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Articoli - Riletture e traduzioni

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Brocche, anfore, tazze: una classe singolare di idronimi, etruschi e non solo etruschi, che sembra risalire al neolitico

di Carlo D’Adamo

1. Nella lunga e importante iscrizione incisa su di essa, l’anforetta Melenzani, oggetto parlante, si autodefinisce MI ZAVENUZA (“Io sono l’anforetta”) (1): zavenuza infatti è diminuitivo di zavena, che è appunto un vaso a due manici. Il  termine zavena ricorre su diversi altri vasi etruschi, ma in particolare su uno recante due iscrizioni nelle quali si legge zavena zina e zavena zinasa (2). Tenendo  presente lo scambio frequente fra z ed s nella grafia etrusca, non facciamo fatica a cogliere in zavena il nome del fiume Sàvena, che scorre ad est di Bologna.
2. Dal secondo vaso, quello recante le due iscrizioni sopra ricordate (zavena zina e zavena zinasa)ricaviamo non solo, di nuovo, l’idronimo Sàvena, ma anche l’idronimo Zena. Il termine etrusco zina, la cui radice zin- è al tempo stesso nominale e verbale, e come voce verbale ha probabilmente il senso di “impastare, foggiare” (latino fingo), varrebbe  genericamente “vaso”, “coccio”, “oggetto foggiato” (3). Lo Zena scorre ad est di Bologna. Potrebbero forse derivare da zina anche gli idronimi Sena (un rio che scorre in Sardegna), Senna (un torrente toscano), Cena (un affluente del Sinello, nei pressi di Vasto), e Sinni (un torrente che si getta nello Ionio a sud di Policoro).
3. Da un altro recipiente per l’acqua di uso frequente ricaviamo un termine,  thina, graffito anche sull’ansa di un’anfora da Marzabotto (4), da cui derivano anche le nostre forme tino, tina e tinozza. Se confrontiamo quel termine etrusco con l’idronimo Tenna, attribuito ad un fiume che scorre nei pressi di Fermo (e il cui nome in latino era Tinna), non si sfugge alla suggestione che questo idronimo continui quel termine arcaico. Potrebbero derivare da thina anche l’idronimo sardo Tino, l’idronimo altoatesino Tinnebach, l’idronimo lombardo Tinella, il nome del lago Tenno, a nord di Riva del Garda, e forse anche il nome del fiume francese Tinée, che nasce nelle Alpi Marittime.
4. Analizziamo quindi l’idronimo Orcia: probabilmente va ricondotto ad una voce etrusca, *urchu, da cui derivava il vecchio nome del Rubicone,  Urgo,  ancora vivo nel dialetto (“Urgon”) (5), e al quale era forse collegato il nome della gens da cui proveniva la prima moglie dell’imperatore Claudio, la nobildonna Plautia Urgulanilla. Da quell’ipotetico *urchu, da cui derivano i nostri orcio e orciolo, è probabile derivi anche il nome del fiume Orcia, che scorre nell’alto Lazio e in Toscana, ed è affluente del Fiora. Dallo stesso termine forse anche l’idronimo Orco, nome di un torrente piemontese il cui nome latino era Orgus. Dallo stesso termine forse anche l’idronimo Orgone, attestato in Corsica.
5. Nell’isola d’Elba Procchio è il nome di un golfo e del fosso che vi sfocia; il termine sembrerebbe la continuazione dell’estrusco pruchu (6), da cui deriva anche il nostro termine “brocca”. In greco prochòos e prochòe, “brocca”, “boccale”, era il nome di un vaso ed anche una misura per liquidi.
6. L’idronimo Secchia (nome di un fiume che scorre nei pressi di Modena) non può essere accostato, allo stato attuale delle nostre conoscenze, ad un corrispondente termine etrusco; è attestato tuttavia il termine greco sìtla,    “situla”, “secchia”, che potrebbe essere utilizzato per supporre un etrusco, non attestato, *sicla, da cui potrebbe derivare il nostro idronimo.
7. Il nome del torrente Marza, che scorre nei pressi di sala Consilina, e quello del torrente Marzeno, nel Forlivese, potrebbero forse appartenere a questa categoria di idronimi, se fossimo certi che marza, termine che ricorre due volte nella Tegola di Capua (7) indichi un recipiente. La voce etrusca potrebbe, forse, avere qualche collegamento con il greco màrsipos, “borsa”, “sacco”, e identificare un vaso particolare.
8. L’idronimo Fasanella, attribuito ad un fiume che nasce in Campania dalla confluenza dell’Auso (idronimo etrusco) e del Celline, e che confluisce poi nel Calore Lucano, potrebbe rimandare a faśena, nome etrusco di un vaso che in epoca storica veniva utilizzato per la polta (8). Anche il nome della Valle di Fassa potrebbe, forse, avere qualche collegamento con faśena.
9. Il nome del torrente Tappino, che scorre vicino a Campobasso, sembra potersi collegare al termine etrusco thapna, che in epoca storica identifica una tazza a forma di calice (9).
10. L’idronimo Parola, nome di un torrente che nasce non lontano da Salsomaggiore Terme, potrebbe essere accostato forse alla voce etrusca parliu attestata in una iscrizione della Tomba Golini I di Orvieto, che sembra indicare una giara (10).
11. Il nome del fiume Capo, che scorre in Campania e sfocia a sud di Paestum, potrebbe rimandare all’etrusco kape, attestato anche a Vulci in tre iscrizioni, cui corrisponde il latino capis, cui corrisponde anche il greco miceneo, attestato nelle nuove tavolette di Tebe, ka-pa, (11).
12. L’idronimo Cóttola (che identifica un fiume calabrese che scorre vicino a Maida) richiama il termine etrusco cuthi, parallelo al greco kotyle, da cui deriva l’italiano ciotola (12). Sembrano potersi collegare a cuthi anche gli idronimi sardi Códula de Luna e Códola de Sisine e l’idronimo còrso Codi.
13. L’idronimo Crati (fiume calabrese che sfocia nello Ionio vicino a Sibari) continua in modo trasparente la voce greca kratér, un grosso vaso in cui in epoca storica si mescolavano vino ed acqua.
14. Il nome del fiume Òlpeta (affluente del Fiora) sembra continuare la voce etrusca ùlpaia (13) collegata  al greco ólpe, “ampolla” o “vasetto”.
15. L’idronimo Chiascio (fiume che scorre in Umbria nei pressi di Gubbio) rimanda alla voce greca kyàthos, “coppa” o “tazza”.
16. L’idronimo Conca (fiume che sfocia nel mar Adriatico tra Misano e Cattolica) è da collegare a greco kònos (“cono”) e al verbo kònao, che significa “faccio girare in tondo”, con riferimento forse anche all’arte del vasaio; in italiano “conca” è un grande recipiente di terracotta, usato una volta per costituire un deposito d’acqua casalingo.
17. L’idronimo Teglia (fiume che scorre vicino a Pontremoli) è collegabile ai termini greci tégos e stégo (e, ovviamente, anche al latino tegula); potrebbe essere traduzione (come “Secchia”) o trasformazione di un nome avvertito non come semplice etichetta ma ancora come nome significativo.
18. L’idronimo Nestòre (fiume che scorre in Umbria e si getta nel Tevere) rimanda al greco nestorìs, che è il nome di una coppa. È vero che non è possibile stabilire se questo recipiente deve il suo nome all’eroe omerico Nestore o se invece è il nome dell’eroe a derivare dal nome della tazza (10), ma credo tuttavia che si possa sostenere l’ipotesi che l’oggetto preceda il nome proprio. Potrebbe essersi effettuata anche in questo caso una identificazione del personaggio con l’oggetto, (Nestore=coppa), come nel caso di Echetlo, l’eroe che a Maratona combatteva impugnando come arma un aratro  (Echetlo=manico dell’aratro).

19. Come i paleoalvei dei fiumi che si vedono nelle foto aeree, anche molti fenomeni linguistici sono ben difficilmente databili, se non concorrono indizi che permettano una loro collocazione nel  tempo. Ma il caso della nostra curiosa classe di idronimi è un caso piuttosto particolare, nel quale sono i termini stessi a costituire indizio per una loro datazione attendibile: in pratica, si autodatano.    

Il metodo dell’autodatazione motivazionale, caro agli indoeuropeisti, consiste nel valutare l’innovazione lessicale avendo come punto di riferimento l’innovazione tecnologica da cui scaturisce la motivazione, nella convinzione che, se si focalizza la motivazione, molti termini divengano databili. “Nella misura in cui la motivazione è sicura” sostiene Alinei “l’autodatazione basata su di esso [cioè sul metodo dell’autodatazione motivazionale] è anche assolutamente sicura” (15). E’ questo il caso della nostra classe di idronimi.
La nascita di questi nomi, tutti relativi a tipi particolari di ceramiche (tazze, vasi o recipienti di capacità anche maggiore) va fatta risalire all’epoca della diffusione della tecnologia ceramica.
L’attribuzione ad alcuni fiumi di nomi di questo tipo, presi in prestito da nomi di manufatti, deve essere avvenuta in un’epoca in cui la novità tecnologica della ceramica costituiva, per la sua importanza, la motivazione linguistica all’innovazione. Se applichiamo il metodo dell’autodatazione motivazionale, questi idronimi vanno  tutti riferiti al neolitico.

Elenco delle figure: 1) Anforetta Melenzani (Bologna, Museo Civico Archeologico); 2) Pisside della cultura neolitica di Ozieri (Sassari, Museo Archeologico Nazionale); 3) Cartina di distribuzione dei corsi d’acqua i cui nomi derivano da fogge di vasi; 4) Vasi della cultura neolitica di Fiorano (Modena, Museo Civico Archeologico Etnografico).

      • L’iscrizione graffita sull’anforetta Melenzani (vedi in questo sito l’articolo “Villanoviani umbri ed ariani”) inizia proprio con le seguenti parole: mi zavenuza… e termina con la formula Ana mini zinake Remiru, nella quale  Ana Remiru è il vasaio, mini è il pronome personale di prima persona in caso “accusativo” (sta parlando il vasetto) e zinake  è il perfetto formato sulla radice verbale zin-, che significa foggiare, plasmare, modellare in creta; l’oggetto plasmato viene chiamato genericamente zina, che forse è il nome generico per “vaso”.
      • REE LIII, 1985, 23.
      • A.Zavaroni , I documenti etruschi, Padova 1996, 176.
      • Idem, 175. Vedi anche REE 58 n8: thina rakaluś, su ansa di anfora da Marzabotto.
      • Anche se Urgon viene solitamente interpretato come corruzione dialettale di Rubicon, la presenza di altri Orco, Orgone, Orcia depone a favore di una possibile comune derivazione – che, ovviamente, in tutti gli altri casi non può essere Rubicon.
      • Per pruchu v. anche A.Zavaroni, op. cit., 175.
      • Nella Tegola di Capua marza ricorre una volta al rigo 10 ed una volta, nella forma marzac (con particella coordinativa enclitica) al rigo 7; vedi M.Cristofani, Tabula Capuana. Un calendario festivo di età arcaica, Firenze 1995.
      • Il termine fasena deriva da fase (“farro” o “polta”, che occorre anche nel Liber Linteus di Zagabria) ed è attestato in TLE 712: mi fasena tataś tutaluś (iscrizione su askos proveniente da Spina, necropoli della Valle Trebba).
      • Il termine thapna designa, in epoca storica, un calice (vedi A.Zavaroni, op. cit., 175).
      • Il termine parliu costituisce quasi una didascalia, nel senso che negli affreschi della Tomba Golini I di Orvieto indica o la giara raffigurata lì sotto o il servo che si trova lì accanto; v. anche A.Zavaroni, op. cit., 391.
      • Per le attestazioni di kape v. A.Zavaroni, op. cit., 179. Il termine ka-pa attestato nelle nuove tavolette di Tebe (M.Iodice, Nomi di animali nei testi micenei di Tebe, in Aevus I 2005, 11) indicherebbe un grosso recipiente per le offerte; la forma attestata in greco classico sarà skàphe, “vasca”, “bacinella”.
      • Il termine cuthi (attestato anche in REE 49 n4, iscrizione su una ciotola da Spina, necropoli di Valle Mezzano) è parallelo al greco kotùle, mentre il più diffuso qutun è parallelo al greco kòthon.
      • Per ùlpaia v. anche A.Zavaroni, op. cit., 175.
      • Se l’idronimo Nestòre derivasse dal nome del personaggio omerico, l’ipotesi di ricerca suggerita in questo articolo sarebbe almeno in parte da rivedere. Credo tuttavia che si possa sostenere l’ipotesi che l’oggetto preceda il nome proprio.
      • M.Alinei, Origine delle lingue in Europa, I. La Teoria della Continuità, Bologna 1996, 232.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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