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Articoli - Riletture e traduzioni

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Gneo Satrio Rufo e la sua iscrizione in duplice copia

di Carlo D’Adamo

Nel Palazzo dei Consoli a Gubbio sono conservate le due copie marmoree dell’epigrafe di Gneo Satrio Rufo rinvenute a metà Ottocento nelle rovine del teatro romano. Una è quasi intatta, l’altra è quasi completamente distrutta; ma per fortuna alle lacune della prima corrispondono le poche lettere superstiti della seconda, e così dalla loro integrazione  reciproca si può ricavare l’intero testo dell’epigrafe:

[G]N[EUS] [SAT]RIUS CN F RUFUS IIIIVIR IUR DIC BASILICAS SUBLAQUEAVIT TRABES TECTI FERRO SUFFIXIT LAPIDE STRAVIT PODIO CIRCUMCLUSIT SUA PEC[UNIA]

ET DEDIT DECURIONATUS NOMINE SESTERTIUM SEX MILLIA

IN COMMEATUM LEGIONIBUS SESTERTIUM TRIA MILLIA QUADRINGENTA QUINQUAGINTA IN AEDEM DIANAE RESTITUENDAM SESTERTIUM SEX MILLIA DUCENTA

IN LUDOS VICTORIAE CAESARIS AUGUSTI SESTERTIUM SEPTEM MILLIA SEPTINGENTA QUINQUAGINTA

Poiché le iscrizioni venivano collocate sul manufatto cui si riferivano, e le due copie in marmo dell’epigrafe di Gneo Satrio Rufo erano collocate nel teatro, esse vanno riferite senza dubbio ad un insieme organico di edifici di cui il teatro faceva parte. Di conseguenza i lavori pubblici fatti eseguire dal quadrunviro (che basilicas sublaqueavit, trabessuffixit, lapide stravit, podio circumclusit) devono essere pertinenti ad un unico complesso di edifici. È molto probabile quindi che il teatro facesse parte di un insieme organico costituito probabilmente da santuario, portici, piazza lastricata, teatro e forse terme.

Sappiamo infatti che, per imitare il modello urbanistico di Roma,  le città dell’impero e le colonie, in Italia e fuori d’Italia, riproponevano complessi monumentali nei quali terme e foro, portici e teatro erano raggruppati e collegati da percorsi lastricati (1). In particolare costituiva spesso un complesso organico l’insieme formato da teatro e santuario, come  hanno sottolineato i risultati degli scavi archeologici effettuati a Preneste, a Tivoli, a Nicea, a Segesta, a Cagliari… dove un unico apparato scenografico abbracciava santuario, foro, portici e teatro (2).

A Gubbio gli scavi archeologici, preceduti da una plurisecolare opera di spoliazione dei marmi per un loro riutilizzo, e iniziati sei secoli fa con scarsa consapevolezza, sono poi proseguiti negli ultimi due secoli con maggior rigore scientifico, ma hanno dovuto interpretare reperti in un contesto ampiamente sconvolto e rimaneggiato, nel quale molti dati importanti erano stati cancellati per sempre. Tuttavia gli archeologi sono comunque riusciti a individuare la presenza di un edificio termale nei pressi del teatro; hanno stabilito che il teatro possedeva un secondo ordine di archi che costituiva un porticato circolare tutt’intorno alla cavea, all’altezza del secondo piano; hanno messo in evidenza il fatto che le gradinate – in mancanza di una collina naturale – sono costruite sopra un  argine artificiale circolare innalzato con terra di riporto.

In questo contesto, utilizzando sia le emergenze archeologiche nella zona topografica del teatro romano che l’extratesto delle Tavole Iguvine per interpretare l’iscrizione di Gneo Satrio Rufo, è possibile riferire all’ipotetico  complesso del santuario-foro-porticato-teatro i passi della nostra epigrafe già sottolineati: basilicas sublaqueavittrabes tecti ferro suffixitlapide stravit …   podio circumclusit.

 Nel sintagma basilicas sublaqueavit (cioè “fece controsoffittare a cassettoni i portici”) le basilicae di cui si parla sono probabilmente i portici di raccordo tra la cavea del teatro e l’esterno. Infatti il termine basilica nasce in Grecia come attributo di stoà: la στοά βασιλική è il portico “regio”; ma poi l’attributo, emancipandosi dal proprio sostantivo, diventa autonomo. Le basilicae di cui si parla nella iscrizione di Gneo Satrio Rufo individueranno quindi i portici adibiti ad un uso promiscuo (trattazione di affari, botteghe, aule di tribunali, riunioni), che il nostro quadrunviro abbellì con un controsoffitto a cassettoni (laquearia o lacunaria). Il loro tetto fu rinforzato con staffe di ferro, il loro pavimento fu lastricato di pietre.

Nella frase, apparentemente semplice, trabes tecti ferro suffixit (che alla lettera potrebbe essere resa con “rafforzò le traverse del tetto con staffe di ferro”), esiste in realtà un problema di comprensione relativo a quel tetto di cui si parla. Infatti qui il termine tectum potrebbe sì individuare la copertura delle basilicae, ma potrebbe anche essere espressione metonimica per indicare un “edificio” o un “tempio”, esattamente come in T.I. VIa 12-13, nei sintagmi tettome miletinar e tettome salier.

Questa seconda interpretazione porterebbe ad ipotizzare che il termine “tetto”, come in umbro, individui il “tempio”; Gneo Satrio, in questa lettura, avrebbe fatto rinforzare con staffe di ferro, nell’ambito del complesso sacro, le travi del santuario. Si potrebbe supporre che, come si era specializzato il termine umbro tetto (l’abbiamo notato traducendo la Tavola VIa, in cui esso ha un significato simile a quello del latino aedes), si fosse specializzato nell’uso locale anche il latino tectum. È tuttavia di ostacolo a questa interpretazione il fatto che, quando viene utilizzato in questa accezione, al termine segue sempre in umbro il nome del dio o della confraternita titolare dell’edificio. Si potrebbe obiettare che qui il nome della  divinità o della confraternita viene omesso perché pleonastico, dato che l’epigrafe era collocata in loco; ma occorre ammettere che è più economica la lettura che riferisce questo “tetto” alle basilicae.

Anche l’espressione lapide stravit, nella sua laconica semplicità, deve essere adeguatamente contestualizzata: Gneo Satrio fece pavimentare il foro? O il percorso che collegava i vari edifici del complesso monumentale? O il piano di calpestio del teatro? O qualcos’altro? In uno dei primi commenti alla nostra epigrafe si sostiene che qui si parla solo di basiliche, e si interpretano le espressioni basilicas sublaqueavit, trabes tecti ferro suffixit, lapide stravit e podio circumclusit come riferite tutte alle basilicae: Gneo Satrio Rufo, si sostiene, “ornò queste basiliche di lacunari, consolidò le travi del tetto per mezzo di sbarre di ferro, fece pavimentare questi edifizi e li circondò di un podium o basamento esterno” (3).

Forse la chiave di accesso ad una lettura corretta del testo dell’epigrafe sta nel significato di podium, che senza dubbio va riferito al teatro. 

Infatti nell’espressione podio circumclusit (che alla lettera significa “cir-condò con un poggio”) il termine latino podium corrisponde probabilmente all’umbro praca. Per il sintagma tertiame praco pracatorum di VIa 13 abbiamo sostenuto che il sostantivo femminile praca, di cui praco(m) è verosimilmente forma dell’acc. sing., possa essere spiegato con il ricorso al verbo greco φράσσω, che significa “circondare”, “cingere”, “munire” con un agger, e con la voce greca collegata φράκτης, che significa “barriera”, “sbarramento”, “argine”. Il nostro podium è probabilmente l’agger, il  “poggio” di terra riportata con il quale Gneo Satrio Rufo circumclusit il teatro. Ma in cosa consisteva questo podium?

In senso proprio, nell’architettura teatrale era definito podium il terrazzo che correva tutt’intorno all’arena, sopra il muro interno, difeso da un parapetto, ornato da statue e riservato ai senatori, ai sacerdoti, agli ambasciatori e ai personaggi eminenti. Il podium che Gneo Satrio fece costruire tutt’intorno era quel podium? O era l’argine artificiale circolare su cui si appoggiavano le gradinate, e che il quadrumviro completò?

Non si vuol sostenere qui che il podium innalzato da Rufo fosse quel terzo agger (la tertia praca) di cui si parla in VIa 13, ma si vuol sottolineare che il termine praca delle Tavole Iguvine (usato molto probabilmente in senso generico) e il podium dell’iscrizione (che invece, forse, va inteso nella sua accezione specialistica) si rinforzano a vicenda, confermandoci che qui e lì si parla di un vero e proprio programma di lavori pubblici di cui sia le Tavole Iguvine che l’epigrafe di Gneo Satrio sono testimonianza  esemplare. Rimane tuttavia (per noi) ambiguo quel lapide stravit, che poteva essere pienamente e immediatamente compreso dai destinatari contemporanei perché alludeva ad un manufatto che essi avevano sotto gli occhi: si trattava di una strada, di un piazzale o di un passaggio quello spazio lastricato da Gneo Satrio Rufo? E quel Rufo che aveva già selciato, nella parte alta della città, verso il monte Ingino, uno spiazzo o una strada, era lo stesso Gneo Satrio o un suo antenato?

Non si sfugge infatti alla suggestione che con l’espressione randeme rufrer di VIa 14, “il lastricato di Rufro”, si individui il nostro Rufo o un autorevole membro della sua famiglia, indicato nelle Tavole Iguvine con il cognomen umbro rufru o rufre, cioè “il rosso”, che corrisponde nella nostra epigrafe al cognomen rufus, sua variante latina.

È vero che rimane sempre un margine di dubbio sull’esatta interpretazione dell’epigrafe di Gneo Satrio Rufo; tuttavia la lettura incrociata del testo latino di questa iscrizione e del testo umbro delle Tavole Iguvine consente a mio parere di avvalorare gli indizi che autorizzano l’ipotesi dell’esistenza di un centro sacro di cui il teatro faceva parte. Il fatto, poi, che le Tavole Iguvine furono rinvenute in un locale sotterraneo del teatro romano, come sottolinea anche Prosdocimi (4), permette di sostenere che l’epigrafe di Satrio Rufo e l’esibizione delle Tavole abbiano fatto parte di un unico progetto di restauro urbanistico e di restaurazione dei prisci mores, operazione politica e culturale riferibile al tempo di Augusto, nell’ambito della quale ha senso pensare che il nostro quadrumviro provvedesse anche ad una generale riorganizzazione del complesso del sacrario. 

Anche l’espressione eikvasese atieřer di Va 4, (che forse può essere resa con “nelle sedi degli Attiggiani”) in cui il termine eikvasese declina in locativo plurale un sostantivo derivato da eiku (greco ‘οικός) con il significato-base di “sede”, “tempio”, “santuario”, potrebbe riferirsi qui, data la sua forma plurale, non al singolo santuario, ma al complesso degli edifici raccordati dal portico e comprendenti anche il teatro.

FIGURE: 1) Resti del teatro romano di Gubbio; 2) Il teatro romano e il terreno circostante; 3) Il mausoleo di Augusto; 4) Gubbio, panorama.

NOTE

  1. M.Torelli, Il modello urbano e l’immagine della città, in S.Settis (a cura di), Civiltà dei Romani – la città, il territorio, l’impero, Milano 1990; M.Torelli, Il tempio romano, in S.Settis (a cura di), Civiltà dei Romani – Un linguaggio comune,  Milano 1993; G.Bodei Giglioni, Pecunia fanatica. L’incidenza economica dei templi laziali, in Rivista storica italiana (1977).
  2. Per Tivoli vedi Bodei Giglioni 1977, 64. La studiosa commenta così l’epigrafe dei quattuorviri C. Luttius Aulianus, P. Plausurnius Varus, L. Ventilius Bassus e C. Octavius Graechinus: “L’espressione pone scaenam implica che il santuario fosse provvisto di teatro (e ne sono state infatti rinvenute tracce), avesse quindi una struttura analoga ai templi di Gabii, Preneste, Venus Victrix di Roma e al tempio punico di Cagliari. Non sappiamo se il teatro di Tivoli avesse funzioni soltanto sacre o anche profane. È certo però che doveva rappresentare un’ulteriore attrattiva per i visitatori ed i pellegrini e che a Tivoli (come in altre località con importanti santuari: Preneste, Lanuvio, Nemus Dianae) esistevano dei mimi, i parasiti Apollinis, i quali, seppur formalmente legati ad un’altra divinità, non è improbabile che abbiano recitato anche in altri templi.” Analogamente, l’espres-sione basilicas subliqueavit dell’epigrafe eugubina di Gneo Satrio Rufo implica che il teatro fosse provvisto di portici, nei quali si tenevano affari, si svolgevano riunioni, si amministrava pubblicamente la giustizia (e Gneo Satrio è quattuorvir iure dicundo) e che quindi facesse parte di un complesso più ampio al quale apparteneva anche la sede della confraternita degli Attiggiani o il santuario in cui le Tavole rinvenute nel 1444 “nei pressi del teatro” venivano esibite.
  3. Vedi l’articolo Un’antica lapide eugubina, in Giornale Scientifico-Agrario, Letterario-Artistico di Perugia ed Umbra Provincia (Nuova Serie, an. 1863. Disp. 3.^), pag. 247.
  4. A.L.Prosdocimi, Le Tavole Iguvine, Firenze 1984, pag. 133.

 

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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