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Articoli - Disavventure dell'archeologia

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La logica dell’incerto e la mission del fisico

di Carlo D’Adamo (marzo 2009)

Dobbiamo ammettere che quando cerchiamo di decifrare un’epigrafe appartenente all’archivio devastato di una delle lingue sporadicamente attestate, il grado di probabilità che assegniamo ad un determinato lemma di avere un certo valore semantico piuttosto che un altro dipende dal fatto che, consapevolmente o no, attribuiamo un valore alla nostra speranza, e su questa misuriamo la maggiore o minore probabilità attribuita all’evento atteso. È più utile allora confessare in modo esplicito questa inevitabile soggettività di ogni ipotesi ermeneutica; tuttavia occorre anche chiarire che a questa soggettività non corrispondono necessariamente arbitrarietà e inattendibilità, se l’ipotesi avanzata accetta di misurarsi non solo con le logiche interne al testo e alla lingua (per esempio con i ragionamenti di carattere etimologico, con le leggi dell’analogia, con la possibilità di intravedere una complessiva sistematicità) ma anche con le evidenze archeologiche; se ogni ipotesi accetta con umiltà di essere aggiornata e corretta quando nuovi elementi concorrono a definirla meglio, a confermarla o invece a contraddirla; se, infine, ogni ipotesi si fonda, oltre che sulla legittima posizione soggettiva, anche su una serie di dati largamente condivisi, a partire dai quali hanno senso il confronto e la discussione.

Anche dal punto di vista argomentativo, di semplice coerenza procedurale, la nostra ipotesi soggettiva  legittimamente avanzata non dovrebbe prescindere da un elementare rispetto delle leggi della logica e del buonsenso, né dalla conoscenza dei metodi scientifici e degli orizzonti teoretici in cui si colloca, né dalla consapevolezza delle potenzialità e dei limiti del modello utilizzato. A volte poi occorrerebbe ammettere di non possedere strumenti adeguati per affrontare la vastità dello spazio di incertezza che si apre davanti a noi. A volte è giocoforza arrendersi di fronte ad archivi devastati, saccheggiati, pieni di lacune, di omissioni e di vuoti. Da essi emergono casualmente – qua e là – elementi difficili da correlare con altri, dati incerti e provvisori, che l’establishment di solito immette nel circuito dell’informazione con calma, attraverso canali per lo più inadeguati, gestiti con burocratica lentezza e sottratti alla dialettica del confronto. Eppure la consapevolezza di avere a che fare con un archivio disastrato dovrebbe costringere ad affinare gli strumenti, ad aggiornare i metodi, ad uscire dall’artigianato, a puntare su maggiore pubblicità e trasparenza. E, quando si prende in prestito dalla matematica l’idea del calcolo delle probabilità, le condizioni della ricerca non dovrebbero approntare l’alibi per ignorare le implicazioni teoriche e pratiche che quello strumento comporta.

Il caso dei cosiddetti dadi di Tuscania, di cui si è ampiamente parlato in altri articoli, costituisce un caso limite. Per individuare i valori dei numerali etruschi huth e śa gli etruscologi hanno fatto ricorso anche al calcolo delle probabilità, nel senso che, sulla base delle occorrenze conosciute, essi hanno ritenuto di potersi attendere dadi che presentassero un determinato schema di disposizione dei numeri sulle sei facce piuttosto che un altro; ed erano tanto affezionati alla soluzione pregiudizialmente scelta da ignorare completamente (Benelli) o da sottovalutare pesantemente (Agostiniani) tutte quelle occorrenze che troppo evidentemente contravvenivano alle loro attese. Altri ritenevano di poter legare l’individuazione semantica di un numerale alla frequenza con cui era attestato (Manczak). Gli uni e gli altri conferivano ai corpora parziali, casuali, frammentari e disastrati cui attingevano il valore metafisico di un archivio coerente, lineare, compiuto, organico e chiaro, sulla base del quale costruire aspettative in sequenza rispetto alle occorrenze già date.  Eppure anche Laplace sosteneva che, dati più eventi, se niente ci autorizza a credere che uno debba accadere a preferenza degli altri, dobbiamo assegnare ad essi la stessa probabilità.

Chi si occupa di lingue sporadicamente attestate dovrebbe forse leggere “La logica dell’incerto” di Bruno de Finetti (1), per riflettere sul peso della soggettività nel calcolo delle probabilità, e sul rapporto tra aspettative e probabilità, tra statistica e aspettative, tra statistica e probabilità. E poi forse  dovrebbe deporre, nella esegesi dei testi, il ragionamento astratto della matematica, che prescinde dagli eventi e assume come suo campo d’indagine la pura speculazione teorica, per scendere sul terreno più concreto della fisica, che deve misurasi con gli accidenti, anche quelli recalcitranti a farsi inserire in un sistema organico.
Assumere l’attitudine sperimentale del fisico permetterebbe di affrontare la casualità e la frammentarietà della documentazione (e l’esiguità dei corpora disponibili) verificando i dati de visu, ammettendo l’inadeguatezza della strumentazione, evitando di attribuire la nostra incomprensione ad un errore nel testo inciso dal lapicida, e questo atteggiamento consiglierebbe di non aggiungere lettere né correggere interpunzioni (2), quando le condizioni del testo permettono di effettuare una lettura epigrafica chiara e non mutila.
Assumere l’atteggiamento del fisico, aperto, sperimentale, scientifico, permetterebbe di passare dal piano delle ipotesi astratte, tutte teoricamente valide e quindi tutte teoricamente false, a quello delle ragionevoli certezze, scartando e selezionando, quando le evidenze archeologiche permettono di ancorare un significato ad un fatto, una didascalia ad un’immagine, un referente ad un segno.
Questo implica però l’abbandono di una logica aristotelica, gerarchica e formale, basata sul principio di autorità, e l’accettazione di una pratica più democratica, che si misura con gli accidenti e prende atto delle scheggiature della pietra, dei punti incisi dallo scalpellino, dell’hic et nunc.
Misurarsi con la realtà è nella logica del fisico, che non ragiona come il matematico, tutto rivolto a leggi logiche astratte la cui ricaduta pratica è del tutto irrilevante.

Al matematico non interessa se tira vento.

NOTE

  1. Bruno de Finetti, La logica dell’incerto, a cura di Mario Mondatori, Milano 1989.
  2. Vedi qui gli articoli “Massimo Pallottino: onoranze formali e lezioni sostanziali” e “La Tomba dei Matve, il Cippo di Perugia e la Tavola di Cortona”.

La fotografia riprodotta nel corpo dell’articolo è un ritratto di Bruno de Finetti.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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