitare ritualmente i terreni misurati ha un valore simbolico connesso con la sacralità dell’operazione: il leccio era sacro a Giove, protettore dei confini; per questo i gromatici, in origine, erano assistenti degli auguri (9).

Questa mia proposta, accettata dal Facchetti (10), rende intelligibile un sintagma che, secondo gli editori, contenendo due apax, zacinat e priniśerac, è intraducibile perché “apparentemente, le due parole sono senza confronti” (11). Tuttavia, anche se zacinat priniśerac definisce l’ufficio dell’agrimensore pubblico, l’interpretazione del brano rimane difficile, perché pes (che Facchetti propone di rendere con “affitto”) è un termine centrale per comprendere il tipo di negozio di cui si parla, e da pes dipende il senso stesso di tanti altri termini. In ogni caso secondo Facchetti l’affitto di Petru deve essere pagato entro un mese, “e le misure misuri lo zacinat priniśerac entro due mesi”. Il numerale zal (“due”) secondo l’ipotesi di Facchetti (12) sottintende tiur, e quindi va tradotto “entro due mesi”. È possibile che Facchetti, che è bravo, abbia ragione anche in questo caso, e che zal sottintenda effettivamente tiur, ma altre riflessioni inducono a ipotizzare che zal qui sia semplicemente un aggettivo numerale riferito a zacinat priniśerac, posposto al sostantivo cui si riferisce, come accade spesso in etrusco: Σ IIII, avils sar, clenar ci. È vero che i numerali non prescrivono la marca del plurale per i soggetti inanimati cui si riferiscono (avil ci, “anni tre”, con avil indeclinato), ma richiedono il plurale dei soggetti animati (clenar ci, “figli tre”, con clenar che è plurale di clan), e non c’è dubbio che zacinat sia singolare; tuttavia questo agrimensore pubblico potrebbe essere concepito dall’estensore del testo come un’istituzione, una carica o una confraternita, e non come una persona: e sarebbe quindi giustificata la mancata flessione del sostantivo che lo identifica. Come nel caso dei soggetti inanimati, la determinazione del plurale avverrebbe insomma anche qui semplicemente attraverso il numerale. Per quanto riguarda la percezione della persona come un’istituzione, mi limito ad osservare che anche noi, quando diciamo “il Procuratore della Repubblica” o “il Giudice di pace” non ci riferiamo a chi occupa quella carica, ma alla magistratura, all’istituzione.

Ci sono tuttavia anche altri indizi extratestuali che spingono a prendere in esame l’ipotesi che zal possa conferire a zacinat priniśerac il significato di un plurale:

a) il fatto che per misurare un terreno con corde o con pertiche occorre disporre di almeno due persone, ognuna ad un capo dell’attrezzo. Riconosco tuttavia che questo indizio è labile: infatti, pur ammettendo che lo zacinat priniśerac sia concepito come una istituzione, il termine potrebbe essere comunque utilizzato al singolare (come ad esempio “l’ufficio di collocamento”) indipendentemente dal numero di addetti di cui dispone;

b) il fatto illogico che prima, entro un mese, il pes di Petru debba essere pagato, e poi, entro due mesi, debba essere controllato dall’agrimensore pubblico; sarebbe più logico il contrario, che cioè il pagamento venisse effettuato dopo la verifica e la ratifica ufficiale dell’estensione del terreno. Questo argomento gioca a sfavore dell’ipotesi che zal possa essere interpretato come un complemento di tempo (come se fosse zal tiur, “in due mesi”) e gioca a favore dell’ipotesi che zal indichi semplicemente il numero degli agrimensori-controllori;

c) il fatto che nelle Tavole Iguvine gli agrimensori pubblici che prendono parte alla cerimonia rituale di purificazione dell’esercito sono due.
Comunque sia, rimane il fatto che zacinat priniśerac, il nome di questo agrimensore pubblico, è strettamente legato al leccio, come anche il nome dei due agrimensori delle Tavole di Gubbio.

2. Due agrimensori eugubini nelle Tavole di Gubbio

La radice prin- che giustifica le forme prìnos (in greco “leccio”), prininus (in latino “di leccio”), priniśerac (in etrusco “relativo ai pali di leccio”), e che ritroviamo forse anche in un lessema iscritto su una parete della Tomba Giglioli di Tarquinia e in un passo corrotto della Tegola di Capua, la stessa radice che è alla base di toponimi mediterranei (Prinios a Creta, e, secondo alcuni, anche Preneste nel Lazio), può essere probabilmente utilizzata anche per spiegare il senso ed il ruolo dei due personaggi – due funzionari pubblici – che coadiuvano l’officiante nelle complesse cerimonie di purificazione dell’esercito descritte nelle Tavole Ib, VIb e VIIa. Questi due personaggi accompagnano il conduttore del rito, si portano al di là del pomerium (sahata, cioè “spazio sacro”) fermandosi al cippo di confine, conducono intorno al cippo l’esercito per fargli compiere le tre rituali circumambulazioni, pregano prima la divinità dei confini tursa cerfia e poi, dopo il terzo giro, la divinità dei confini tursa iuvia; prendono, insieme all’officiante, le vitelle da immolare nella piazza dell’adunata al Cippo di Giove; a rito concluso, tornano al di qua (çimu) del pomerium per la stessa via per la quale sono andati (13). Il loro ruolo è strettamente connesso, nella cerimonia, ai riti che prevedono sacrifici e preghiere ai piedi dei cippi sacri di confine: sia quello che segna simbolicamente l’entrata del pomerium, sia i due cippi sacri a tursa. Essi sono presenti quando l’officiante elenca ad alta voce i confini del templum prospettico all’interno del quale l’augure deve interpretare i segnali divini; con la loro presenza attestano che l’area del luogo sacro sia quella stabilita (stahmo stahmito) ed infine, sancita la correttezza dei riti in rapporto ai confini simbolici della tota, dopo aver assistito alla messa al bando dei nemici (eturstahmu è l’imperativo usato nel testo, cioè e/turs/stahmu, “fuori dal confine ponga”), e dopo essere stati in processione al di là del pomerium (tras sahata), rientrano al di qua.

Il termine con cui sono designati (prinuvatus nei testi in alfabeto umbro, prinuatir in quelli in alfabeto latino) è oscuro; di solito i commentatori lo fanno derivare da *prae-nowator, ma in umbro prae- dà sempre pre-, mai pri- (presolia, prestota, ecc.).
Ecco che se ricorriamo a prìnos greco, prininus latino e priniśerac etrusco anche il nostro termine diventa trasparente: possiamo pensarlo come prinu/vatus (alla lettera “portatore di leccio”), formato da *prinu (“leccio”) e dalla radice *tlat>lat>vat- (che in latino troviamo anche in quei nomi composti la cui seconda componente è -lator). La resa di “l” semivocalica con “v” è fenomeno tipico dell’umbro, che ha vapires (latino “lapides”), vuku (latino “lucus”), ecc.; quindi –vatus umbro formalmente può corrispondere a –lator latino.
La funzione pubblica di questi due prinuvatus (“portatori di leccio”) è indubbia; essi sono assistenti dell’officiante, ed il loro ruolo è simbolico; forse fanno parte di un ordo o di una confraternita religiosa, prima ancora che tecnica; l’asta che portano (la perka puniçate) potrebbe forse essere una “decempeda” (14).
Anche il loro nome, come quello dell’agrimensore (o degli agrimensori) della Tavola di Cortona, è legato al leccio, segno che la pratica tradizionale di utilizzare ritualmente pali di leccio, testimoniata anche dai Gromatici Veteres,  per le sue valenze simboliche (il leccio era sacro a Giove) serviva ancora a delimitare ufficialmente i confini nelle cerimonie pubbliche (15).
Tradurre prinuvatus con “agrimensori” è riduttivo: il loro ruolo ufficiale doveva probabilmente essere più simile a quello dei feziali, per la forte carica di ritualità che lo pervadeva, che non a quello di semplici misuratori di campi. Tuttavia la loro accertata relazione con i confini, oltre che con il leccio che li rappresenta simbolicamente, ne fa anche un ordo di misuratori. Ritualità, sacralità e valenza tecnica dovettero essere caratteristiche presenti, in origine, anche fra i gromatici romani, se è vero che groma deriva da un termine etrusco non attestato, forse *kruma, che sarebbe intermediario tra groma latino e gnomon greco.
Tuttavia, a differenza di gnomon, che propriamente indica l’asta della meridiana, lo gnomone, il termine *kruma, corradicale di crux, indicava probabilmente la croce, la stella, cioè le due asticelle perpendicolari tra loro poste sopra il bastone dell’agrimensore, simbolo anche in età classica del mestiere dei gromatici. Quella croce, rappresentata dal decussis ritualmente seppellito nel centro della città, alludeva all’operazione religiosa, prima che tecnica, di “quadratura” dei campi e di “quadratura” della spazio cittadino (16).  

Elenco delle figure: 1) Quercus ilex (leccio); 2) Tavola di Cortona: testo lungo; 3) Tavola di Cortona: disegno della facciata recante il testo lungo (che gli editori ufficiali definiscono “Faccia A”); 3) Le Tavole Iguvine (Gubbio, Palazzo dei Consoli); 4) i cippi di via Fondazza (cippi di confine monumentalizzati e sacralizzati, forse per marcare simbolicamente l’entrata del pomerium: Bologna, Museo Civico Archeologico); 5) Quercus ilex.

 

NOTE

  1. L.Agostiniani F.Nicosia, Tabula Cortonensis, Roma 2000, pag. 90.
  2. Ta 1.17
  3. TLE 697
  4. CIE 4538
  5. F.Blume, K.Lachmann, A.Rudorff, Die Schriften der romischen Feldmesser, Berlin 1848, I 349.
  6. Ibidem, I 307.
  7. Ibidem, I 252.
  8. Ibidem, II 514.
  9. J.Y.Guillaumin, Corpus agrimensorum romanorum II-III, Balbus, Napoli 1996, pag. 25 nota 9.
  10. G.M.Facchetti, Appunti di morfologia etrusca, Firenze 2002, pag. 52.
  11. L.Agostiniani F.Nicosia, op. cit. pag. 102.
  12. G.M.Facchetti, L’enigma svelato della lingua etrusca, Roma 2000, pag. 200.
  13. Vedi, nelle Tavole Iguvine, Ib 15, 19, 23, VIb 50, 55, 56, 57, 65, VIIa 1, 46, 52.
  14. Il termine latino pertica e quello umbro perka possono essere spiegati a partire da umbro *pers/teka, cioè “piedi dieci”, costruito, ad elementi invertiti, come il latino decempeda. Da *persteka, per sincope di sillaba atona si hanno le forme pertka> perka. Il termine è giunto verosimilmente in latino, come prestito dall’umbro, prima della sincope. Vedi C.D’Adamo, Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine, S.Giovanni in Persiceto 2004, pag. 185.
  15. V. in C.D’Adamo, op. cit.
  16. Vedi qui l'articolo "Il quadrato nel cerchio. Riti di orientamento e templi augurali"

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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