Articoli 1

  Massimo Pallottino
  I dadi di Galileo
  I comunisti delle terramare
  La logica dell’incerto e la mission del fisico
  Villanoviani, umbri ed ariani
  Dadi etruschi: un caso di incomunicabilità
  Giocare a dadi con la Tavola di Cortona
  Il professor de Petra e lo strano caso dei falsari analfabeti
  La linguistica statistica di Witold Manczak applicata ai numerali etruschi
  Probabilità ed evento
  La lupa e i lupacchiotti
     
 

Articoli - Disavventure dell'archeologia

1) Disavventure dell'archeologia - 2) Riletture e traduzioni - 3) Miscellanea - 4) Guest

La lupa e i lupacchiotti

di Carlo D’Adamo

La storia della cosiddetta “Lupa Capitolina”, come tante altre storie, costituisce la riprova della  sovrapposizione continua del presente sul passato. Oggetto, forse, di un restauro rinascimentale, la lupa fu inserita su un basamento di marmo sul quale furono posti anche due pargoli (“Romolo e Remo”) ad opera, probabilmente, del Pollaiolo. L’operazione erudita di recupero della tradizione del resto era forse anche alla base della sua fusione (in linea con l’ideologia imperiale carolingia) avvenuta in epoca medioevale.
Tuttavia, in mancanza di prove certe per la datazione dell’opera e per la sua attribuzione, gli studiosi si basavano sulle caratteristiche stilistiche della lupa, sulla stilizzazione del vello, sulla resa plastica del corpo, che si prestavano ad interpretazioni soggettive. Nel 1934 Emanuel Löwy escluse che lo stile della lupa potesse essere ricondotto alla bronzistica etrusca, ma l’opinione che essa fosse un’autentica scultura etrusca prevalse, perché la cultura fascista, che costruiva il suo pedigree, stava elaborando i propri miti. La lupa fu così arruolata a pieno titolo tra i simboli della gloriosa storia patria, insieme a Balilla, Pietro Micca ed Enrico Toti…. Anzi, una delle formazioni paramilitari in cui furono divisi e  irreggimentati gli alunni italiani si chiamò proprio “Figli della lupa”. Da allora la querelle sull’età della lupa si spense: sarebbe stato blasfemo mettere in discussione uno dei pilastri simbolici del regime. La “Lupa Capitolina” divenne a tutti gli effetti opera dell’industria bronzistica etrusca; anzi, opera di Vulca, artista etrusco chiamato a Roma nel VI secolo a.C. L’ipotesi fu trasformata in certezza, quasi ope legis, dalla necessità eteronoma di definire una “storia dell’arte” italica nella quale all’ “arte” si attribuivano virtù patriottiche. Nacque così la vulgata della Lupa Italica.
Accade però che, in seguito ad accurati lavori di restauro svolti tra il 1997 e il 2000, Anna Maria Carruba abbia scoperto che il procedimento di fusione della scultura, in una unica colata, era estraneo alla tradizione antica. L’opera, fusa in un solo pezzo intero, presenta tutte le caratteristiche tecniche tipiche dell’arte fusoria del Medioevo, quando quel procedimento di fusione veniva utilizzato per fondere in un sol blocco le campane delle chiese. Nell’antichità, invece, sia per ragioni tecniche che per evitare di sprecare notevoli quantità di lega, si fondevano i vari pezzi della scultura (la testa, le gambe, il torso) con operazioni separate; le singole parti poi venivano saldate  insieme e la bava delle linee di saldatura veniva accuratamente limata.
La pubblicazione scientifica di Anna Maria Carruba (1) non è solo esemplare per serietà e rigore d’indagine, perché senza ricorrere a disquisizioni inutili e a facili sensazionalismi presenta in modo ineccepibile i risultati della ricerca, corredando il testo di interessanti schede tecniche sui bronzi medioevali, ma è anche necessaria, nel mondo clientelare della cultura italiana, organizzato in cordate e parentele, per rompere silenzi ed omertà.
Infatti, nonostante che i risultati acquisiti siano una prova ineccepibile della sua anetruscità, a conclusione della ricerca, nel 2000, “in occasione della sua presentazione dopo il restauro, la Lupa Capitolina è stata dichiarata, senza alcuna esitazione, il prodotto di una officina veiente degli anni 480-470”, dice sconsolato Antonio La Regina, aggiungendo: “È quanto mai singolare che nel caso di un’opera di così ardua e sofferta classificazione siano rimaste inascoltate le indicazioni provenienti dalle indagini sulla tecnica di fusione eseguite durante il restauro” (2).
Simplicio colpisce ancora (3). 

  1. A.M.Carruba, La Lupa Capitolina. Un bronzo medioevale, Roma 2006.
  2. A.La Regina, in La Lupa Capitolina. Un bronzo medioevale, pag. 10.
  3. Vedi in questo sito anche l’articolo “Massimo Pallottino: onoranze formali e lezioni sostanziali”.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

© Carlo D'Adamo - Tutti i diritti riservati
L'uso dei testi di questo sito è consentito mediante citazione della fonte