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Articoli - Riletture e traduzioni

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Ceres, Cerus, Cel

di Carlo D’Adamo

Anche in questo caso la vulgata di origine romantico-nazionalistica continua a produrre i suoi venefici effetti, sia pure temperati dalla visione della Gimbutas o parzialmente rivisitati da bravi glottologi moderni. Ma un equivoco particolarmente grave persiste: che sia possibile ipotizzare una identità tra lingua e popolo, tra dna e società, tra religione e lingua, tra dna e cultura. Se così fosse, le cose sarebbero ben semplici. Ma innumerevoli prove dimostrano senza ombra di dubbio che raramente è così.

Perfino per la nostra remota preistoria, stando alle prove linguistiche, quello schema non è applicabile. Dice infatti la vulgata che alle dee madri delle società mediterranee subentrarono poi divinità maschili, espressione di società indoeuropee patriarcali e guerriere. Se così fosse, le lingue indoeuropee dovrebbero esprimere, come divinità della terra, l’elemento maschile e non più l’elemento femminile; eppure non è così.

Prendiamo il caso di Ceres, Cerus, Kerri, Cel: la divinità della terra e delle messi, con valenza ctonia e infera oltre che nume della fertilità, è chiamata Ceres ed è femminile in latino, è chiamata Cerus ed è maschile in umbro, è chiamata Kerri ed è femminile in osco, è chiamata Cel ed è femminile in etrusco. Perché il latino e l’osco sono solidali con l’etrusco, considerato una lingua prevalentemente non i.e. (1), nella scelta di una divinità femminile? E perché l’umbro, che è lingua indoeuropea, ha, a differenza dell’osco e del latino, un dio maschile?
Si potrebbe supporre che gli Umbri siano subentrati dopo, con la loro divinità maschile, in un quadro mediterraneo caratterizzato da dee-madri femminili. Ma le fonti antiche sono tutte concordi nell’attribuire agli Umbri il primato dell’arcaicità: essi sarebbero la più antica popolazione italica (2).  

La possibile spiegazione è forse un’altra. Se all’epoca dell’attribuzione di una giurisdizione divina sulla terra e sui suoi frutti viene scelta una divinità maschile, ciò significa probabilmente che nella società umbra il ruolo maschile era, o era percepito, come socialmente prevalente nell’economia agricola (3). E questo non c’entra niente con il dna, altrimenti anche gli oschi avrebbero fatto la stessa scelta, né con l’indoeuropeismo, altrimenti anche i latini sarebbero stati solidali, né con l’arcaicità delle origini, altrimenti gli umbri avrebbero dovuto avere una dea-madre. Infine: la scelta di una dea anziché di un dio per latini oschi ed etruschi, indizio di una comune concezione del ruolo femminile in agricoltura, rimanda ad una comune cultura materiale e ad una comune ideologia la cui matrice non è linguistica né etnica.

  1. Ma il nome etrusco di Cel è senza dubbio parallelo al greco γή all’ umbro Cerus all’osco Kerri al latino Ceres.
  2. Per esempio Erodoto e Dionigi di Alicarnasso. Per gli autori antichi all’arrivo degli Aborigeni o degli Etruschi gli Umbri c’erano già.
  3. Antonino Buttitta sostiene: “Non è improbabile che la rappresentazione della morte e della rinascita della vegetazione attraverso una divinità femminile, stante la sua maggiore evidenza, possa essersi originata anche anteriormente a quella che ha come protagonista un dio, la cui successiva prevalenza può essere riferita all’affermarsi delle caste sacerdotali, a composizione soprattutto maschile, con il sorgere dei primi stati”. A.Buttitta, Ritorno dei morti e rifondazione della vita, in Claude Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato, Palermo 1995, pag. 37.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

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