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Articoli - Riletture e traduzioni

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Il caso di iuku e di ahti nelle Tavole Iguvine

di Carlo D’Adamo

Secondo alcuni autori il fatto che nelle prime Tavole si trovino termini “despecializzati” come iuku o ahti, ai quali corrispondono nelle ultime Tavole termini “specialistici” (rispettivamente, in questo caso, arsie e aso) (1) si spiegherebbe come una sorta di lectio facilior; i redattori delle prime Tavole avrebbero insomma sostituito, nel “trasferimento” dall’archivio arcaico al testo delle Tavole, le parole tecniche  con termini più familiari.

Questa ipotesi, che si basa sul postulato che le prime Tavole e le ultime derivino i loro testi da un unico presunto archivio arcaico, annulla la distanza temporale tra le prime e le ultime Tavole, enfatizzando la dimensione sincronica dei documenti e sottovalutando le differenze linguistiche tra i due gruppi di Tavole, e giunge in alcuni casi fino al punto di ipotizzare erroneamente una stesura delle prime Tavole posteriore a quella delle ultime. In realtà le differenze testuali provano una evoluzione in senso temporale nelle abitudini dei parlanti, non riducibile ad una differenza di registro, e dimostrano inequivocabilmente che la soluzione del problema va cercata sul piano della lingua, e non su quello dello stile, né, tanto meno, su quello dell’alfabeto utilizzato. Quella evoluzione, come testimonia l’avanzamento del rotacismo, va indubbiamente dalle Tavole I, II, III e IV verso le Tavole V, VI e VII. Il rotacismo non è pura convenzione grafica legata all’uso dell’alfabeto latino in luogo di quello umbro-etrusco (che conduce dalla forma prinuvatus a quella prinuatir), perché è presente anche nel testo in alfabeto umbro-etrusco di Va e Vb. Il fenomeno attestato nelle Tavole rispecchia quindi una reale trasformazione della lingua, cui si adeguano i testi.

Il movimento ricostruibile oggettivamente, se ci atteniamo al documento, non sarà quindi quello dal presunto archivio ad A1 e ad A2, ma semplicemente quello da A1 ad A2.

Parallela a questa avanzata del rotacismo (per la quale -s finale diviene sempre -r nelle tavole V, VI e VII, anche nei testi in alfabeto umbroetrusco di Va e Vb) c’è la sostituzione, nelle formule liturgiche, di termini familiari con termini “tecnici”. Questa sostituzione andrà letta probabilmente come l’acquisizione o il recupero di una maggiore ritualità (visto che la direzione del cambiamento va verso le ultime Tavole). A mio parere questa scelta stilistica, da inserire nel contesto di una evoluzione linguistica verso un rotacismo generalizzato, va spiegata come il frutto di una ricerca antiquaria, la stessa che porta le classi dirigenti eugubine a riproporre riti arcaici in epoca augustea.

Sia pure utilizzando un antico archivio (reale o immaginario: problema, in questa prospettiva, del tutto secondario), quell’operazione conferisce ai termini arcaici, al recupero della tradizione e dei prisci mores ed alla accentuazione della ritualità tutta l’enfasi che in un’epoca di cultura antiquaria si addice ad operazioni di questo tipo.

Ipotesi della derivazione da un presunto archivio arcaico
dei testi delle Tavole Iguvine

Ipotesi della rielaborazione delle Tavole “latine” a partire dal testo delle Tavole “umbre

 

A (archivio arcaico)
arsie – aso

 

A1 (Tavole I, II, III, IV)
iukuahti

 

A1 (Tavole I, II, III, IV, Va e parte di Vb)
iuku ahti

 

 

A2 (Tavole VI, VII e parte di Vb)
arsie - aso

 

A2 (Tavole V, VI e VII)
arsie - aso

Anche Ancillotti e Cerri ritengono che la presenza di iuku in luogo di arsie e quella di ahti in luogo di aso si spieghi come il passaggio da un registro specialistico (quello del presunto archivio) ad un linguaggio despecializzato; essi non giungono a rovesciare la cronologia delle Tavole, ma spiegano la sostituzione dei termini con la maggiore o minore fedeltà  al linguaggio originario degli antichi testi, che, giova ripeterlo, noi non abbiamo e che essi, del tutto congetturalmente, immaginano come testi “tecnici”, di cui le ultime Tavole riprenderebbero fedelmente i termini (2), mentre le prime li avevano trasformati in termini “familiari”.

Credo tuttavia sia preferibile leggere il fenomeno della sostituzione di iuku e ahti con arsie e aso alla luce della stratificazione anacronistica dell’intero documento, che attesta più stesure e più livelli ideologici, posizionati tuttavia, all’interno del testo complessivo, attraverso una cronologia interna scandita dal progressivo inarrestabile fenomeno del rotacismo, segno evidente dell’indebolimento delle desinenze in –s che porta inevitabilmente, in umbro, alla caduta della consonante finale.

Ma se restituiamo al documento tutto il suo spessore diacronico non possiamo non rilevare che sono  in particolare le ultime Tavole a mostrare evidenti anacronismi. In esse infatti le strutture linguistiche appaiono più evolute, ma i notabili locali che vanno alla ricerca di nobili tradizioni e di parole antiche (vedi ad esempio qui l’articolo “Il termine uasirslo, un evidente anacronismo”) si limitano a recuperi lessicali, senza avvedersi dello stridore che lessemi recuperati nella forma non rotacizzata producono quando vengono inseriti in una morfologia dei casi ormai completamente votata al rotacismo.

NOTE

  • Il termine iuku, che vale cantilena, formula rituale, preghiera (e che ricorda la fescennina iocatio del Carme 61 di Catullo) è sostituito da arsie – preghiera – ed il termine ahti, che designa un vassoio portatile, che nel contesto serve a trasportare le braci accese, è sostituito da aso – braciere. Se ahti, da collegare alla radice ah- parallela alla latina ag- (da cui il verbo latino ago) è termine generico che indica un vassoio portatile nel quale si potevano trasportare anche le braci per i sacrifici rituali, aso (da collegare all’ umbro asa e al latino ara, “altare”) va riferito alla radice ar- (da cui il latino ardeo, “brucio”). Il termine umbro aso viene chiaramente definito in VIb 49, in cui si dice: pone esonome ferar pufe pir entelust, che significa: “quando sarà portato [il recipiente] dove avrà messo il fuoco”; e nel rigo successivo (VIb 50) quel recipiente è chiamato aso. Voce latina parallela all’umbro aso è assum, che significa “carne arrostita”: umbro e latino hanno specializzato in direzioni diverse lo stesso termine, che in umbro è impiegato per indicare il contenitore e in latino per indicare il contenuto (per iuku, arsie, ahti, aso, v. anche in C.D’Adamo, Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine, San Giovanni in Persiceto 2004).
  • La constatazione che le prime Tavole presentano spesso un registro non tecnico è presente più volte nel lavoro di Ancillotti e Cerri: A. ANCILLOTTI, R. CERRI, Le Tavole di Gubbio e la civiltà degli Umbri, Perugia 1996, pag. 327: iuku “è un termine non tecnico che l’estensore usa in luogo del più formale arsio- ‘formula’ .”; pag. 338: antakres “sarebbe la metafora più banale (e quindi forse appartenente ad un registro non tecnico) paral-lela al più noto sopa per indicare le viscere, appunto le ‘interiora’.”; pag. 419: “osserviamo cursoriamente che  il testo in IIb sembra redatto in un registro meno specialistico di quello usato per gli altri testi”. Tuttavia, mentre prestano attenzione alle caratteristiche stilistiche secondarie del documento, non sottolineano a sufficienza la chiara dimensione ideologica, storica, culturale – in altri termini, linguistica – dei testi esaminati.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

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