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Articoli - Riletture e traduzioni

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L’emendamento a sepsesarsite nelle Tavole Iguvine e alcune questioni di metodo

di Carlo D’Adamo

Tra gli altri sintagmi poco trasparenti che occorrono qua e là nelle Tavole Iguvine, in VIb 11 si trova il termine sepsesarsite, che è, a giudizio quasi unanime dei commentatori, espressione da emendare (1).
Nel complesso del testo delle Tavole i traduttori hanno proposto altri 39 emendamenti, alcuni dei quali (stafliuvesmik di Ia 31, purtiusuru di IIa 9, andersesup di VIa 7 e uasetomes di VIb 30) (2) vengono corretti scindendo in due parti il sintagma, che risulta effettivamente una fusione di due termini. Preso atto della necessità (non da tutti, però, riconosciuta) di suddividere sepsesarsite, i più spezzano l’espressione in sepse e sarsite (due presunti sostantivi in caso ablativo), e spiegano le parole così ottenute ricorrendo al sanscrito o arrampicandosi su improbabili etimologie.
C’è a volte, anche nei traduttori più avvertiti, questa ansia di assoluto che spinge lo sguardo verso le alte cime del Pamir o nelle steppe del Caucaso, dalle quali popolazioni indoeuropee, disseminando di kurgan le vaste pianure, avrebbero portato ai neghittosi popoli mediterranei il ferro, la civiltà e la guerra. All’atto pratico, questo imprinting culturale produce una vera e propria presbiopia che porta istintivamente a cercare in lontananza anche quelle soluzioni che potrebbero essere a portata di mano. Se poi il ricorso alle lingue più remote produce, per il nostro sintagma, traduzioni improbabili (come “perfettamente bene” per Bottiglioni, “nel recinto e nel mercato” per Devoto, “la formulazione e la realizzazione” per Ancillotti e Cerri), vale la pena di verificare se in questo caso non convenga spiegare il testo attraverso il contesto anziché attraverso il sanscrito.

Si tratta di una preghiera a Fides Giovia Che Sancisce (è una divinità che presiede in sostanza al patto sociale su cui si basa la costituzione eugubina) che il celebrante implora in questi termini: “Dai alla rocca Fida e alla città di Gubbio, ai bipedi e ai quadrupedi della rocca Fida e della città di Gubbio un presagio e un fatto, davanti e dietro, sepsesarsite nel voto nell’augurio e nel sacrificio. Sii propizia, sii favorevole (futu fons) con la tua pace alla rocca Fida e alla città di Gubbio, al nome di questa e al nome di quella. Fides Giovia Che Sancisci, conserva salvo il nome della rocca Fida e della città di Gubbio, conserva salvi i veterani e il clero, gli uomini e le bestie, i poderi e le messi; sii propizia, sii favorevole (futu fons), con la tua pace, alla rocca Fida e alla città di Gubbio, al nome di questa e al nome di quella….” (VIb 10-14).
Questa preghiera è preceduta da una libazione nella quale il celebrante recitava: “Con questa preghiera (arsie) ti supplico e ti imploro…” (VIb 8).
Nelle ultime Tavole arsie, preghiera, sta regolarmente al posto di iuku (presente solo in IIb e in III); in VIb 8 poi si dice proprio che quella supplica che si sta recitando è una preghiera, una arsie.
La parte finale del nostro sintagma da emendare sarà quindi costituita da arsie, “preghiera”, e la parte risultante, detratta arsie, sarà da leggere come sepses, che ha tutto l’aspetto di un participio presente nel quale la –s finale (da –ns) non è caduta (come per zeref della Tavola Ia, che in caratteri latini sarebbe scritto seres, da *serents (4)). Per sepses, non attestato come lemma, occorre ipotizzare un verbo *sepfuiom (“sono favorevole”), sul modello dei vari composti di sum presenti in latino, da adsum a praesum, da insum a possum… La radice sep- (da cui i latini sequor, secundus, e anche l’italiano assecondare) fondendosi con fuiom conferirebbe al verbo così formato il senso di “assecondare”, “essere favorevole”, e il participio sepses andrebbe letto in parallelo con l’aggettivo fons (favorevole) che nella stessa preghiera ricorre, poco dopo, due volte.

Emendando sepsesarsite in sepses arsie è possibile quindi proporre la seguente traduzione (è l’officiante che supplica la dea Fides): “Dai alla rocca Fida e alla città di Gubbio, ai bipedi e ai quadrupedi della rocca Fida e della città di Gubbio un presagio e un fatto, davanti e dietro, assecondando la preghiera, nel voto nell’augurio e nel sacrificio.”

Questo semplice emendamento porta ad ottenere due termini il secondo dei quali è ampiamente attestato, ed il primo dei quali è grammaticalmente sensato e formalmente possibile. Ciò che invece sorprende leggendo le traduzioni correnti è la posizione teorica di approccio al testo della maggior parte dei traduttori delle Tavole Iguvine, che sembra ricorrere automaticamente a strutture genealogiche e a remote radici arcaiche, piuttosto che tentare di cogliere la trama interna del testo. Atteggiamento singolare, questo, perché finisce con il ridurre la stratificazione ideologica e linguistica del documento, con la sua complessità, allo studio dell’etimologia dei singoli termini, come se questi fossero elementi irrelati, decontestualizzati, fluttuanti in un teorico mondo dell’Indoeuropeo ideale. Atteggiamento che poi si produce, ahimè, a volte addirittura in una serie di illazioni sulle trimurti, sulle triadi divine e sulle loro strutture gerarchiche (per cui Giove in quanto “grabovio” venne considerato subalterno ad un dio Grabo, inventato per ragioni di logica aristotelica, con contorno di altre simili facezie). Quelle speculazioni teoriche saltano a pie’ pari Roma, la romanizzazione, il municipium di Gubbio, il bellum sociale, il bilinguismo, la religione romana, la subalternità degli interessi locali a quelli di Roma, per collegarsi invece a cose lontanissime invocate a sproposito per spiegare una operazione culturale che, fino a prova contraria, è più lecito considerare augustea che indiana.
Di questa vicenda secondaria, marginale e tutto sommato poco importante potremmo approfittare per stabilire una regola: che nella esegesi dei testi l’etimologia dovrebbe essere considerata di norma come una scienza subalterna alla filologia.

Elenco delle figure: 1) Un altorilievo della Trimurti; 2) Ara romana. 

NOTE

  • v. C.D’Adamo, Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine, San Giovanni in Persiceto 2004, p. 122 nota 17.
  • ibidem.
  • vedi qui l’articolo “Il caso di iuku e di ahti nelle Tavole Iguvine”.
  • v. G.Bottiglioni, Manuale dei dialetti italici, Bologna 1954, pag. 140.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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