Articoli 2

  Ceres, Cerus, Cel
  Il bosco di Coredio e il dio del Braciere nelle Tavole Iguvine
  Il caso del cavallo padovano e il termine ekupetaris
  La pertica dei prinuvatus
  Un’iscrizione etrusca dal Lago Omodeo
  Il banchetto rituale nelle Tavole Iguvine
  Numeri e dadi nel mondo etrusco
  La dea Tursa e i cippi di confine nelle Tavole Iguvine
  Il rotacismo nelle tavole Iguvine
  Uasirslo, una parola chiave
  Neoumbro, paleoumbro
  Il toponimo Karalis a Lemno?
  Il leccio e gli agrimensori antichi
  Brocche, anfore, tazze
  Il Paese dei Tirreni, ovvero, secondo De Palma, serona toveronarom
  Il caso di iuku e di ahti nelle Tavole Iguvine
  L’emendamento a sepsesarsite nelle Tavole Iguvine e alcune questioni di metodo
  Anco Marzio e altri giochi di parole
  Destra sinistra
  Il fondo di via Zenerigolo
  Gneo Satrio Rufo
  L'iscrizione perduta
  Il nome della Nera
  Marzabotto bilingue
  La profezia della ninfa Vegoia
  Penus
  Aethera, atra, terra
  La treccia della nobildonna di Rubiera
     
 

Articoli - Riletture e traduzioni

1) Disavventure dell'archeologia - 2) Riletture e traduzioni - 3) Miscellanea - 4) Guest

Il nome della triglia, Anco Marzio e altri giochi di parole

di Carlo D’Adamo

1. Un luogo dei Gromatici Veteres in cui si sostiene che gli agrimensori segnavano i confini palis ligneis, siliceis, sacrificalibus (1), giustamente corretto da Bursian in palis iliceis (2), rivela un evidente lapsus. È facile in questo caso ricostruire la lezione corretta perché in altri passi che affrontano lo stesso argomento si parla proprio di palos iliceos (3), palos de ilice (4); ma perché nella mente del gromatico scrittore è scattata questa associazione mentale? Perché siliceis per iliceis? I due termini foneticamente quasi uguali facevano forse parte di una pratica o di un rituale nei quali erano associati? È lecito chiederselo, dal momento che scatta proprio un tipico meccanismo fonico, e non, per esempio, un meccanismo di sostituzione, come quello che porta il notaio che rogita la vendita delle Tavole Iguvine a definire quelle tavole eboreas, d’avorio, anziché aheneas, di bronzo. In quel caso la mente del notaio era corsa evidentemente alle XII tavole della legge, ed il suo è un lapsus dotto. Ma in questo caso, cosa sta dietro la variante siliceis per iliceis, che oltretutto è lezione più economica? La domanda, per la quale non trovo altra risposta se non nel fatto che sia la silex che la ilex erano associate a Giove (5), nasce dal fatto che nelle formule rituali antiche si leggono spesso cantilene magiche tramandate e recitate anche quando ormai non se ne comprendeva più il senso, ridotte quasi a pure concatenazioni di suoni.

Ma il valore magico della parola evocativa faceva avallo sul senso, e cantilene incomprensibili, come ad esempio il Carmen Saliare, erano ripetute e cantate ritmicamente, anche se raramente qualche termine che aveva un significato affiorava da un contesto di suoni e rumori che solo gli dei comprendevano.

2. La congettura che siliceis e iliceis  potessero essere legati in una formula rituale nasce dalla grande importanza attribuita dagli antichi alle assonanze fonetiche. La casuale omofonia di due termini diversi o la loro somiglianza venivano interpretate come eventi significativi.

Nei sacrifici ad Ecate, dea greca degli inferi, invocata come τριοδίτις, τρίμορφος, τρίγλενος  (dea dei trivi, triforme e triocchiuta), si offrivano triglie, τριγλίδες. È opinione comune che le triglie fossero scelte per assonanza con gli epiteti della dea, per la possibilità di inserire il loro nome in una catena di invocazioni che aveva come collante l’allitterazione (6).

È vero che il motivo principale per cui le triglie si addicevano ad Ecate è il loro colore rosso, come era prescritto per le vittime destinate alle divinità ctonie, ma senza dubbio, tra tutti i pesci rossi possibili, le triglie avevano una chance in più: il loro nome era assonante con gli epiteti della dea.

Poiché l’assonanza veniva letta come un segno divino, le triglie in greco erano prescelte proprio per la loro attitudine ad inserirsi in quella serie di allitterazioni. Ma in latino questa relazione fonetica tra il nome della triglia, mullus, e gli epiteti di Ecate non regge più; un cultore della dea che volesse mantenere il gioco di parole anche in latino dovrebbe cambiare pesce, o trovare altri attributi divini. Uno degli epiteti con cui veniva invocato Vulcano è mulciber, “che rende morbido”, con allusione al fatto che il fuoco scioglie il metallo. In latino quindi la triglia si presterebbe ad essere inserita in una serie di allitterazioni insieme a mulciber; ma la tradizione attribuisce a Vulcano come offerta la sardina, maena, che viene messa in relazione con mens, anima, essere umano (7).

Qualcosa non torna nella nostra ricostruzione, perché la tradizione lascia affiorare casualmente indizi frammentari e sovrapposti, relitti di strutture perdute, la cui comprensione è spesso ostacolata dalle paretimologie con cui gli autori latini tentavano di spiegare parole per loro già incomprensibili.

Proviamo ad abbozzare un breve viaggio senza perdere di vista come filo conduttore l’assonanza. Sappiamo che questa per gli antichi non è solo un legame di solidarietà tra i nomi, ma corrisponde a una relazione profonda tra gli oggetti: per questo motivo la ritroviamo spesso alla base di paretimologie e di formule rituali.

3. Dice Plutarco che i demoni Pico e Fauno, catturati, insegnarono a Numa Pompilio a fare il sacrificio espiatorio per i fulmini, con un rito “che ancora si compie mediante cipolle, capelli e sardelle” (διά κρομμύων καί τριχω̃ν καί μαινίδων). I demoni fecero scendere giù dal cielo Giove, che prescrisse a Numa di compiere il sacrificio espiatorio (τόν καθαρμόν) con delle teste (κεφαλαι̃ς). «Di cipolle?», chiese Numa. «Di uomini», rispose Giove. «Con capelli?», domandò Numa. «Viventi», ribattè Giove. Allora Numa replicò: «Con sardine (μαινίσι)» (8). Da queste μαινίδες (piccole sardine) di Plutarco derivano forse le maenae della vulgata, spalmate anche sui sacrifici in onore di Vulcano durante la celebrazione dei Volcanalia.

È interessante notare che i giochi di parole ai quali allude Plutarco nella sua favola non hanno senso in greco, ma potrebbero averlo in latino sia nella serie cepa (cipolla), cephalus (cèfalo, muggine), cephaleum (testa), sia nella serie caput (testa) capillus (capello) capito (capitone o forse cefalo).

Da questa considerazione si possono trarre due conclusioni. La prima è che molto probabilmente la fonte di Plutarco è latina, dal momento che in greco non è ricostruibile il rapporto fonetico che lega tra loro pesci, teste e cipolle.

La seconda è che, in queste ricostruzioni mitiche di formule rituali, il peso evocativo delle parole “magiche” era preponderante, al punto che i nomi dei pesci possono essere piuttosto questi che quelli, a seconda della loro attitudine ad inserirsi in una cantilena rituale: le trigliette per la dea triforme, magari il capito (con capilli e capita) per Giove capitolino.

4. È interessante notare anche che la tradizione che attribuisce ai Volcanalia sacrifici di sardine nasce da un passo in cui Festo riassume malamente Verrio Flacco, come acutamente sottolineava cent’anni fa Tina Campanile.

Nel passo di Festo si sostiene:

Piscatorii ludi vocantur qui quodannis mense Iunio trans Tiberim fieri solent a pretore urbano pro piscatoris tiberinis, quorum quaestus non in macellum pervenit sed fere in aream Volcani, quod id genus pisciculorum vivorum datur ei deo pro animis humanis.

La Campanile annotava: “In verità Verrio Flacco è stato qui malamente riassunto. Egli, parlando dei ludi piscatorii, dovette incidentalmente accennare ai Volcanalia in quanto erano i pescatori che fornivano il materiale per tali sacrifici, e non perché intercedesse alcun nesso fra i ludi piscatorii e i Volcanalia. Per esempio, il «quorum quaestus» non può riferirsi ai pescatori, come il testo lascia credere, altrimenti ne deriverebbe che il loro commercio avesse luogo non già al mercato ordinario, ma nell’area Volcani (…). Quindi sarà stata omessa qualcosa; evidentemente il «quorum» come pure l’«id genus» si riferiscono a quella specie di pesci che si vendevano per far sacrifici a Volcano…” (9)

5. Ma nel brano di Festo non si dice affatto che i pesci sacrificati a Vulcano erano delle maenae; “quel genere di pesciolini vivi” dati a quel dio “per le anime umane” rimane indeterminato. Alla lettera, sono solo pesciolini vivi.

L’identificazione del pesce utilizzato nei Volcanalia con la maena  (nome latino della sardina, corrispondente al greco μαίνη) nasce forse dalla sovrapposizione tra la leggenda di Numa, che sacrifica sardine, e i riti dei Volcanalia, nei quali si sacrificavano pesciolini vivi.

Ma che genere di pesciolini?

Festo non lo dice, e Varrone neanche: nei Volcanalia populus pro se in ignem animalia mittit, sostiene (10).

Perché allora l’identificazione di quei pesciolini con le mene? “Perché il pesce che soleva rappresentare le anime fu detto mena; e presso i greci era sacro ad Hecate, la dea delle anime nell’inferno. I Romani presero in prestito il nome dai greci; e non è improbabile che in questo uso espiatorio sia stato considerato principalmente come rappresentante delle anime, poiché non di rado nell’antica mitologia tali omofonie servivano come spie-gazioni. Insomma, solo attraverso il collegamento di maena con mens ha origine questa opinione”. Così sostiene Mercklin, citato dalla Campanile (11).

6. La confusione tra trigliette e sardine rimbalza dalle sponde greche a quelle laziali: se là le τριγλίδες avevano senso in relazione agli epiteti di Ecate, qui sono le maenae a diventare significative in relazione alle mentes. Ma mentre le τριγλίδες si addicono solo ad Ecate perchè solo lei è triviale, triforme, triocchiuta, le maenae, in quanto date pro mentibus, per le anime umane, possono essere mezzo di intercessione presso qualunque divinità.

Ecco quindi che anche i pesci di Vulcano diventano maenae per l’assonanza con mentes e per la suggestione della leggenda di Numa Pompilio. Ecate compare in queste tradizioni sia come la dea alla quale si sacrificavano le τριγλίδες, sia come la dea alla quale erano sacre le μαινίδες. Le μαινίδες a loro volta sono chiamate in campo sia con Ecate che con Numa Pompilio, che promette a Giove di sacrificare μαινίδες e non teste umane. Nelle traslitterazioni di parole e nelle traduzioni non tutto torna alla perfezione, perché una delle logiche significative del contesto di partenza, l’omofonia, non trova adeguate corrispondenze nel contesto di arrivo.

7. Nella Vita di Numa Plutarco riporta anche la favola dello scudo piovuto miracolosamente dal cielo, e degli altri undici scudi fatti forgiare uguali a quello e custoditi dai sacerdoti Salii. Il nome di quegli scudi, gli ancilia, in greco ’αγκίλια, sarebbe da collegarsi ad ’αγκύλον, perché le loro estremità si piegano ad angolo, o ad ’αγκω̃να, perché quegli scudi si portano intorno al gomito. Ma queste “etimologie”, aggiunge Plutarco, si devono a Giuba, che ha la tendenza a grecizzare i nomi (γλιχόμενος ςξελληνίσαι τοὺ̃νομα); è evidente infatti che quelle assonanze funzionano soltanto in greco e non sono praticabili in latino. 

Nelle paretimologie che Plutarco attribuisce a Giuba l’elemento mediatore tra il contesto di partenza e quello di arrivo è dato dalla traslitterazione di ancilia, reso in greco con ’αγκίλια. Ad ’αγκίλια vengono poi collegati termini che casualmente in greco sono assonanti con il nome importato.

Questa traslitterazione (operazione frequentissima nel mondo mediterraneo) muove dal latino al greco, ma probabilmente inverte la direzione di un precedente trasferimento, avvenuto in epoca protostorica o pre-storica, che prendeva le mosse dal mondo miceneo per approdare nel Lazio primitivo.

Per seguire la traccia esile degli ancilia occorre spostarsi indietro nel tempo, all’interno della fitta trama di rapporti commerciali e culturali – e quindi anche linguistici – che caratterizzano la cosiddetta koinè mediterranea.

8. Io credo che la traslitterazione di ancilia latino nel greco ’αγκίλια abbia riportato nel mondo greco un termine greco-miceneo, ben noto anche al greco classico, diffuso nel Lazio in epoca arcaica.

Mi riferisco ad άναξ, da miceneo wa-na-ka, che potrebbe essere anche alla base di etrusco anchas attestato probabilmente nel Liber Linteus di Zagabria an(-)cheis (12), sicuramente nell’iscrizione orvietana mi thucerus anches (13), in uno specchio etrusco in cui si legge anchas (14) e altrove, con il significato di signore, padrone, re. Nel mondo greco άναξ era attribuito come epiteto a Giove, e al plurale indicava i Dioscuri o anche gli dei in generale. Come nome comune poteva anche assumere – in associazione con termini cui era collegato – significati particolari: κώπης άναξ era il governatore del remo, il rematore; πύλης άναξ era il padrone della porta, il guardiano. In queste associazioni il greco ha una capacità onomatopoietica che ritroviamo per esempio anche nella lingua tedesca.

Se Anco Marzio – questo è il nome del quarto re di Roma che la vulgata ha tramandato – può essere messo in relazione con miceneo wa-na-ka, greco άναξ, etrusco anchas  (<*anachas sdrucciolo con sincope in sillaba atona), il suo nome non è propriamente un nome di persona, ma un titolo: significa infatti “re devoto a Marte”. Se poi ipotizziamo che nella Roma primitiva ancus acquisisse la latitudine semantica che il suo parallelo άναξ assumeva nel mondo greco, potremmo anche pensare che la formula ancus martius indicasse il guardiano del tempio di Marte. Ma in ogni caso tutto ruoterebbe intorno al significato principale di ancus (άναξ, anchas), che è quello di signore, padrone, re.

9. Se l’ipotesi avanzata è ammissibile, il termine ancilia (=regalia) non sarebbe altro che un aggettivo neutro plurale sostantivato derivato da ancus, e individuerebbe i simboli del potere regio. In questo contesto troverebbe una soddisfacente spiegazione anche il termine ancula (da cui il diminutivo ancilla), come colui o colei che vive presso il padrone (< ancus+cola).

L’attribuzione in greco dell’epiteto άναξ a Giove, la presenza dell’epiteto divino  an(-)cheis  nelle liturgie del Liber Linteus etrusco, l’epigrafe anchas su uno specchio etrusco raffigurante un giovane dio, la diffusione del titolo  άναξ nel mondo greco (i figli e i fratelli del re a Cipro), il legame a Roma tra gli ancilia e il culto di Marte, nel cui tempio secondo la tradizione erano conservati gli scudi sacri, sono tutti indizi convergenti verso l’ipotesi che il nome Ancus, attribuito dalla tradizione al quarto re di Roma, non sia che la traslitterazione del nome di una carica corrispondente formalmente a wa-na-ka miceneo e ad άναξ greco.

La voce ancilia (si ricordi che la pronuncia originaria era anchilia in latino), potrebbe, dopo aver perduto il suo significato di “insegne regie”, essere stata risemantizzata (=gli scudi sacri) e in seguito traslitterata in greco, senza che fosse più possibile comprenderne il significato originario, corrispondente a quello del  greco τά ανακτόρια.

I simboli regi (gli scudi) del re di Marte avevano bisogno anche in latino di una restituzione di significato, e trovarono in Varrone, instancabile creatore di paretimologie, una fantasiosa interpretazione. Il termine sarebbe da collegare ad am + caedo: ancilia, dice Varrone, ab ambecisu, quod ea arma ab utraque parte… incisa (15).

10. L’ipotesi di ricondurre il nome di Anco al titolo anchas attestato anche in etrusco come nome di persona e come epiteto divino si inserisce in una serie di casi analoghi, di cariche e titoli trasformati in nomi propri quando se ne perse il significato. Porsenna, tramandato come il nome del re di Chiusi, era probabilmente un titolo formalmente affine al greco πρύτανις (16), che in greco, oltre che per definire una carica magistratuale ateniese, era usato anche come epiteto divino, nel senso di signore, padrone.

Lucumone, il nome del figlio del greco Demarato, che poi divenne re di Roma con il nome di Lucio Tarquinio Prisco, è attestato come nome proprio in diverse epigrafi, ma deriva forse da un titolo che ha lasciato traccia di sé nel Liber Linteus, dove il luogo in cui devono essere compiute determinate cerimonie e definito lauchma (17) sembra corrispondere al latino regia.

Anche il nome di Tarquinio, con il quale la tradizione leggendaria ricorda Lucumone divenuto re, viene forse, secondo quanto sostiene Semerano, da un termine che significava “interprete” (18).

Il nome di Mezio Fufezio, il comandante sabino che secondo la tradizione fu fatto squartare da Romolo, può essere ricondotto a meddix (una magistratura attestata in epigrafi osche) e a suffectus (aggiunto, sostituto), che richiama alla mente il sufes, una magistratura annuale di Cartagine.

Il nome di Atto Navio, aruspice leggendario dei tempi di Tarquinio Prisco, rimanda ad actus, che in sabino equivale ad actor latino: è il conduttore del rito, il celebrante; e Navio richiama il latino navus, esperto, consapevole. 

Non possono mancare ovviamente in questo elenco esemplificativo di nomi derivati da titoli quello di macstarna (nome etrusco di Servio Tullio, che corrisponde forse al latino magister) (19) e quello di Publio Virgilio Marone, il cui cognome deriva dall’etrusco marunuc, una carica sacerdotale (20).

NOTE

  1. Blume 1848, I 252
  2. Ibidem, II 514
  3. Ibidem, I 349
  4. Ibidem, I 307
  5. A Giove, garante dei confini, testimoniati dall’interramento di pali di leccio (ilex), era sacro il leccio, quercia sempreverde. L’associazione della selce (silex) con  Giove, che era rappresentato spesso con in mano la folgore, derivava dal fatto che, sfregata, la selce emetteva scintille. Forse è all’interno di questa struttura ideologica che scaturisce il lapsus del gromatico, favorito dall’assonanza tra i due termini.
  6. Vedi Tina Campanile, “Volcanalia e ludi Vulcanici”, in Bull. della Comm. arch. comunale fascicolo I-II anno 1914, Roma 1915.
  7. La relazione tra mena e mens è sostenuta da Schwenk, Preller-Jordan, Lubbeck, Mercklin, citati e riportati da T. Campanile, op. cit., pag. 179.
  8. Plutarco, Vita di Numa, 15.
  9. T. Campanile, op. cit., pag. 178.
  10. Varro, De lingua latina, VI, 20.
  11. T. Campanile, op. cit., pag. 179.
  12. L.L. VI
  13. VOLS. ORVIETO 4981.
  14. Etruskische spiegel 325.
  15. Varro, De lingua latina, VII, 43.
  16. TARQ. 5360: (…)s  purth ziiace…
  17. L.L. IX: lauchmeti.
  18. G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. I, Rivelazioni della linguistica storica, Firenze 1984, Ristampa 2000, pag. 828.
  19. VOLC. 5267: macstrna.
  20. TARQ. SE lii, pag. 288, n. 13: marunuc spuranaci tenu ril e in diverse altre attestazioni.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

© Carlo D'Adamo - Tutti i diritti riservati
L'uso dei testi di questo sito è consentito mediante citazione della fonte