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Articoli - Riletture e traduzioni

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Il nome della Nera

di Carlo D’Adamo

Nella formula rituale che nelle Tavole Iguvine nomina alcuni nemici del puplu ikuvinu scelti per il loro valore paradigmatico (e nella quale sono significativamente assenti i Romani), si bandiscono, accanto alla tuta(m) tařinate(m) e alla trifu(m) tařinate(m), il turskum naharkum numen e lo iapuzkum numen (1).

Sia turskum che naharkum e iapuzkum, declinati in caso accusativo singolare, sono formati  apponendo a ciascun lessema la posposizione -ku, che vale “presso”, “accanto a”.

La presenza della posposizione -ku rende facilmente ricostruibile dal punto di vista etimologico il nome attribuito dagli umbri a ciascuno di questi popoli: ci troviamo di fronte a “quello presso il turs”, “quello presso lo iapuz” e “quello presso il nahar”.

Del primo popolo, il tursku, si è detto. Il lessema turs- vale, in umbro, “confine”. Per gli umbri, quello che si trova presso il confine è il vicino etrusco: da qui derivano in latino, per semplice traslitterazione dall’umbro, l’etnonimo tuscus e il toponimo Tuscia (2).

Del popolo iapuzku gli studiosi hanno dibattuto a lungo se si tratti degli Iapigi dell’Italia meridionale o degli Iapodi dell’Illiria. Molti hanno fatto riferimento al re Genzio, catturato durante la terza guerra illirica e portato come ostaggio nel 167 a.C. a Gubbio, dove probabilmente morì (3).

È vero che l’atteggiamento filoromano che pervade tutto il testo potrebbe giustificare l’inclusione degli Iapodi nell’elenco dei nemici, ma questo vale anche per gli Iapigi, che si erano ribellati a Roma durante il bellum sociale e potevano verosimilmente aver avuto in tempi lontani motivi di contrasto con gli Umbri per il controllo delle coste adriatiche. Discriminante per la scelta tra le due opzioni è proprio l’etnonimo attribuito dagli umbri, formato sulla base dell’idronimo iapuz, che individua lo Iapix, un fiume della Apulia.

Trasparente è invece l’etnonimo naharku: si tratta di coloro che vivono lungo il nahar, il non lontano fiume che oggi si chiama Nera (4).

Se la formazione dell’etnonimo è trasparente, il nome umbro della Nera, nahar, si apre però a domande che investono lo stesso problema della formazione delle lingue italiche, dei loro rapporti con le altre lingue del Mediterraneo, dell’origine di molti termini del vocabolario indoeuropeo.

La voce nahar è infatti identica all’arabo nahar, voce viva ancora oggi, e all’ebraico nahar (fiume), che continuano l’accadico nārum.

La grafia -aha- di solito è considerata una tecnica per notare la a lunga (ā); ne sarebbe prova il fatto che in latino il nome del fiume viene traslitterato in Nar (5).

Dall’idronimo Nar, nella sua grafia latina, o nahar, nella forma umbra, derivano toponimi come Narnia (oggi Narni) e Interamnia Nahartes (oggi Terni) (6).

La stessa radice nar- sembra all’origine di idronimi ed etnonimi diffusi su una vasta area che va dall’Iberia all’Illiria alla Grecia, come un torrente Narrenbach in Svizzera, un fiume Naron in Dalmazia e un Naro in Sicilia.

In greco la radice nar- o nahar- dà luogo ad uno dei nomi dell’acqua, νηρός, da cui derivano anche Nereo e le Nereidi, le ninfe delle fonti. La voce è ancora viva nel greco moderno νερό.

L’evoluzione della parola nahar porta in italiano all’attuale nome “Nera”, omofono di un aggettivo che niente ha a che vedere con il nome originario del fiume, e che anzi rischia di essere fuorviante se si assume il nome della Nera come segno linguistico e non come puro esito fonico.

Ma perché il nome umbro della Nera, nahar, è così intrigante?  Perché si presta ottimamente a misurare i nostri pregiudizi sulla formazione dei popoli italici, sul rapporto tra popolo e lingua, sul processo di popolamento della nostra penisola, sulla koinè mediterranea, sulla plurivocità degli apporti che concorrono a costruire storicamente quei complessi sistemi di stratificazioni che chiamiamo lingue.

La radice nar- di nahar, così ampiamente diffusa, è prova di contaminazioni precoci o di affinità genetiche?

Non voglio qui inoltrarmi sul terreno scivoloso degli idronimi, ma mi limito ad osservare che, qualunque sia la risposta alla domanda precedente, il nome della Nera, nahar, proietta le relazioni culturali e linguistiche tra i popoli mediterranei ben indietro nel tempo.

NOTE

  1. Tavole Iguvine, Ib 16-17.
  2. Vedi in C.D’Adamo, Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine, San Giovanni in Persiceto 2004, pag 166 e pag. 198; vedi anche I Sardi nella guerra di Troia, San Giovanni in Persiceto 2007, pag. 51; vedi qui l’articolo “La dea Tursa e i cippi di confine nelle Tavole Iguvine”.
  3.   Vedi A.L.Prosdocimi, Le Tavole Iguvine, Firenze 1984.
  4. C.D’Adamo, Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine, cit., nota (20) pag. 40.
  5. Virgilio, Eneide, VII 517.
  6. Nell’iscrizione latina di età augustea CIL XI 4213 compaiono gli Interamnat[es] Nahartes, cioè i “Naharti” di Interamnia. Interamnia significa “terra in mezzo ai fiumi”. Il territorio della città che oggi si chiama Terni è situato infatti tra il Serra e il Tescino, che confluiscono nella Nera da destra, e la Nera, che è il corso d’acqua principale e dà il suo nome ai Nahartes (da nahar). 

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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