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Articoli - Disavventure dell'archeologia

1) Disavventure dell'archeologia - 2) Riletture e traduzioni - 3) Miscellanea - 4) Guest

Probabilità ed evento. Alcune riflessioni sull’importanza del caso nella  determinazione dei valori dei numerali etruschi

di Carlo D’Adamo

1. La nostra conoscenza del passato è in gran parte affidata al caso, come saggiamente ricorda anche Luciano Canfora a proposito dei testi greci: “non deve sfuggirci il carattere casuale, del tutto casuale, del materiale documentario superstite” (1).
Se ciò è vero per un sistema ampiamente conosciuto e tràdito come quello degli autori greci, di molti dei quali ci sono pervenute anche intere opere e non solo frammenti o brandelli di citazioni, la situazione diventa davvero imbarazzante quando si lavora nel campo delle lingue sporadicamente attestate. In quel caso non è possibile nemmeno riferirsi a sistemi coerenti come archivi, elenchi, annali, documenti che diano insomma un’idea organica della intera struttura ideologica cui appartengono. “I vinti non lasciano archivi”, sosteneva icasticamente Francesco Masala, con una fortunata espressione ripresa anche da Massimo Pittau (2).
Gli unici archivi abbastanza conosciuti sono i cimiteri, anche perché la ricerca archeologica si è indirizzata prevalentemente su questi, alla ricerca di “tesori” nascosti. Ma i loro dati sono pieni di limiti: le informazioni che ne ricaviamo sono parziali, fortemente ritualizzate e ad alto contenuto simbolico; le iscrizioni che vi troviamo sono al tempo stesso reticenti e ridondanti; e la casualità dei ritrovamenti inevitabilmente porta con sé anche problemi di interpretazione, di contestualizzazione, di comprensione, come accade quando disponiamo solo di elementi frammentari e incompleti, che emergono da archivi di dimensione indefinita e dotati di un ordine incerto.
Nella riflessione su quei dati il ragionamento filologico è costretto ad assumere metodologicamente la provvisorietà come una caratteristica ineliminabile delle condizioni della ricerca, ma ciò non dovrebbe voler dire che la esegesi dei testi è …. affidata al caso.

2. Eppure la storia particolare della individuazione dei numerali etruschi offre a questo proposito più di uno spunto di riflessione. Si ricorderà (vedi qui l’articolo “Dadi etruschi. Un caso di incomunicabilità”) che dai cosiddetti dadi di Tuscania, che recano incisi sulle facce non i simboli dei primi sei numeri, ma i nomi etruschi degli stessi (mach contrapposto a zal, thu contrapposto a huth e ci contrapposto a śa), gli etruscologi coltivarono l’illusione che fosse possibile ricavare i valori dei numerali, perché la loro distribuzione sulle facce dei dadi obbediva sicuramente ad uno schema, compreso il quale si sarebbero potuti facilmente individuare i valori esatti. Fu chiaro però fin dall’inizio che i dadi etruschi non obbedivano ad uno schema prestabilito, e che accanto alla cosiddetta “regola del sette”, quella presente anche nei dadi moderni, esistevano vari altri schemi di distribuzione dei numeri sulle facce. Franz Skutsch, con i dati allora a sua disposizione, sosteneva cent’anni fa che “nei dadi etruschi non si possono avere se non due posizioni di numeri; [a] o i numeri delle facce opposte si completano tra di loro, come i nostri, a formare un sette (….), [b] ovvero i numeri si succedono tra di loro nell’ordine naturale (1:2, 3:4, 5:6). Io conosco dadi etruschi di un gran numero di Musei, di Italia e di altri luoghi (….), ma non ne ho trovato che un solo che si allontana dalla regola data” (3). Lo studioso citava quindi, dagli Atti del Museo Etrusco di Firenze, “un solo fra dodici dadi etruschi con posizione anormale 1:6, 2:4, 5:3” (4), occorrenza che, in quanto “anormale”, veniva da lui cassata.
Prendendo infatti in considerazione soltanto le due combinazioni che qui ho definito per comodità [a] e [b], Skutsch concludeva, a proposito dei dadi di Tuscania: “La supposizione che i nostri due dadi con i numerali possano mostrare un’altra posizione, diversa dalle due accennate, si può rigettare tanto più sicuramente in quanto che essa ci costringerebbe a presupporre per due esemplari una cosa pressoché inaudita” (5).

3. Se fosse stato possibile conoscere lo schema dei dadi di Tuscania, la traduzione dei numerali etruschi sarebbe stata enormemente facilitata, perché per ogni numerale individuato in altri contesti sarebbe stato possibile individuare anche il numerale che in quei dadi occupa la faccia opposta. Ma dal momento che lo schema dei dadi poteva non essere [a], questo metodo era inutilizzabile. Invece di concentrarsi sui dati via via affioranti dagli scavi archeologici (ad esempio la pubblicazione nel 1964 di alcune nuove iscrizioni di Tarquinia, o la scoperta, avvenuta nello stesso anno, delle Lamine di Pyrgi) (6), gli etruscologi continuarono ad esercitare la loro intelligenza nell’improduttivo gioco dei dadi di Tuscania.
“L’idea è che quanto più uno schema era comunemente utilizzato… (vale a dire, dal punto di vista del ricercatore moderno, quanto più numerose sono le attestazioni che di questo schema ci sono pervenute) tante più probabilità ci sono che sia questo lo schema adottato nei dadi di Tuscania: stabilito il quale, si avrebbe una ricaduta immediata a livello di ermeneutica”, dice Agostiniani (7). Eppure i dadi di Tuscania non sono dadi da gioco, ma, con ogni probabilità, dadi rituali, utilizzati a scopi divinatori: era possibile quindi che essi seguissero uno schema diverso da quello (o da quelli) dei comuni dadi. Tutti i ricercatori lo ammettono, ma scartano immediatamente la possibilità: “Naturalmente”, sostiene Agostiniani, “resta come dato di fatto che i dadi di Tuscania, eccezionali come oggetto, potevano comportare anche uno schema di disposizione eccezionale: ma in termini probabilistici le attestazioni mantengono, come è ovvio, il loro peso” (8). E dal momento che il caso gli offre dadi nei quali prevale largamente la regola del sette (lo schema [a]), sceglie di attribuire a śa il valore 4, perché in quei dadi è opposto a ci, che significa certamente 3 (9).  Qualche anno prima invece a Savelli, che studiava i dadi del Museo Civico Archeologico di Bologna, il caso aveva mostrato dadi nei quali era molto più frequente lo schema [b]; lo studioso quindi, applicando lo stesso ragionamento dell’Agostiniani, dopo aver attribuito a śa il valore 6, grazie alle nuove iscrizioni di Tarquinia, aveva scelto per ci il valore 5, perché opposto a śa in uno schema progressivo (10).      
Invece Skutsch, al quale all’inizio del secolo scorso il caso aveva permesso di vedere nei musei sia lo schema [a] che lo schema [b], dopo aver individuato per zal il valore 2, deduceva che quindi mach, sulla faccia opposta, “non potrebbe significare che 1 o 5” (11). 

Su questo argomento molti ricercatori hanno creduto di poter dedurre da dati casuali e parziali, destinati per di più a modificarsi ad ogni nuova scoperta, norme generali e regole prescrittive. Senza volerlo si sono comportati come il cane Argo del bel racconto di Italo Svevo: sa contare soltanto fino a tre, ma su questa base edifica leggi universali (12).    

 

4. In realtà se le combinazioni possibili fossero due, ognuna di esse avrebbe il 50% di probabilità di verificarsi; quindi il ragionamento di Skutsch era più corretto di quello di Savelli e di quello di Agostiniani. Ma si ebbero le prove fin dall’inizio che gli schemi erano più di due, anche se non se ne conosceva né il numero né il significato. In tali condizioni rifiutare a priori una terza eventualità, (“cosa pressoché inaudita” secondo le parole di Skutsch, o disposizione “irregolare” secondo Savelli) senza conoscere la ratio dei dadi di Tuscania era perlomeno azzardato dal punto di vista logico: non si conosceva lo schema dei dadi, ma si escludeva che potesse essere un terzo schema diverso dai due più attestati, nonostante che altri schemi affiorassero qua e là.
Wilkins ad esempio sostiene di aver visto in tre casi lo schema 1-3, 2-4, 5-6, e a questo aggiunge gli schemi 1-2, 3-5, 4-6; 1-5, 2-6, 3-4; 1-3, 2-5, 4-6; Slotty descrive vari dadi “anomali” uno dei quali ha lo schema 1-5, 2-4, 3-6. Tra i dadi di Spina, presso il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, uno reca lo schema  1-2, 3-5, 4-6 , ed un altro lo schema 1-3, 2-6, 4-5; un dado nel museo di Castiglion Fiorentino ha come schema  1-2, 3-6, 4-5 (13).
Skutsch, come si ricorderà, aveva visto “un solo dado con posizione anormale1:6, 2:4, 5:3”.
Questi schemi si aggiungono ai due largamente più attestati, quello della “regola del sette” e quello progressivo.
Ma quanti sono allora gli schemi possibili? Secondo Savelli “le possibili distribuzioni di sei numeri sulle sei facce di un dado sono esattamente 30” (14), ma il suo calcolo non è esatto, perché l’elemento significativo è dato dalla coppia di numeri sulle facce opposte, indipendentemente dall’ordine (1-2 o 2-1) con il quale i numeri si presentano all’interno di ogni coppia. Gli schemi possibili sono dunque 15, e di questi almeno 11 sono attestati nei vari autori o nei musei. Ma poiché è del tutto impossibile procedere ad un censimento attendibile, questi dati sono puramente indicativi (15).
Dal momento che ogni distribuzione diversa da quella degli schemi [a] e [b] viene considerata anomala, irregolare, anormale, tutti gli schemi attestati soltanto una, due o tre volte non vengono presi in considerazione nella speculazione astratta sui presunti valori dei dadi di Tuscania. Eppure, se non conosciamo la ratio di quei dadi, dovremmo attenderci teoricamente uno qualsiasi dei 15 schemi in astratto possibili.
Si ha a che fare con un sistema indefinito nel numero ed elastico nelle tipologie, una specie di archivio virtuale che si rinnova continuamente sulla base di nuove occorrenze, senza che sia possibile effettuare una ricognizione esaustiva. In queste condizioni impostare la ricerca sulla probabilità che lo schema di Tuscania sia [a] o [b] o un altro dei 15 schemi possibili è una operazione del tutto inutile: può servire ad esercitare l’intelligenza e a scrivere articoli, ma non a ad individuare i valori dei numerali etruschi. Se anche gli schemi possibili si riducessero a due, come si fa a sostenere che huth ora vale 6, se le occorrenze di [a] per caso prevalgono, e ora vale 4, se per caso si inverte la tendenza?
Per questo i dadi di Tuscania non possono costituire il punto di partenza del ragionamento filologico, ma semmai il punto di arrivo.

5. Man mano che nuove scoperte archeologiche offrivano indizi via via sempre più numerosi per l’individuazione dei valori dei numerali etruschi, la matassa si dipanava e le nostre conoscenze acquisivano una sicurezza sempre maggiore. Tuttavia gli studiosi continuavano (e spesso, dispiace dirlo, continuano ancora) a trasferire all’interno dello schema (ipotetico) dei dadi di Tuscania i valori di volta in volta individuati, utilizzando quei dadi come una sorta di cartina di tornasole per mettere alla prova i valori acquisiti per altra via. Le Lamine di Pyrgi, scoperte nel 1964, offrivano la possibilità di un confronto tra l’espressione fenicia šnt šlš (“anni tre”) e quella etrusca ci avil, e per questa via era confermato per ci il valore 3? Qualcuno lo metteva in dubbio, perché se ci è opposto a śa, deve valere 5 in uno schema (ipoteticamente) progressivo (16). Dalle nuove iscrizioni di Tarquinia śa suthi cerichunce (“sei loculi edificò”) pubblicate nel 1964 si aveva la conferma del valore 6 per śa? Qualcuno scuoteva la testa, perché se śa è opposto a ci, che vale 3, il suo valore è 4 nello schema (ipotetico) della “regola del sette” (17). La didascalia Charun huths della Tomba dei Caronti di Tarquinia, conosciuta, per la verità, dal 1960, autorizzava l’attribuzione ad huth del valore 4? Qualcuno decideva di ignorarla, perché nei dadi di Tuscania huth è opposto a thu (“1”), e quindi deve valere 6 (18). Insomma, i dati entravano e uscivano dai dadi di Tuscania con grande disinvoltura, o non vi entravano neppure: erano accettati o rifiutati a seconda della loro attitudine ad inserirsi in uno schema pregiudizialmente ipotizzato. La realtà veniva subordinata all’immaginazione, la probabilità faceva avallo sull’evento, l’eventualità sul fatto, la supposizione sulla certezza. Ma se lasciamo agli eventi la loro importanza e se cessiamo di usare i dadi di Tuscania come alibi per esercizi di retorica, possiamo individuare ormai senza alcun dubbio lo schema di quei dadi, grazie alle certezze conseguite attraverso le iscrizioni emerse in altri contesti.

Lo schema dei dadi di Tuscania è dunque il seguente: 1-4, 2-5, 3-6. Con questa, secondo i dati di cui sono a conoscenza, le combinazioni finora ritrovate sono 12, tra le 15 teoricamente possibili. Lo schema di Tuscania è quindi “una cosa pressoché inaudita”, per dirla con Skutsch, è anomalo, irregolare, anormale, secondo le definizioni normative che via via sono state costruite in funzione di una norma che non esiste.
La querelle sui dadi di Tuscania, che ha avuto tanta importanza nella storia dell’etruscologia, può quindi chiudersi, grazie alle scoperte via via effettuate dagli archeologi, con buona pace di quanti continuano a rimettere in discussione gli eventi in nome della probabilità che su quei dadi sia presente lo schema che essi hanno prescelto.
Se le prove archeologiche consentono, come diceva Pallottino, di trasferire l’ipotesi ermeneutica “dal piano del presumibile a quello del dimostrabile” (19), costoro riportano indietro la discussione dal piano del “dimostrabile” e dimostrato a quello del “presumibile” ed incerto, ammantando di nebbia risultati già acquisiti.

Per un’ironia del caso, questi studiosi hanno avuto torto per due motivi: 1) perché il caso ha voluto che le evidenze archeologiche permettessero di conoscere per altra via i valori dei numerali etruschi; 2) perché al carattere casuale e indisciplinato dei documenti essi hanno contrapposto una forma mentis che prevedeva solo sistemi ordinati e sistematici: ed invece l’evento può essere una cosa “pressoché inaudita”.

 

Elenco delle figure: 1) Achille e Aiace giocano a dadi. Particolare di anfora attica (Roma, Museo Gregoriano Etrusco); 2) A. Zannoni, Gli scavi della Certosa di Bologna, Bologna 1876, Tavola LI; 3) Schema dei cosiddetti dadi di Tuscania.

  1. L.Canfora, Prima lezione di storia greca, Roma-Bari 2004, pag. 11.
  2. M.Pittau, I vinti non lasciano archivi, articolo in data 11/07/08 reperibile in http:// gianfrancopintore.blogspot.com/2008/07pittau-i-vinti-non-lasciano-archivi.html.
  3. F.Skutsch, La lingua etrusca, in G.Portrandolfi, Gli Etruschi e laloro lingua – Traduzione dal Tedesco degli articoli della “Real-Encyclopaedie Pauly-Wissowa”, Foggia 1981, II ediz. anastatica, pag. 154.
  4. Ibidem.
  5. Ibidem.
  6. Delle nuove iscrizioni di Tarquinia (TLE 880 e 882, citate in questo articolo, più altre) dette notizia M. Pallottino, Un gruppo di nuove iscrizioni tarquiniensi e il problema dei numerali etruschi, in SE 1964.
  7. L.Agostiniani, Sui numerali etruschi e la loro rappresentazione grafica, AION 17 (1995), pag. 27.
  8. Idem.
  9. Ibidem, pagg. 29-30.
  10. A.Savelli, I dadi del museo civico e il problema dei numerali etruschi, in Strenna Storica Bolognese XXVI (1976) pag. 283 e pag. 286.
  11. F.Skutsch, op. cit., pag. 155.
  12. I.Svevo, Argo e il suo padrone.
  13. Wilkins, Slotty, Savelli sono riportati anche da L.Agostiniani, op. cit. Per i dadi di Spina e quello di Castiglion Fiorentino si veda in questo sito l’articolo “Dadi etruschi. Un caso di incomunicabilità”.
  14. A.Savelli, op. cit., pag. 284.
  15. Non sempre è possibile ritrovare nei musei i dadi già descritti e pubblicati; a volte sono esposti dadi non pubblicati; di conseguenza è impossibile fare un censimento attendibile. In certi casi i reperti sono scomparsi per eventi bellici (Marzabotto), in altri semplicemente non si sa che fine hanno fatto. La situazione ovviamente non riguarda solo i dadi, ma coinvolge numerosi reperti: vedi ad esempio C.Taglioni, L’abitato etrusco di Bologna (Bologna-Imola 1999, pagg. 67-68): “La scarsità di manufatti  di fase Certosa presentati in questo studio è dovuta principalmente alla quasi completa perdita dei materiali provenienti dagli scavi Zannoni. L’autore descrive e pubblica il disegno di molti di essi nelle Arcaiche Abitazioni e altrettanti sono indicati sommariamente nei lunghi elenchi contenuti nei tre quaderni conservati presso l’archivio del Museo Archeologico, ma nonostante le ripetute ricerche nei depositi non è stato possibile rintracciare questo nucleo di materiali”.  
  16. A.Savelli, op. cit.
  17. L.Agostiniani, op. cit. Lo studioso dovrebbe però onestamente ammettere che le sue probabilità sono diminuite con il passare del tempo.
  18. Della didascalia della Tomba dei Quattro Caronti non fa cenno; interpreta però una improbabile tamera [ś]arvenas come “avendo quadruplicato la tomba a camera”, (op. cit., pag. 29) per far quadrare arvenas con śa e con lo schema presunto dei dadi, che, a suo parere, seguirebbero la regola del sette.
  19. M.Pallottino, Un gruppo di nuove iscrizioni Tarquiniensi e il problema dei numerali etruschi, op. cit., pagg. 125-126.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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