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Articoli - Riletture e traduzioni

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Un’iscrizione etrusca dal Lago Omodeo

di Carlo D’Adamo

Del contesto archeologico da cui proviene il ciotolo del Lago Omodeo con iscrizione etrusca spiraliforme la cui foto mi è stata inviata da un amico non si sa assolutamente nulla.

La decontestualizzazione ci priva anche in questo caso di tutta una serie di elementi esterni al testo utili per poter circoscrivere la ricerca e per focalizzarla fissandola ad un ambito preciso. In mancanza di indizi esterni non rimane altro che tentare di ricavare dal solo testo ogni possibile informazione, confrontando la nostra iscrizione con quelle appartenenti a monumenti analoghi. Il confronto con la cosiddetta “Lamina di Magliano” è di grande aiuto. Qui e lì ci troviamo di fronte all’andamento a spirale della scrittura, caratteristica che ritroviamo a volte anche nelle defixiones e raramente in qualche iscrizione vascolare. L’iscrizione della Lamina di Magliano – che viene interpretata come una serie di disposizioni rituali collegate alla presenza di un santuario – presenta più di una analogia con quella del ciotolo del Lago Omodeo.                         
Sia lì che qui è possibile trovare segni diacritici per separare le diverse sezioni del testo, e leggere parole come avils (“anni”, qui nella forma afls), numeri, il deittico eca, il termine cepen (“sacerdote”), e perfino la formula conclusiva zuci am(a), (=secondo la dichiarazione sia).

Riproduco qui sotto la “Lamina di Magliano” traendola da Facchetti 2000: nonostante il diverso materiale utilizzato (una lamina di piombo anziché un ciotolo lenticolare), l’analogia anche esteriore è davvero sorprendente (1).

Anche nella Lamina di Magliano il percorso dell’iscrizione spiraliforme procede dall’esterno all’interno in senso antiorario; ed anche là come qui la presenza di segni diacritici (nella Lamina il segno “ | ”, nel nostro ciotolo il segno “ L ” ) usati per suddividere in sezioni il testo, è indizio della presenza di una tradizione scrittoria codificata.

Analizzando l’iscrizione così come la si può ricavare dalla riproduzione fotografica (ma sarebbe buona norma effettuare sempre una lettura autoptica e redigere sempre una apografia dal vero, cosa che per il momento è impossibile, avendo la soprintendenza confiscato il monumento), si può verificare che le lettere sono indubbiamente quelle che conosciamo dagli alfabeti etruschi superstiti, e che alcune parole della nostra iscrizione si possono leggere e comprendere senza difficoltà, perché sono attestate in altri testi e sono da tempo conosciute.

Per quanto riguarda la forma delle lettere, la “theta” è qui resa con un rombo con al centro un punto, anziché con un cerchio con al centro un punto. Il segno della lancia con la punta verso il basso (o, se si preferisce, della V con al centro un’asta verticale), che viene traslitterata di solito con una χ greca oppure con ch, è qui usato anche in funzione di simbolo numerico (con valore di 50) perché segue immediatamente afls (anni). È vero che di solito i simboli di 5 e di 50 in ambiente etrusco sono capovolti rispetto a quelli in uso nel mondo italico (Λ e ↑ anziché V e ↓), ma non mancano esempi del contrario, come attesta anche il nostro ciotolo, nel quale la sequenza afls ↓ autorizza ad attribuire al simbolo ↓ un indubbio valore numerico.

Non è possibile a mio parere ricavare dal ductus e dalle caratteristiche dell’alfabeto usato informazioni non congetturali utili ad attribuire una datazione al ciotolo, che potrebbe semmai essere ricavata dal contesto; ma si riesce tuttavia, nonostante i limiti di cui si diceva, a ricavare qualche idea e qualche supposizione anche da una semplice e sommaria lettura.

Prendiamo come punto di riferimento la sbrecciatura che interrompe in parte la sequenza delle lettere: nella foto ingrandita, ruotata di 180° e trasformata in negativa, si trova in basso. Alla sinistra di quella sbrecciatura una fila di lettere collocate sull’orlo del ciotolo forma la fila più esterna, di lettura incerta: vi si scorgono, se si parte dalla macchia nera a Nord-Est-Est e si segue l’andamento sinistrorso della scrittura, alcuni segni che per lo più sono visibili soltanto per la loro metà inferiore. Dopo i primi 4 segni si trovano una E, una N, una I, una V che però potrebbe essere anche una T etrusca, una V, una L, una N, uno spazio vuoto, una I, una f a farfalla di tipo arcaico e altre lettere di non agevole lettura.

A destra della sbrecciatura, stando all’immagine fotografica, si riesce invece a leggere quasi tutto.

Il testo traslitterato e segmentato, contenuto nella spirale compresa tra la sbrecciatura e il centro del ciotolo, dovrebbe essere il seguente (metto una X in neretto per una lettera di lettura incerta che non ho trascritto, e rendo con // il segno della fine del paragrafo):

(……….)  χθm afls ↓ eca cepen tuθuc //χuze χr hesnimu Xpnie cnc zam // zuci ama

Una prima interpretazione di massima sembra confermare che si tratti di un testo prescrittivo sia perché finisce con un ingiuntivo (ama= sia), sia perché contiene termini e clausole noti da testi a carattere giuridico-religioso. La parola zuci, ad esempio, è presente anche nel Cippo di Perugia, nel quale la formula zuci enesci potrebbe essere tradotta “secondo la nostra valutazione” (2); la radice zuc- è grado apofonico ridotto di zac-, presente nel nomen agentis zacinat, che individua nella Tavola di Cortona un funzionario addetto al controllo e alla ratifica dei confini. Altri termini noti, come si è detto, sono eca, che funge da pronome dimostrativo o da avverbio, e cepen, attestato numerose volte in diverse iscrizioni; ma anche cnc, aggettivo dimostrativo, e forse anche zam, se va accostato, come è probabile, a zama e a zamathi, attestati, e il lemma tuθ-,presente sia nella Tegola di Capua che nella Tavola di Cortona.
Sembra che il senso della prescrizione consista nella disposizione che il sacerdote del villaggio effettui ogni cinquant’anni un determinato rito, che deve essere celebrato secondo una particolare procedura.

È evidentemente, questa, una interpretazione molto provvisoria, che ha bisogno di essere approfondita prima di tutto verificando la lettura del testo sulla base di dati reali, e poi, dopo aver integrato il testo aggiungendo la prima riga (che in foto è visibile solo parzialmente), rileggendo la nostra iscrizione alla luce dei testi analoghi reperiti altrove e contestualizzati, nel tentativo di effettuare in questo caso un percorso a rovescio: dal testo al possibile contesto.
Infatti qui ritroviamo la clausola finale della Lamina di Magliano, i segni diacritici dei paragrafi che ricordano in parte quelli della Tavola di Cortona, la theta romboidale, la f a farfalla degli alfabeti etruschi arcaici, tutti elementi che consentono di immaginare, almeno per sommi capi, l’ambiente in cui maturò questo testo.
Il personaggio che lo incise sul ciotolo non era digiuno di scuola, come dimostra la presenza dei segni diacritici, attestati di solito in documenti a carattere giuridico per separare i diversi paragrafi; egli viveva o aveva vissuto in un ambiente internazionale, in grado di recepire suggestioni di diversa provenienza, come quella della theta romboidale; egli segue nel redigere il testo uno schema formale che doveva forse essere consueto nei santuari etruschi (si veda la Lamina di Magliano); egli infine si immedesima totalmente nel santuario concepito come istituzione, assumendone la logica temporale di ciclicità e durata: quando prescrive che ogni cinquant’anni si svolgano determinate cerimonie abbandona infatti ogni prospettiva di breve termine, per entrare in una dimensione escatologica e divina.
Infine, la f a farfalla  formata da due rombi sovrapposti, la h con due tratti interni e la theta romboidale potrebbero far pensare a una redazione non posteriore al V secolo, per quanto i soli dati epigrafici – soprattutto in contesti religiosi, per loro natura conservativi – non diano, da soli, garanzie sufficienti per una corretta datazione.

Elenco delle figure: 1) Foto del ciotolo del Lago Omodeo con l’iscrizione qui parzialmente traslitterata; 2) Apografo della Lamina di Magliano; 3) Foto del ciotolo del Lago Omodeo ingrandita e trasformata in negativa.

      NOTE

  1. G. M. Facchetti, L’enigma svelato della lingua etrusca, Roma 2000, pag. 260.
  2. Idem, pag. 193.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

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