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Articoli - Disavventure dell'archeologia

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Il professor de Petra e lo strano caso dei falsari analfabeti

di Carlo D’Adamo

Quando il 9 marzo 1898 il signor Bartolomeo Formichelli, sensale, offrì alla Commissione de’ Monumenti per la provincia di Caserta, riunita nel Museo Campano di Capua, un tegolone con sopra iscritto un lungo e importante testo etrusco, rinvenuto dal contadino Gaetano Paolella e da altri tre scavatori nei dintorni di Capua, il direttore del Museo Nazionale di Napoli, il professor commendator Giulio de Petra, lo rifiutò, sostenendo che era un falso. Il 24 giugno quel tegolone, oggi noto come la “Tegola di Capua”, fu acquistato da Ludwig Pollack e tre mesi dopo entrò a far parte delle collezioni del Museo di Berlino.
Inutile dire che il testo iscritto su quella tegola è uno dei documenti più importanti della lingua etrusca, sia perché la sua suddivisione in dieci parti, che prescrivono le cerimonie da effettuare in onore degli dei nel corso dell’anno rituale, rimanda alla suddivisione dell’anno in dieci mesi come nei calendari arcaici del tempo di Numa, sia perché la sua scoperta costituì la più importante conferma dell’attendibilità delle fonti letterarie sulla etruscità di Capua e della Campania.

Tuttavia il professor de Petra, ordinario di archeologia all’Università di Napoli, lo giudicò un falso e si rifiutò di acquistarlo. Non era la prima volta che il de Petra si lasciava sfuggire reperti importanti: qualche anno prima aveva rifiutato l’acquisto di una iovila, sicuramente autentica, il cui testo, poi irrimediabilmente perduto, nel 1894 era stato copiato e pubblicato dal von Planta (1), e, come ispettore degli scavi di Pompei, Ercolano, Stabia e Cuma, era il maggior responsabile anche della perdita del cosiddetto “tesoro di Boscoreale” (2) e della fuga all’estero degli affreschi delle ville romane scoperti alla base del Vesuvio in quegli anni. Sulla sua capacità di giudizio e sulla sua competenza in materia di gestione del patrimonio archeologico è lecito quindi nutrire seri dubbi.

Tuttavia, se Franz Bücheler in Germania ed Elia Lattes in Italia (3) non avessero pubblicato già nel 1900 articoli su quella Tegola, il de Petra avrebbe continuato a fare il direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e l’ispettore degli scavi, valutando “a occhio” l’autenticità o la contraffazione delle terrecotte e lasciandosi scappare sotto il naso altri reperti. Ma gli articoli sulla Tegola di Capua suscitarono una vasta eco e quindi aspre polemiche anche al di fuori del mondo degli archeologi; sul commendatore piovve l’accusa di essersi lasciato sfuggire anche il tesoro di Boscoreale, oltre alla Tegola di Capua, e fu aperta un’inchiesta sugli affreschi staccati dalle pareti e venduti all’estero. Fu così costretto a dimettersi, ufficialmente per motivi di età e di salute, e affidò la sua difesa ad una nota sul Bollettino del Ministero della Pubblica Istruzione, ad una lettera al ministero e poi ad un libretto (4).

Sia nel Bollettino che nella lettera e nel libretto il professor de Petra ribadiva, con argomentazioni stiracchiate, che la Tegola di Capua era un falso, e sosteneva che presso il dottor Paolo Orsi esisteva un documento nel quale “gli scavatori della terracotta dichiaravano di averla essi sotterrata, per dar credito alla autenticità della scoperta” (5).

Era accaduto infatti che il custode dell’anfiteatro romano di Capua, tale Ranucci, sollecitato dal professor Patroni della direzione del Museo Archeologico di Napoli, aveva preparato la falsa dichiarazione e poi, approfittando del fatto che Gaetano Paolella, lo scopritore della Tegola, era analfabeta, gli aveva fatto apporre la sua croce; le croci degli altri tre scavatori (che nel documento dichiaravano di aver agito insieme al Paolella) furono contraffatte, perché i rei confessi non erano presenti (6).
In sintesi, la tegola rifiutata dal de Petra era vera, ma il documento che attestava che era falsa, prodotto dal de Petra per giustificarsi, era un falso.

Il professor de Petra continuò comunque ad insegnare come professore ordinario di archeologia all’Università di Napoli e quando andò in pensione, nel 1914, fu anche nominato senatore per meriti culturali da Sua Maestà Vittorio Emanuele III. E la perdita del tesoro di Boscoreale? E degli affreschi? E della “iovila” descritta e trascritta dal von Planta? E la perdita della Tegola di Capua?

Gli unici responsabili erano quattro scavatori analfabeti, falsari senza saperlo. I loro nomi, ad eccezione di quello del Paolella, non sono nemmeno stati consegnati alla storia, perché la burocrazia non si cura di queste inezie.

Sua Maestà infatti non nominò senatori loro che avevano trovato la Tegola di Capua, ma il commendatore professor Giulio de Petra, che l’aveva perduta.

Elenco delle figure. Fig.1: La Tegola di Capua (Berlino, Museo Archeologico Nazionale); Fig. 2: Argenti da Boscoreale (Parigi, Museo del Louvre).

NOTE

  1. Si tratta della iovila 24 della rassegna curata da A.Franchi De Bellis, Le iovile capuane, Firenze 1981, pag. 24 e seguenti.
  2. Si tratta di una serie di straordinari vasi d’argento e di monete trovati in una villa romana di Boscoreale e venduti dal proprietario dei terreni ai Rotschild; tutto il “tesoro” fu esportato clandestinamente in Francia.
  3. F.Bücheler, Campanisch-Etruskische Urkunde, in RhMus LV 1900; E.Lattes, Primi appunti sulla grande iscrizione etrusca trovata a S.Maria di Capua, in RendIstLomb XXXIII, 1900. 
  4. Vedi la ricostruzione della vicenda in M.Cristofani, Tabula Capuana. Un calendario festivo di età arcaica, Firenze 1995.
  5. Ibidem, pag. 15.
  6. Dalla lettera al Ministro della Pubblica Istruzione scritta da Ettore Pais, successore del de Petra nella Direzione del Museo Archeologico di Napoli:  “fu distesa una dichiarazione (…) nella quale si segnò la croce di Gaetano Paolella che realmente era presente, e si falsificarono le croci degli altri tre che non vi assistettero”. Tutta la lettera è riportata da M.Cristofani, op. cit., pagg. 16-18.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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