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Articoli - Riletture e traduzioni

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Il caso del cavallo padovano e il termine ekupetaris

di Carlo D’Adamo

Sostiene Maurizia De Min in un saggio contenuto ne “La città invisibile” (sottotitolo Padova preromana. Trent’anni di scavi e ricerche) che la presenza di cavallini bronzei nei corredi funerari padovani serviva forse a “indicare una peculiare valenza cultuale o la specifica appartenenza sociale degli offerenti alla classe dei cavalieri” (1).

Mentre indubbiamente si deve consentire sulla “peculiare valenza cultuale”, credo si possa dissentire sulla valutazione del cavallino come indicatore di status sociale. Non parlo dei morsi in bronzo né delle miniature raffiguranti cavallini con cavalieri, che possono rappresentare forse un indicatore di status, ma mi riferisco al cavallino da solo, continuatore di una diffusa tipologia di accessori del rito funebre ininterrottamente attestata fin dall’età del bronzo, presente nella cultura terramaricola e in seguito in quella venetica, oltre che in quella  villanoviana e in altre culture. Il fatto che il cavallino sia presente anche in tombe di donne, per le quali sono altri gli indicatori di status (fuso, conocchia, grani d’ambra, e magari anche il coltello sacrificale) e che continui una tradizione ultrasecolare (fin da tempi per i quali credo sarebbe prematuro parlare di classe di cavalieri) sconsiglia di attribuire al cavallino una valenza sociale, mentre la sua quasi costante presenza in tombe sia maschili che femminili di epoche tra loro molto lontane attesta indubbiamente una continuità ideologica e cultuale che va anche oltre l’orizzonte venetico.
Nuocciono ai nostri veneti sia quei passi del “catalogo delle navi” dell’Iliade in cui si fa riferimento agli Eneti e alle loro mule selvagge (2), sia il mito di Diomede che, emigrato in Italia, fondò cento città ed insegnò ad addomesticare i cavalli. Quei racconti, anche se troppo vaghi per fornire indizi utili,  condizionano evidentemente gli studi sulla civiltà venetica, spesso associata ingiustificatamente anche dalle fonti letterarie antiche ad una particolare predisposizione per l’allevamento dei cavalli, attività che però i dati archeozoologici non consentono a tutt’oggi di confermare. Sono stati trovati infatti  rilevanti resti di bovini ovini e suini, ma cani, cavalli, cervi, lepri ed uccelli acquatici hanno lasciato solo resti “relativi a pochi individui” (3). Ciò porta a concludere che probabilmente l’allevamento dei cavalli non costituiva un aspetto così economicamente rilevante della società venetica.
Tuttavia il pregiudizio del cavallo è duro a morire.

Nello stesso volume – una pregevole sintesi dei risultati delle ricerche sul mondo venetico e in particolare padovano – si trova anche, nell’articolo “Lingua e scrittura”, la ripresa della tesi che ekupetaris, termine attestato in quattordici epigrafi dell’area padovana, possa essere spiegato con “signore del cavallo” e quindi con “cavaliere”, nonostante la presenza significativa del pronome di prima persona ego, che sta a indicare che è la pietra che parla, e nonostante la presenza del termine anche su tombe femminili (4), evidenze che sconsiglierebbero tale interpretazione.
Credo quindi che, a partire da queste due certezze (una epigrafica e una archeologica) si debba ricercare un significato diverso da quello di solito ipotizzato e una etimologia diversa da quella proposta. Non convince infatti nemmeno in questo caso il consueto ricorso alla classe dei cavalieri:

"Vista l’estensione delle attestazioni, l’epiteto non sarà da intendere in diretto riferimento a cavalli dal punto di vista materiale, per attività produttiva: ekupetaris si trova anche in oggetti privi di raffigurazioni o richiami esplicitamente collegati ai cavalli; il collegamento anche a personaggi di sesso femminile inoltre esclude una attribuzione a sfondo guerriero o agonistico; si tratterà pertanto dell’indicazione di un rango, di una classe sociale, che va identificata con i ‘cavalieri’: una/la classe ‘equestre’ " (5).

Credo siano di ostacolo a questa lettura non solo l’improbabile attestazione dell’appartenenza di una donna alla classe dei cavalieri, non solo l’arcaicità di alcune iscrizioni che rendono irrealisticamente proiettabile nel VI secolo una classe equestre (donne comprese) padovana, ma anche (e quest’ultimo argomento è inoppugnabile) l’evidenza grammaticale, dal momento che ekupetaris, nominativo, è sempre associato con un nome di persona al dativo, anche quando non è presente il pronome personale ego.

La formula della maggior parte delle iscrizioni presenta infatti la seguente struttura: [ego] ekupetaris + antroponimo in dativo, che trasparentemente vale “[io sono] ekupetaris per….” (o “dedicato a….”).

Hanno ragione quindi i commentatori che attribuiscono combinatoriamente al termine ekupetaris il senso di “monumento funebre”, anche se ricorrono a volte a incredibili contorsioni per risolvere la contraddizione tra la logica conclusione del ragionamento combinatorio e l’etimologia di eku cavallo (6).

Se evitiamo tuttavia di cadere nel riflesso condizionato che necessariamente vuole i veneti associati ai cavalli, appare evidente che la prima parte del termine ekupetaris può essere spiegata anche altrimenti.
Nelle Tavole Iguvine il termine ekv nella forma ekvi e le forme derivate eikvasese ed  eikvasatis (7) indicano con ogni probabilità la sede della confraternita degli Attiggiani e le pratiche ad essa connesse; ekvi è quindi probabilmente il santuario, il sacrario (8). Il termine dà luogo ad almeno un  derivato anche in osco: un’iscrizione infatti reca la forma eikviarìs (9).

La forma umbra e quella osca sono parallele al greco oìkos, che definisce non solo la casa ma anche la sede, il tempio e la tomba, con una latitudine semantica maggiore ma simile a quella del lemma etrusco suth, che dà luogo al sostantivo suthi (“tomba” e “sede”) e al verbo suth, che vale “porre”, “mettere”, “collocare”.
Anche in miceneo il termine woikos designava la “casa del dio” (10), ed è evidente la connessione del greco oìkos con il miceneo woikos. Meno evidente è la possibile connessione del latino lucus (“bosco sacro”) con woikos attraverso l’umbro vuku (11); se il collegamento è ammissibile, vuku umbro e lucus latino avrebbero designato in origine la sede del dio.

Si possono delineare, a mio parere, diverse trafile parallele a partire dal miceneo woikos: greco oìkos umbro vuku latino lucus, con specializzazione semantica; latino vicus, con altra diversa specializzazione semantica; umbro e osco eku (ed eiku) e venetico eku, con possibili altre specializzazioni rispetto al termine miceneo.
Del resto i significati di “sede” o “casa” o “sacrario” o “tomba” di solito costituiscono accezioni dello stesso termine, pertinenti alla stessa area semantica, come si può vedere a puro titolo esemplificativo anche dalla seguente tabella, schematica e parziale:

 

greco
oìkos

etrusco
suthi

umbro
eku

osco
eiku

latino
aedes

latino
locu(lu)s

casa

X

 

 

 

X

 

sede

X

X

X

X

X

X

sede divina

X

 

X

X

X

 

tomba

X

X

 

 

 

X

L’appartenenza di eku venetico alla stessa area semantica può essere quindi  accettata con ragionevole sicurezza; ma rispetto all’osco e all’umbro, che hanno selezionato per eku l’accezione di “sede sacra”, il venetico sceglie probabilmente la specializzazione di “tomba”, casa del defunto. 
Dato il contesto funerario delle iscrizioni con ekupetaris il senso di eku in venetico non può essere che questo, derivato per estensione semantica da quello  di “sede”, come accade anche in greco e in etrusco.

La seconda parte del composto ekupetaris, che, come hanno sostenuto diversi autori (12), sarà probabilmente da collegare al greco petra, è qui posposta ad eku e seguita dalla particella aggettivante –ar e dal morfema del nominativo singolare –is. Il termine risultante è un aggettivo sostantivato formato su un vocabolo composto, che può forse essere reso in italiano con l’espressione “pietra tombale”. La sua attestazione su oggetti pertinenti ai riti funerari sarà da spiegare come la presenza dell’aggettivo suthina su oggetti del corredo funebre etrusco: l’indicazione serve a contrassegnare quegli oggetti come “appartenenti alla tomba”.

Elenco delle figure: 1) cavallino in bronzo (da “La città invisibile”); 2) ciotolo con iscrizione in cui si legge anche il termine ekupetaris che occupa il semicerchio superiore della spirale di destra nella trascrizione (da “La città invisibile”); 3) apografo della parte superiore della facciata a della II Tavola Iguvina. Nella tredicesima riga si può leggere (da destra a sinistra): perae fetu, puni fetu, ekvi ne fetu.

NOTE

  1. M. De Min, Il mondo religioso dei Veneti antichi, in M. De Min, M. Gamba, G. Gambacurta, A. Ruta Serafini (a cura di), La città invisibile. Padova preromana. Trent’anni di scavi e ricerche, Bologna 2005, pag. 118.
  2. Iliade, II, 851-855.
  3. G. Petrucci, Ambiente naturale: dati archeozoologici ed economia, in M. De Min ecc., op. cit., pag. 57. Sia pertinente o no ai venetici, la formula omerica potrebbe essere semplicemente una clausola metrica utilizzata in più contesti per sottolineare il “valore” e la “perizia” di uomini o di gruppi di armati, secondo l’ideologia aristocratica che pervade l’Iliade.
  4. A. Marinetti, A. L. Prosdocimi, Lingua e scrittura, in M. De Min ecc., op. cit., pag. 33 e segg
  5. Ibidem, pag. 36.
  6. Ibidem, pag. 35.
  7. Nelle Tavole Iguvine la forma ekvi (IIa 13) è locativo singolare e la formula tra ekvi ne fetu può essere tradotta “non sacrificare fuori dal sacrario” (C. D’Adamo, Il dio Grabo, il divino Augusto e le Tavole Iguvine, S. Giovanni in Persiceto 2004, pag. 47); la forma eikvasese (Va 4) è locativo plurale e la formula eikvasese atiieřer può essere tradotta “nelle sedi degli Attiggiani (C. D’Adamo, op. cit., 83); la formula ahtisper eikvasatis infine (III 24)  presenta un sostantivo (ahtis) e un aggettivo (eikvasatis) in ablativo plurale retto dalla posposizione –per, e può essere tradotta “per gli atti collegiali” (C. D’Adamo, op. cit., 67). Sia ekv (“sede”, “casa”) che i suoi derivati definiscono in sintesi un’area semantica che individua la sede della confraternita, il sacrario e i riti ad esso relativi.
  8. Così anche A. Ancillotti, R. Cerri, Le tavole di Gubbio e la civiltà degli Umbri, Perugia 1996, pag. 171 e pag. 355.
  9. L’iscrizione osca (Vetter 1953, 79) è la seguente: ùpil. vi. pak. tantrnnaiùm iùvil. sakrann. pùmperiaìs sull. eikviarìs pùn medd. pìs inìm verehias fus sakrid sakrafir.  La sua possibile traduzione è a mio parere la seguente: “Iovila di Opilio figlio di Vibio Pacio dei Tanterneii, da consacrarsi nelle processioni solenni a tutti i sacelli con la partecipazione di un meddix e della vereia. Sarà consacrata con una vittima.” Il termine che io rendo con “sacelli”, l’osco eikviarìs (ablativo plurale) sembra individuare i pilastrini o le aedicolae sacre che costituivano le stazioni di sosta e di preghiera nelle processioni  solenni (pùmperiaìs).
  10. E. Peruzzi, I greci e le lingue nel Lazio primitivo, in Popoli e civiltà dell’Italia antica, vol. 6, Roma 1978, pag. 57.
  11. C. D’Adamo, op. cit., pag. 202.
  12. V. anche A. Marinetti, A.L. Prosdocimi, in M. De Min, op. cit., pag. 35.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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