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Articoli - Disavventure dell'archeologia

1) Disavventure dell'archeologia - 2) Riletture e traduzioni - 3) Miscellanea - 4) Guest

Massimo Pallottino: onoranze formali e lezioni sostanziali

di Carlo D’Adamo (aprile 2009)

Nel 2009 ricorre il centenario della sua nascita, e forse assisteremo, come nel 2005, per il decennale della morte, a studi o convegni o incontri in onore di Massimo Pallottino. Tutti citano questo grande maestro dell’etruscologia, eppure non tutti hanno compreso la sua lezione.
Quando, per la prima volta negli anni Quaranta del secolo scorso, Pallottino ebbe l’ardire di proporre un altro modo di affrontare il problema della nascita della civiltà etrusca, invitando a guardare non alle presunte origini di un popolo (nonostante che il tema delle “origini” fosse allora  molto in voga), ma al lungo processo di formazione di una civiltà, la sua tesi fu prima ignorata, e poi considerata come un escamotage per dar ragione a Dionigi di Alicarnasso e alla tesi dell’autoctonia senza dirlo esplicitamente.
Pochissimi compresero la novità della proposta metodologica di Pallottino, che veniva semplicemente a dire al mondo accademico: smettiamola di perdere tempo in discussioni astratte e mettiamo al centro dei nostri ragionamenti i dati concreti, perché non v’è dubbio che, se partiamo dai dati, vediamo che la civiltà etrusca si forma in Italia e non altrove; è quindi preferibile concentrarsi sullo studio della formazione piuttosto che disquisire sulle presunte origini. Anzi, il problema delle “origini”, storicizzato, non è altro che il frutto della storiografia antica che lo suscitò. Pochi lo lessero; la prima edizione della sua Etruscologia (1942) passò inosservata, e il libro “L’origine degli Etruschi” del 1947 fu stroncato  in modo durissimo da Giovanni Patroni, quello che aveva involontariamente scritto pagine esilaranti sui “comunisti” delle terremare (1).
Anche nello studio della lingua etrusca la posizione assunta da Massimo Pallottino precorreva i tempi, tanto è vero che ancora oggi numerosi studiosi, che pure lo citano e dichiarano di rifarsi al suo insegnamento, non ne hanno compreso affatto la portata.

Per essere più chiaro citerò l’esempio dei numerali etruschi. In seguito alle scoperte del 1964 (le Lamine di Pyrgi, in fenicio e in etrusco, e la Tomba di Tarquinia con l’iscrizione śa suthi cerichunce, che confermavano in modo definitivo i valori di ci e di śa, in precedenza soltanto ipotizzati attraverso ragionamenti combinatori), scoperte che si aggiungevano alle precedenti (come quella della Tomba dei Quattro Caronti a Tarquinia, avvenuta nel 1960, che aveva permesso di stabilire il valore di huth), Pallottino sostenne giustamente che le prove archeologiche permettevano di trasferire l’ipotesi ermeneutica “dal piano del presumibile a quello del dimostrabile” (2) e che solo la conferma “esterna” al testo consentiva di uscire dal campo delle ipotesi per entrare nella certezza. In seguito ebbe occasione più volte di tornare su queste argomentazioni metodologiche, ripetendo gli stessi concetti anche nel sesto volume di Popoli e Civiltà dell’Italia antica, meritoria pubblicazione della Biblioteca di Storia Patria, in cui il Nostro, a proposito del valore “3” per il numerale ci, confermato dalle Lamine di Pyrgi, ribadiva:

“L’importanza metodologica della conferma sta nel fatto che essa trasforma un’ipotesi, per quanto autorevole, in certezza. Prima della scoperta di questa corrispondenza bilingue potevano ancora considerarsi criticamente legittime, almeno in teoria, riserve od opinioni diverse da quella corrente. L’evidenza del controllo esterno respinge ogni dubbio fuori dei limiti della verità scientifica……… Si aggiunga che il ritrovamento di Pyrgi….. rappresenta solo l’episodio più sensazionale di una fase …. di intensissimo incremento di nuovi materiali epigrafici…. In qualche caso si può arrivare a conferme e precisazioni risolutive per quel che concerne l’accertamento di valori lessicali, morfologici, stilistici precedentemente oscuri o intravvisti  solo in modo vago e dubitativo…… Esistono oggi, crediamo, le premesse per rovesciare radicalmente i nostri criteri (e tutto il nostro atteggiamento mentale) sul modo di affrontare il problema, passando dalle interminabili e spesso vane discussioni su ciò che è “possibile” alla determinazione e valorizzazione di ciò che è “certo”, e spostando il punto focale del nostro interesse critico dal relativismo dei “metodi” alla concreta obiettività delle “fonti di evidenza” (3).

Era il 1978 e non c’era più niente da aggiungere alla conoscenza dei primi numerali etruschi, che finalmente, attraverso bilingui o bilingui figurate, avevano cessato di costituire un problema per l’ermeneutica della lingua etrusca. Ma Luciano Agostiniani, che nel 1995, mettendo da parte le prove archeologiche, sceglie di rimettere in dubbio il valore di śa, perché, a suo parere, è più probabile che valga quattro, e nel 2000, nella edizione critica della Tavola di Cortona, insiste nell’errore (4), ed Enrico Benelli, che nel 2007, saltando a piedi pari oltre cent’anni di evidenze archeologiche, decide di attribuire a śa il valore di “4” e a huth il valore di “6”, perché secondo lui nei dadi etruschi la somma dei numeri delle facce opposte è sempre sette (5), dimostrano di non aver compreso la lezione metodologica di Pallottino, che pure elogiano formalmente.
Ciò significa che alla ragionevole certezza essi preferiscono l’esercizio barocco del tormentone, la rimessa in dubbio dei risultati acquisiti, il ritorno indietro nella conoscenza della lingua etrusca, l’uso retorico della discussione accademica: atteggiamenti mentali che, secondo Pallottino, erano da rovesciare, per mettere al primo posto le evidenze archeologiche, le prove, le certezze.
Che l’ermeneutica dell’etrusco, come l’etimologia, sia scienza in gran parte probabilistica, è noto. Meno noto al grosso pubblico è come, grazie alla singolare attitudine di costoro, anche le sicurezze già acquisite possano esser di nuovo respinte indietro dal piano del certo e documentato al piano dell’ipotetico e del congetturato.
È un’abitudine pericolosa, la loro, che può produrre più danni di una stratigrafia sconvolta, perché prescinde dai dati della realtà e assume costantemente come riferimento metodologico la dialettica metafisica di Simplicio nel dialogo galileiano:

Sagredo: … Ed accadde quel giorno che si andava ricercando l’origine e nascimento de i nervi, sopra di che è famosa controversia tra i medici galenisti ed i peripatetici; e mostrando il notomista come, partendosi dal cervello e passando per la nuca il grandissimo ceppo de i nervi si andava poi distendendo per la spinale e diramandosi per tutto il corpo, e che solo un filo sottilissimo come il refe arrivava al cuore, voltosi ad un gentil uomo ch’egli conosceva per filosofo peripatetico, e per la presenza del quale egli aveva con estraordinaria diligenza scoperto e mostrato il tutto, gli domandò s’ei restava ben pago e sicuro, l’origine dei nervi venir dal cervello e non dal cuore; al quale il filosofo, doppo essere stato alquanto sopra di sé, rispose: «Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo di Aristotile non fusse in contrario, che apertamente dice, i nervi nascer dal cuore, bisognerebbe per forza confessarla per vera».
Simplicio: Signori, io voglio che voi sappiate che questa disputa dell’origine de i nervi non è miga così smaltita e decisa come forse alcuno si persuade (5).

Per costoro insomma la disputa dei numerali “non è miga così smaltita e decisa”, nonostante le bilingui e tutte le altre evidenze; essi sacrificano al feticcio del metodo (il loro metodo) anche il buonsenso, che è dote umana, prima che accademica.

Ma questa del metodo è questione complessa, perché alle scelte teoriche si dovrebbe poi accompagnare una pratica conseguente: e non sempre succede. Nel convegno del 2005, ad esempio, tra le personalità che illustravano da diverse angolazioni la figura e l’opera di Pallottino (7) c’era anche Carlo De Simone, che interveniva sul metodo utilizzato da Pallottino nello studio della lingua etrusca. Citando le posizioni del maestro, che attribuiva alle fonti “esterne” al testo e alla discussione dei contesti archeologici, storici e testuali una grande importanza, e al metodo etimologico, invece, uno scarso credito, De Simone attacca ingiustificatamente Giulio M. Facchetti:

"Ma non è purtroppo vero che l’etimologismo sia attualmente del tutto morto e non più praticato, come alcuni recenti interventi o tentativi dimostrano. Ad esempio: il Prof. G.M. Facchetti ha serenamente (nonché seriamente) affermato che la voce etrusca priniśera va connessa con il greco πρĩνος “leccio” (parola comunque caria), onde il valore testuale “(palo) di leccio”. Nulla da aggiungere" (8).

In poche righe De Simone, forse a causa di un suo pregiudizio, commette almeno tre errori: 1) attribuisce al metodo etimologico la proposta di collegare il termine etrusco a quello greco, e quindi scarta a priori il risultato. In realtà l’individuazione del valore di “di leccio” o “dei pali di leccio” per l’aggettivo etrusco priniśerac non nasce dal metodo etimologico, ma dalla lettura incrociata della Tavola di Cortona, delle Tavole Iguvine e dei Gromatici Veteres, e quindi proprio dal metodo bilinguistico – in questo caso trilinguistico – che egli asserisce di utilizzare; 2) cade in un grave equivoco a proposito di priniśerac, che egli legge come priniśera + enclitica copulativa –c. In realtà proprio il metodo strutturale che De Simone asserisce di seguire consente di leggere il sintagma zacinat priniserac, strutturalmente identico al truntvt frontac  della bilingue pesarese (reso in latino con fulguriator) attribuendo al morfema –ac un valore aggettivale, come conferma una vasta serie di aggettivi etruschi ampiamente conosciuti.  3) attribuisce al prof. Facchetti, che l’ha accettata e difesa, l’ipotesi del collegamento tra πρĩνος e priniśerac (e, aggiungo io, prinuvatus), resa possibile dai pali ilicei dei Gromatici Veteres. In realtà, come Facchetti dice onestamente (9), l’autore dell’ipotesi sono io.

È un vero peccato che De Simone inneggi al metodo bilinguistico, alla koinè culturale etrusco-italica e ai “testi paralleli” in astratto (10), e poi, quando occorre attuare strategie di traduzione che permettano di uscire dalle pure dichiarazioni di principio si produca in anatemi contro chi pratica quelle strategie. Ed è un peccato anche il fatto che, mentre dichiara il primato della “ontologia”, si lasci irretire, proprio lui!, dagli etimologismi più sfrenati, come quando si esibisce in una disinvolta e discutibile lettura del sintagma misalalati del cosiddetto Cippo A di Rubiera, segmentato in modo da ricavarne un supposto toponimo, sala, subito trasformato però, sulla base di un riflesso condizionato di puro stile etimologico, in

"un noto idronimo paleuropeo, di assai larga diffusione. Si tratta della radice *sal- “Bach, Strömung” (cfr. ant. pruss. salus “Regenbach”, medio irl. sal “mare”, nota nella forma sala (….), ma anche nella variante -nt- , come  Sālantas (Lit.), *Salantia, etc. (ed in altre formazioni)……  Non presenta difficoltà, in questo quadro,  l’identità così presupposta tra idronimo e poleonimo…. perché questo dato  costituisce un fenomeno generalmente ben noto… Si presenta addirittura ipotizzabile che Sala fosse il nome precedente del Secchia…" (11).  

Lo si definisca pure “ontologico” o “grammaticale”, non sembra un grande metodo, questo, se produce ragionamenti del tutto congetturali, proprio come sono spesso, per l’etrusco, quelli basati sul puro metodo etimologico, che il De Simone, a parole, aborrisce. Oltretutto, interpretando salalati come un toponimo con posposizione locativa –ti, il professore evita di spiegare perché in questo caso l’enclitica non è posposta al morfema del genitivo o a quello del locativo, come dovrebbe essere, e perché qui c’è –ti, che è forma tarda, invece di –thi, che, data l’arcaicità del Cippo, ci aspetteremmo. Adolfo Zavaroni, nello stesso convegno in cui De Simone esponeva queste sue idee, ne avanzava altre, senza dubbio più fondate, almeno dal punto di vista della coerenza grammaticale (12).

Il fatto è che all’etrusco appartengono sia strutture caratteristiche delle lingue agglutinanti, sia strutture caratteristiche delle lingue isolanti, sia qualche tratto delle lingue flessive, e, dal punto di vista semantico, sia radici estranee al ceppo delle lingue indoeuropee che radici indoeuropee: per questo sfugge a modelli di lettura unilaterali (13). Comprensibile quindi che anche De Simone, dopo aver lavorato sul piano da lui definito “ontologico”, ricorra al confronto con lemmi micenei o greci (14) o cerchi il conforto di radici indoeuropee; meno comprensibile, invece, che egli riservi a se stesso questa possibilità ma la neghi (bizzarria autoritaria!) a tutti gli altri.
Per queste ragioni occorrerebbe prendere sul serio l’invito di Pallottino a non ridurre la questione della lingua ad un modello astratto che prescinde dai dati, senza tener conto della lunga storia della sua formazione.
Insomma, mentre il maestro aveva compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana, come dice anche Dominique Briquel (15), ci sono ancora degli aristotelici che non si rassegnano ad abbandonare una logica gerarchica e formale, basata sul principio di autorità, e sono recalcitranti ad accettare una pratica più democratica, che si misura con gli accidenti e prende atto delle scheggiature della pietra, dei punti incisi dallo scalpellino, di ciò che accade fuori dall’establishment, dell’hic et nunc.
Misurarsi con la realtà significa adeguare lo strumento ai dati, e non adeguare i dati allo strumento per farli entrare nell’imbuto stretto di una chiave di lettura tutta teorica, astratta, inadeguata, che corrisponde a un atteggiamento amante della polemica sterile, della retorica inutile, della disquisizione teologica, alla maniera di Simplicio.
Per questo qualche lettore aggiornato potrebbe chiedersi, quando illustri storici o affermati linguisti lodano Pallottino con lingua biforcuta, se veramente l’hanno proprio letto, e, ammesso che l’abbiano proprio letto, se veramente l’hanno accettato.

  • Vedi qui anche l’articolo “I comunisti delle terremare" nella sezione “Disavventure dell’archeologia”.
  • M.Pallottino, Un gruppo di nuove iscrizioni Tarquiniensi e il problema dei numerali etruschi, in SE 1964, pagg. 125-126.
  • M.Pallottino, La lingua degli etruschi, in  “Popoli e civiltà dell’Italia antica”, Volume Sesto, Lingue e Dialetti, Roma 1978, pagg. 445-447.
  • L.Agostiniani, Sui numerali etruschi e la loro rappresentazione grafica, AION 17, 1995; L.Agostiniani e F.Nicosia, Tabula Cortonensis, Roma 2000. Vedi anche, in questo sito, gli articoli “Dadi etruschi. Un caso di incomunicabilità”, “Giocare a dadi con la Tavola di Cortona”, “Probabilità ed evento. Alcune riflessioni sull’importanza del caso nella determinazione dei valori dei numerali etruschi”.
  • E.Benelli, Le iscrizioni etrusche. Leggerle e capirle, Ancona 2007.
  • G.Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, (a cura di L.Sosio), Torino 1970, pag. 133.
  • L.M.Michetti (a cura di), Massimo Pallottino a dieci anni dalla scomparsa, Atti dell’Incontro di Studio Roma 10-11 novembre 2005, Roma 2007.
  • C.De Simone, Pallottino e la lingua etrusca, in Massimo Pallottino a dieci anni dalla scomparsa, cit., pag. 53.
  • G.M.Facchetti, Appunti di morfologia etrusca, Firenze 2002, pag. 52; vedi in questo sito anche l’articolo “Il leccio e gli agrimensori antichi: la Tavola di Cortona, le Tavole Iguvine e i Gromatici Veteres”.
  • C.De Simone, cit., pag. 57.
  • C.De Simone, Le iscrizioni etrusche dei cippi di Rubiera, Reggio Emilia 1992, pag. 14.
  • Adolfo Zavaroni propone invece di suddividere il sintagma misalati in tre parti, mi, salal e ati, tre voci ampiamente attestate nell’epigrafia etrusca e facilmente traducibili: la prima è il pronome personale mi, “io”, la seconda è il termine sal con morfema genitivale -al, la terza è ati, “madre”. Il senso di questa parte dell’iscrizione è quindi il seguente: “io la madre del sal”. Allargando poi la ricerca all’insieme della proposizione, nella quale mi / salal / ati è preceduto da zilath e seguito da amake, Zavaroni propone di leggere zilath come un complemento oggetto (si ricorderà che l’etrusco non conosce la marca dell’accusativo, se non per i pronomi) e traduce quindi l’intera espressione praetorem ego regia mater coniunxi. Secondo questa lettura, fondata su una solida base epigrafica e sul rispetto della grammatica, la titolare del cippo era una nobildonna moglie di uno zilath e madre di un rex sacrorum. A. Zavaroni, “Osservazioni sulle iscrizioni dei Cippi di Rubiera”; intervento tenuto al Convegno sui Cippi di Rubiera il 29 novembre 2005 presso il Museo Civico Archeologico di Reggio Emilia.
  • Come ricorda opportunamente anche D.Briquel, Pallottino e le origini etrusche,  in Massimo Pallottino a dieci anni dalla scomparsa …, op. cit., pagg. 31-32.
  • Per esempio in “Gli imprestiti greci in etrusco. Prospettive e problemi”
  • D.Briquel, Pallottino e le origini etrusche, cit., pag. 30 e pag. 36.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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