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Articoli - Riletture e traduzioni

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Il bosco di Coredio e il dio del Braciere nelle Tavole Iguvine

di Carlo D’Adamo

Un esempio di quanto possa essere poco produttivo un metodo nel quale l’etimologia, anziché soggiacere alla filologia, viene assunta come valore metastorico e metafisico, è dato dal caso del “bosco di Coredio” nelle Tavole Iguvine. Questo non è un bosco qualunque; nella Tavola Ib viene chiamato vuku kureties (1), e vuku è il latino lucus: si tratta quindi indubbiamente di un bosco sacro, che viene definito kureties, ossia di una divinità che qui appare in caso genitivo, come anche nella Tavola VIb, dove, in caratteri latini, è scritto coredier.

Il nome kuretie viene interpretato come un gentilizio e la nostra espressione viene banalizzata e tradotta “bosco di Coredio”, come se la cosa di cui si parla e nella quale si prescrivono riti solenni fosse una proprietà privata  nella quale si fa un picnic. Invece in questo bosco sacro si svolge il culto di hunte (3), che  è indubbiamente una divinità, anche se la sua identità viene misconosciuta: hunte infatti è reso con “Hondo”, equivocato come nomen agentis (4) , fatto derivare da *ghound- e collegato al verbo *hondom che corrisponderebbe al latino fundere. Si tratterebbe quindi di un dio della guerra, interpretato come “il Vittorioso”, dio che probabilmente non c’entra niente con questi riti né con hunte, ma costituisce un tratto frequente della weltanschauung degli indoeuropeisti, spesso pronti a vedere divinità che piombano all’improvviso, menano fendenti, schiacciano e sbaragliano.

Non va molto meglio al dio tefre, che possiede sia una valenza iuvia (“di Giove”, cioè uranica), che una valenza çerfia (“di Cerus”, cioè ctonia) (5). Questa seconda sua valenza collegata alla terra e ai culti inferi è attestata alla Porta Carraia, quella dalla quale si esce per le cerimonie effettuate nel bosco sacro a Giove e poi nel “bosco di Coredio”. Che possa eventualmente essere rappresentato nella processione sacra un percorso simbolico che collega questo rito ctonio, con seppellimento di pecore nella fossa e offerte di farina e vino, al culto di hunte nel vuku kuretier, è dubbio legittimo che il traduttore si deve porre. Ma se prevale un’ottica a priori etimologistica, che preferisce scavare nel sanscrito anziché nel contesto, ogni possibilità di cogliere eventuali correlazioni presenti nel testo e di tentare traduzioni conseguenti svanisce.

Nuoce infatti a questo teonimo la sua consonanza con i termini tefra e tefruto, che individuano le braci e, per metonimia, anche le carni cotte sulle braci (6): fatto, questo, sufficiente ad arruolare il dio tefre tra le “divinità dell’Atto”, come  personificazione del focolare (7).

Si giunge così ad una “traduzione” molto fantasiosa, nella quale si spezza il nesso tra tefre ctonio, reso come “il dio del Braciere”, il bosco sacro, ridotto a proprietà privata, e il dio hunte, “Vittorioso”. Ma quel nesso c’era, e va ristabilito.

Nella Tavola Ib e poi nella VIb al dio tefre çerfie è riservato un sacrificio di carattere ctonio dietro la porta vehia. Gli vengono sacrificate tre pecore, che vengono tagliate a pezzi e seppellite. Intanto che le pecore vengono tagliate a pezzi, la processione continua nel bosco sacro di Giove, dove vengono effettuati sacrifici a marte huřie, e poi nel vuku kuretier, dove si svolge il sacrificio di tre vitelli in onore del dio hunte çerfie.

Se restituiamo al vuku kuretier la sua sacralità, non sarà difficile scoprire che Curiatius è in latino epiteto di Ianus, e che probabilmente questo bosco sacro eugubino è dedicato proprio a Ianus Curiatius. A Roma, sul Gianicolo, il colle di Giano, c’era, secondo le fonti antiche, un altare dedicato a Fontus presso la tomba di Numa (8); e Fontus era il dio che, dice Arnobio (9), Giano aveva generato con la ninfa Giuturna. Se a Gubbio percorriamo a ritroso il cammino della processione e torniamo alla porta Carraiadietro la quale, mentre vengono eseguiti i sacrifici nei boschi sacri, stanno seppellendo le pecore tagliate a pezzi in onore di tefre, forse ci verrà in mente che Giano aveva generato con una Camena il dio-fiume Tiberino (10), e l’associazione tra Giano, Tiberino e Fontus delle fonti antiche e del percorso sul Gianicolo   ci permetterà di collegare anche qui a Gubbio tefre, kuriatie e hunte, rapportabili con ogni probabilità proprio al dio del Tevere, a Ianus Curiatius e a Fontus. La valenza ctonia di un dio delle acque, che scaturisce dalla terra, è ovvia; il collegamento con gli inferi ma anche con la rinascita e con il divenire lo è altrettanto.

Rimane da spiegare perché il dio Tefre, che va identificato probabilmente con il dio del Tevere e non con il dio del Braciere, possa essere sia çerfie che iuvie, possa avere cioè sia valenza ctonia che valenza uranica. Il fatto si spiega con la topografia eugubina: il dio del Tevere è infero in quanto dio delle acque e dio figlio di Giano, ma è celeste in quanto segna il confine meridionale del territorio di Gubbio, e proprio per questo si trova sotto la giurisdizione di Giove, il quale è per eccellenza la divinità dei confini.

E poi si sa che ogni dio dei confini ha sia una valenza ctonia che una valenza uranica: lo dice anche Rykwert (11).

NOTE

  1. Ib 4.
  2. VIb 45.
  3. Hunte: Ib 4, IIa 20, 34; honde: VIb 45
  4. A. Ancillotti, R. Cerri, Le Tavole di Gubbio e la civiltà degli Umbri, Perugia 1996, pag. 372.
  5. Tefre: Ia 24, 28; tefre VIb 22, 26, 27, 29, 31, 33, 35, 36.
  6. Tefra IIa 27; III 32, 34; IV 2; tefruto VIIa 46.
  7. A. Ancillotti, R. Cerri, op. cit., pag. 421.
  8. Cicerone, De le gibus 2, 22, 56; Livio 40, 29, 3.
  9. Arnobio, Adversus gentes, 3, 9.
  10. Servio, Ad Aen… 8, 330; Plutarco, Quaest. Rom. 22.
  11. Joseph Rykwert, L’idea di città, Einaudi, Torino 1981, pag. 135. Vedi in questo sito anche l’articolo “La dea Tursa e i cippi di confine nelle Tavole Iguvine”, e, per il metodo etimologistico a priori, l’articolo “L’emendamento a sepesarsite nelle Tavole Iguvine e alcune questioni di metodo”.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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