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Articoli - Disavventure dell'archeologia

1) Disavventure dell'archeologia - 2) Riletture e traduzioni - 3) Miscellanea - 4) Guest

Villanoviani, umbri ed ariani

di Carlo D’Adamo (febbraio 2008)

1. La necropoli “villanoviana” di Giovanni Gozzadini

Tra il 1853 e il 1855 il conte Giovanni Gozzadini scavò in un suo podere a Caselle di San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, 193 sepolture carat-terizzate dal fatto che nella maggior parte di esse i resti dei defunti, cremati, erano riposti in urne cinerarie biconiche con una ciotola rovesciata come coperchio (1). Ma il priore di San Lazzaro, appena ebbe notizia del ritrova-mento di importanti “tesori”, fece intervenire i gendarmi per impedire il trasporto dei reperti dal podere di Caselle alla villa padronale di Villanova di Castenaso, e denunciò il conte alle competenti autorità pontificie, rappre-sentate dalla Commissione Ausiliaria di Antichità e Belle Arti, perché non aveva chiesto l’autorizzazione agli scavi, come avrebbe dovuto, in ottem-peranza all’editto Pacca del 1820.  Il presidente della Commissione Ausi-liaria, tuttavia, era il marchese Virgilio Davia, caro amico e lontano parente del conte Gozzadini; quest’ultimo ebbe così, in deroga alla legge, la possibilità di continuare le sue ricerche; avrebbe poi comunicato con comodo alle autorità che cosa aveva trovato, pubblicando una relazione. Anzi, il priore troppo zelante fu redarguito.
Così il Gozzadini scrisse nel 1854 una relazione sugli scavi effettuati (Di un sepolcreto etrusco scoperto presso Bologna), nella quale indicò come luogo della necropoli il podere denominato Camposanto presso la chiesa di Santa Maria delle Caselle; ma nella successiva relazione  del 1856 (Di altre settantuna tombe del sepolcreto etrusco scoperto presso a Bologna e per far seguito alla descrizione già pubblicata), dando notizia degli ulteriori scavi, rimase sempre nel vago circa l’ubicazione del sepolcreto; infine nel volu-metto La Nécropole de Villanova près de Bologne, del 1870, indicò sempre come luogo dei ritrovamenti la sua tenuta di Villanova.

  Fig. 1: Urna biconica della necropoli S.Vitale
(Bologna, Museo Civico Archeologico)

Il suo comportamento fece credere che gli scavi fossero stati condotti ef-fettivamente a Villanova, frazione di Castenaso, dove era la sua villa di campagna, e fece nascere il luogo comune che ha portato a definire “villano-viana” quella cultura materiale.
A nessuno sfugge l’importanza di un corretto riferimento topografico ne-gli scavi archeologici; ma il nostro conte, pur avendo preparato per sé ap-punti meticolosi e disegni accurati, e pur avendo fornito riferimenti topogra-fici corretti alla Commissione Ausiliaria di Antichità e Belle Arti, non sentì il bisogno di mettere al corrente né gli altri studiosi né il pubblico della ubicazione esatta della necropoli. Non si trattava, probabilmente, del con-sueto dilettantismo di tanti archeologi ottocenteschi, che non si curavano quasi mai dei contesti in cui venivano trovati i reperti. All’origine della disinformazione e del depistaggio effettuati dal Gozzadini stava forse inizialmente proprio il rapporto conflittuale con il priore di San Lazzaro, che era tornato a far valere le sue ragioni presso le autorità pontificie per difendere il proprio legittimo operato. È fondato infatti il sospetto che con la sua scelta di chiamare “necropoli di Villanova” quella da lui scavata, il Goz-zadini volesse ribadire che era nella sua tenuta che la scoperta era avvenuta, e vo-lesse in qualche modo tenere alla larga il priore di San Laz-zaro. Così, quando la grande quantità di reperti e il rilievo dato alla scoperta fecero na-scere tra gli studiosi la discussione se si trattava di tombe degli Umbri o degli Etruschi, Villanova fu il nome della località sulla boc-ca di tutti, e “villanoviana” fu convenzionalmente definita quella civiltà, attestata fin dalla prima età del ferro, caratterizzata da sepolture di quel tipo.
Solo un secolo dopo Mario Zuffa – sulla base della documentazione esi-stente negli archivi della Commissione Ausiliaria di Antichità e Belle Arti – giunse alla conclusione che il sepolcreto si trovava a San Lazzaro (2), e in effetti poi nel 1980 Daniele Vitali  trovò nella raccolta dei manoscritti del Gozzadini presso la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna la mappa catastale del podere in cui era stato scoperto il sepolcreto, con gli appunti scritti dal Gozzadini stesso in margine alla mappa: era la riprova che, senza ombra di dubbio, il sito della necropoli si trovava a San Lazzaro (3).

Nel 1988 infatti, durante i lavori di ampliamento del casello autostradale, si scoprì quello che i due studiosi avevano già detto: la necropoli scavata più di cent’anni prima dal conte si trovava proprio a San Lazzaro di Savena e non a Villanova, e durante i nuovi scavi si scoprirono altre quaranta tombe che Gozzadini non aveva scavato (4).
Ormai però i Villanoviani erano su tutti i libri; Gozzadini si era fatto beffe non solo del priore di San Lazzaro, ma di intere generazioni di studiosi; e così, poiché il termine “villanoviano” definisce convenzionalmente una fase  della civiltà etrusca, indipendentemente dalla località in cui è attestata, non vale più la pena di ristabilire la verità storica. Nessuno ha proposto quindi di sostituire la definizione di “villanoviano” con quella, che sarebbe topo-graficamente corretta, di “caselliano” o di “sanlazzarese”, e l’etichetta è rimasta. Tuttavia poter sapere con certezza che la necropoli “villanoviana” si trovava a San Lazzaro di Savena avrebbe permesso agli storici, man mano che altre necropoli venivano scoperte, di tracciare una mappa del popo-lamento della zona est della pianura bolognese nella prima età del ferro, con i villaggi di San Vitale, di via Savena, delle Roveri, delle Due Madonne, di Castenaso, di Ca’ dell’Orbo e delle Caselle, anteriori alla fase di sinecismo che portò poi  alla fondazione di Felsina, e farsi un’idea anche delle princi-pali arterie stradali. Così invece, sessant’anni dopo gli scavi, Friedrich von Duhn, scrivendo “Bologna preetrusca ed etrusca” citava, in assoluta buona fede, il villaggio di Villanova, collocato ad Est-Nord-Est della città (5). Se avesse avuto a disposizione indicazioni topografiche corrette avrebbe potuto comprendere che la necropoli, che si trovava invece a Est-Sud-Est, era situata sulla direttrice per Rimini, lungo una strada importante accanto alla quale, in epoca romana, sarebbe poi stata costruita la via Emilia. Ma alla necropoli scoperta dal Gozzadini “è toccata per oltre un secolo la stessa sorte di quei centri che, documentati in vario modo dalle fonti antiche, per la mancanza di qualunque riferimento topografico non si sono più potuti situare con precisione sul terreno” (6). E così per più di cento anni gli storici hanno continuato a immaginare i “villanoviani” a Villanova, come ancora oggi ripete la vulgata. Ma qualche studioso, come si dovrebbe fare sempre, va a verificare e informa il grosso pubblico; si veda, ad esempio, il bel-l’articolo di Pier Luigi Perazzini in un numero di “Quaderni del Savena” del 2003, che ricostruisce, con documenti, l’intera vicenda (7).
Oltre ad essere evasivo nelle sue pubblicazioni il conte Gozzadini, come del resto quasi tutti gli archeologi dell’epoca, smembrava i corredi delle tombe e riuniva i reperti per tipologia, metteva via i cocci e i vasi più mal-ridotti e conservava quelli in buone condizioni o bisognosi di pochi restauri.
Questo atteggiamento che privilegiava il pezzo “bello” riducendolo ad un esemplare da collezione era tipico della cultura dell’epoca. La formazione culturale dei rampolli della buona società infatti prevedeva lo studio del di-segno e la frequentazione dell’Accademia di Belle Arti; era quindi loro più congeniale un approccio di tipo “artistico” ai vasi antichi che un approccio di tipo scientifico. Questo limite della loro formazione può spiegare almeno in parte le vicende dell’anforetta Melenzani.

2. L’anforetta Melenzani

Quarant’anni dopo la scoperta della necropoli “villanoviana” di Caselle di San Lazzaro fu trovata a Bologna, in una tomba del sepolcreto Melenzani, scavato dallo Zannoni a partire dal 1893, un’anforetta di fattura non partico-larmente pregiata, alta 9,9 centimetri. Quel piccolo cimelio del VII secolo a.C., oggi noto come l’“anforetta Melenzani”, reca un testo etrusco lungo e articolato, il più antico mai trovato finora a nord degli Appennini ed uno dei più antichi in assoluto (8), nel quale l’anforetta (“zavenuza”), parlando in prima persona, dopo aver fatto il nome dei donatori e quello dei proprietari, conclude dicendo: “mi ha foggiato Ana Remiru” (9).
All’epoca del ritrovamento, che era avvenuto in un sepolcreto villanoviano del VII secolo, questa anforetta era stata considerata da alcuni come una “traccia dell’influenza etrusca” (10) sugli Umbri, ritenuti i portatori della cul-tura villanoviana. Anche Pericle Ducati, direttore del museo civico, era convinto che l’iscrizione, “forse un sillabario”, fosse testimonianza “di un influsso sempre più diretto del popolo e della civiltà degli Etruschi”, ma niente più; ed il vasetto, non essendo considerato particolarmente bello, era stato relegato nel ripiano più alto di una vetrina nella sala X del Museo Civico (11), nonostante la sua enorme importanza storica. Quell’anforetta, infatti, se fosse stata adeguatamente considerata, avrebbe potuto dirimere la lunga discussione sulla civiltà villanoviana, che alcuni attribuivano agli Umbri e altri, come il Gozzadini, agli Etruschi. Invece l’iscrizione rimase là in alto, impossibile da vedere, e permise a coloro che consideravano il “villanoviano” un popolo, e non un particolare momento storico della civiltà etrusca, di sottovalutare intenzionalmente il reperto (12), ripetendo, come aveva sostenuto il Ghirardini, che ci si trovava di fronte a una delle “tracce di influenza etrusca nelle tombe villanoviane” (13). Pericle Ducati, sottraendo l’anforetta dagli sguardi dei curiosi, poteva continuare così, nonostante l’iscrizione etrusca, ad attribuire la civiltà villanoviana agli Umbri: “Con la documentazione scritta collima appieno il risultato del materiale archeo-logico, indicante, come si è detto, un movimento di cultura di un popolo civilizzatore, l’Etrusco, dalle coste del Tirreno all’interno della penisola, al nord dell’Appennino. Significante è specialmente quanto si osserva a Bolo-gna, ove nell’ampio sepolcreto villanoviano fuori porta Sant’Isaia nei predi Arnoaldi e Melenzani, in cui sono le tombe più tarde villanoviane, tali tombe si addensano al limite occidentale, ove si ha una vera fossa di confine larga m. 2,50, al di là della quale, dopo uno spazio completamente vuoto largo m. 56, ha inizio il sepolcreto etrusco, cioè tipo-Certosa. Se ne deduce che la prima presenza degli Etruschi a Bologna non può essere collocata che verso la fine del sec. VI, in età di gran lunga posteriore alla prima presenza di essi Etruschi sulle sponde del Tirreno.” (14).

Se Ducati, che era anche direttore del museo, avesse fatto collocare più in basso l’anforetta, la quale, oltre ad essere di un tipo frequentissimo nelle necropoli villanoviane (e poi anche in quelle di fase Certosa), è di produ-zione certamente locale, qualcuno, leggendo l’iscrizione che vi è incisa, e che è stata chiaramente tracciata prima della cottura, non avrebbe più inter-pretato il vasetto come un corpo estraneo proveniente da una civiltà stra-niera, ma l’avrebbe percepito per quello che è, cioè un oggetto di produ-zione locale fatto da etruschi e destinato a gente che parlava etrusco, e le “tracce” di una “influenza” si sarebbero potute rivelare prove di una pre-senza. Ciò non rientrava però nelle certezze del cliché interpretativo della

Fig. 2: L’anforetta Melenzani (Bologna, Museo Civico Archeologico)

storia che era in auge in quegli anni: il modello “invasionistico” di origine romantico-nazionalistica, infatti, concepiva ogni fase culturale come il risul-tato dell’invasione di un popolo, e riteneva che ogni popolo fosse una unità peculiare con caratteristiche esclusive di lingua, di razza, di cultura, di mentalità. Meglio allora che l’anforetta, con la sua scandalosa iscrizione, rimanesse ben in alto, nell’ultimo ripiano della vetrina parietale D del salone X, lontano dagli occhi dei curiosi. E così fu.
L’anforetta Melenzani, come la lettera della regina nascosta in bella vista nel racconto La lettera rubata di Poe, era di fatto celata alla vista dei visitatori, e solo quando il Laboratorio del Museo, procedendo nei suoi lavori di ordinaria manutenzione, ebbe in consegna il reperto per re-staurarlo, tra il 1968 e il 1970, l’importanza dell’iscrizione apparve chiara; ma la segnalazione del Laboratorio alla direttrice del Museo non ebbe alcun seguito, anche a causa della morte della direttrice. Così il vasetto, restaurato, ripulito e con l’iscrizione resa più visibile, tornò di nuovo nell’ultimo ripia-no in alto della vetrina D del salone X, dove riposò per altri dieci anni, fino a quando, “nel revisionare il materiale della necropoli Melenzani, in vista della sua pubblicazione”, la nuova direttrice del Museo, Cristiana Morigi Govi, ebbe, come dice in una comunicazione del 1980, pubblicata poi nel 1981, “la fortunata occasione di riscoprirlo” (14).  L’anforetta era lì da più di ottant’anni, in attesa.

Ma non si pensi che fossero solo i rampolli della buona società bolognese ad esprimere atteggiamenti poco scientifici quando si occupavano di archeo-logia. Il clima culturale del positivismo e le manie collezionistiche degli aristocratici e dei ricchi mercanti condizionavano negativamente la ricerca storica. “Ben presto”, sostiene Mario Zuffa in un saggio sulla civiltà villa-noviana, “fu anche chiamata in causa l’antropologia e si ebbero nuovi ele-menti di giudizio apocaditticamente formulati in nome della scienza ‘posi-tiva’, che aggiunsero – se è possibile – confusione a confusione” (15). Anche fuori d’Italia gli storici si esibivano in ricostruzioni fantastiche ed impro-babili, usando terminologie etniche del tutto arbitrarie che però, come il termine “villanoviano”, sopravvivono ancora oggi per inerzia, per pigrizia o per ignoranza.

3. L’istituto tedesco di antropolologia e la vitalità dei popoli dinamici

Per comprendere il clima culturale della fine dell’Ottocento, che si pro-trasse ahimè a lungo anche nel corso del Novecento e contribuì a costruire le premesse per enormi tragedie, basti ricordare qui l’episodio del Deutsch Geselschaft fur Antropologie Etnologie und Urgeschichte, che, dopo aver misurato il cranio a tutti i tedeschi, nel 1885 dovette ammettere, a con-clusione della lunga e laboriosa ricerca, che soltanto un terzo della popola-zione tedesca apparteneva al “tipo biondo”, che non esistono “tipi puri” e che razza e civiltà non si trovano in rapporto di causalità reciproca.
Ma il kaiser Guglielmo II, per giustificare la sua weltpolitik, in barba ai risultati scientifici, fece distribuire alle biblioteche pubbliche migliaia di copie del libro di Houston Stewart Chamberlain (Die Grundlagen des neunzehnten Jahrhunderts, pubblicato nel 1898), che attacca le “frasi vuote” dei “signori scienziati” sull’uguaglianza delle razze.

La cultura ufficiale aveva bisogno di conferire una giustificazione teorica alla politica di aggressione coloniale che gli stati europei stavano attuando, e per questo, mentre la Grecia antica veniva scelta come elemento “fondante” della cultura europea (16), si ammetteva che i legittimi eredi di quella tradi-zione, in quanto appartenenti ad una razza superiore, avessero il diritto di imporre la Civiltà ai popoli sottosviluppati. Coerentemente con questa visio-ne imperialistica, la storia del passato veniva letta come una serie di invasio-ni nelle quali il dinamismo, la vitalità e il progresso dei popoli invasori – portatori di una superiore civiltà – avevano la meglio sull’immobilismo, la decadenza e l’ignavia dei selvaggi. Questa evidente sovrapposizione delle logiche colonialistiche e nazionalistiche di fine Ottocento sulle dinamiche sociali e culturali degli antichi popoli mediterranei produceva i suoi effetti, per esempio, nell’ipotizzare che ogni fase culturale del passato fosse l’e-spressione di una razza e di una mentalità che poi venivano scalzate dalla superiore vitalità di un altro popolo invasore. In questa ottica non gli ele-menti di continuità tra una fase e l’altra della storia venivano messi in evi-denza, ma piuttosto gli elementi di rottura; non i momenti di cooperazione e scambio di esperienze, ma piuttosto quelli di scontro e di guerra; non la sostanziale uguaglianza della vita materiale, degli strumenti, delle suppellet-tili, ma piuttosto le peculiarità ideologiche. Anche le specificità spiegabili con le differenze sociali e ambientali venivano spesso percepite come diffe-renze di razza e di civiltà.

Così, per spiegare l’inizio dell’età del ferro nel Mediterraneo, gli storici immaginarono invasori ariani, che con le loro orde sarebbero scesi dal nord a portare il ferro e la loro superiore tecnologia…..

Le elaborazioni concettuali prodotte da quell’ideologia di fine Ottocento, frutto contraddittorio dell’incontro tra il positivismo e il tardo romanticismo, in parte sopravvivono ancora oggi nella vulgata.

Si può comprendere quindi perché gli elementi della cultura villanoviana, che in quantità sempre maggiore emergevano dagli scavi archeologici in gran parte d’Italia, fossero letti prevalentemente non come testimonianze di una fase pre-urbana della civiltà etrusca, ma come elementi appartenenti ad un popolo inferiore al popolo etrusco e poi sconfitto da questo.

In ogni caso, da queste storie possiamo trarre una conclusione: che nello studio del passato sono implicate necessariamente le vicende del presente, dalle quali non nasce soltanto la motivazione che spinge alla ricerca, ma anche il condizionamento che funziona da pregiudizio, il limite entro il quale ci si muove.

NOTE:

  • Per la precisione 179 tombe erano a cremazione e 14 a inumazione.
  • M.ZUFFA, La civiltà villanoviana, in “Popoli e civiltà dell’Italia antica”, 5, Roma 1977, pag. 205: “Dal primo dei due rapporti e dalla consistente documentazione conservata negli atti della Commissione Ausiliaria di Antichità e Belle Arti della Legazione di Bologna (anni 1853-55) si può ricavare con sufficiente precisione il luogo dei rinvenimenti, e cioè il podere Camposanto nella parrocchia di Santa Maria delle Caselle, ad 8 km. a oriente di Bologna, poco più di 1 km. a Nord della Via Emilia, il che corrisponde grosso modo all’attuale area di svincolo autostra-dale di Bologna-San Lazzaro”. Lo studioso continua: “Siamo, dunque, contraria-mente alla generale opinione, in comune di San Lazzaro di Savena e non in quello di Castenaso e nemmeno siamo a Villanova, che si ritrova appunto in quest’ultimo comune. Ma poiché già dalle prime sue pagine l’autore delle scoperte fa prevalere il nome della tenuta nel suo complesso su quello dell’unità poderale specifi-camente interessata, ecco che noi parliamo di «Villanoviano» e non, putacaso, di «Caselliano» o «Camposantiano» o «Lazzarese»” (pagg. 205-206).
  • Vedi D.VITALI, Storia del sepolcreto villanoviano di Caselle di San Lazzaro di Savena, in MORIGI GOVI, SASSATELLI  (a cura di ): “Dalla Stanza delle Anti-chità al Museo Civico. Storia della formazione del Museo Civico archeologico di Bologna”, Bologna 1984, pagg. 223-241. Vedi anche la ricostruzione della vicenda in D.VITALI, La necropoli di Villanova presso Bologna: un problema di identificazione topografica, in AMDSP Romagna n. s., XXIX – XXX (1978-1979) [ma pubblicato nel 1980], pagg. 7-17.
  • Vedi J.ORTALLI, La necropoli di Villanova: i nuovi scavi in località Caselle di San Lazzaro, in M. FORTE e P. VON ELES (a cura di): La pianura bolognese nel Villanoviano. Insediamenti della prima età del ferro, Firenze 1994, pagg. 225-234.
  • F.von DUHN, Bologna preetrusca ed etrusca, Bologna 1915, pag. 1.
  • D.VITALI, La necropoli di Villanova presso Bologna, ecc., pag. 7.
  • P.L.PERAZZINI, Una querelle villanoviana di centocinquanta anni fa: Giovanni Gozzadini versus Priore di San Lazzaro, in I Quaderni del Savena n. 6, Bologna 2003, pagg. 151-173.
  • In realtà, a Bologna, l’iscrizione è preceduta da due iscrizioni brevissime, databili all’inizio del VII secolo, una delle quali, su un pezzo di bronzo informe, sembra un contrassegno numerico, e l’altra, su un frammento di ciotola, reca un nome (AIE).
  • MI ZAVENUZA VENUS U[…]US UKVA THARMISXIN[..]UTUM UNEITHAS KUMEN .A[…]UM REMESAL ES[…] SANI[…] Txxx MINI TURUKE S[…]RSU VENES …. IU VEM … (.) ANA SAMAKE KAPEM ..xS…. AN ANA MINI ZINAKE REMIRU
  • Così il Ghirardini; vedi qui sotto la nota (12)
  • Vedi la ricostruzione della vicenda in C. MORIGI GOVI – G. COLONNA, L’an-foretta con iscrizione etrusca da Bologna, in Studi etruschi XLIX 1981, ed. 1982 , pagg. 67-93.
  • Così Pericle Ducati, convinto che a Bologna gli Etruschi fossero subentrati agli Umbri (cui egli attribuiva la civiltà “villanoviana”) solo nel VI secolo, come senza ombra di dubbio, a suo parere, attestava la fase della Certosa. Chiudendo ambedue gli occhi, per nascondere a se stesso e agli altri gli innumerevoli esempi di continuità tra le fasi precedenti e la fase Certosa (tra cui centinaia di vasetti uguali all’anforetta Melenzani), Ducati, in linea con una filosofia della storia che con-cepiva tutto in termini di “razze” e di invasioni, si ostinava a vedere nel popolo etrusco il colonizzatore che nel VI secolo aveva civilizzato un altro popolo portatore della civiltà villanoviana. Per questo l’anforetta Melenzani non poteva essere che una “anticipazione” della conquista che stava per avvenire.
  • Così sosteneva il Ghirardini in una relazione letta nel 1908 e pubblicata poi in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Romagna s. IV, IV, 1914, pagg. 273-274.
  • Così in Etruria antica, Torino 1927, vol. I, pag. 38. Ma si era espresso in termini analoghi anche in Sui riti funebri dei sepolcreti etruschi felsinei, pubblicato in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Romagna s. IV, V, 1915, e sosterrà la stessa tesi anche in Storia di Bologna. I tempi antichi, I, Bologna 1928, pagg. 130-131.
  • C. MORIGI GOVI, G. COLONNA, Un’anforetta con iscrizione etrusca da Bolo-gna, cit, pag. 67, nota 2.
  • M.ZUFFA, La civiltà villanoviana, cit., pag. 210.
  • Si vedano la ricostruzione del clima culturale positivistico e l’ “invenzione dell’antica Grecia” in M.BERNAL, Atena nera, Parma 1991, vol. I.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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