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Articoli - Disavventure dell'archeologia

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La linguistica statistica di Witold Manczak applicata ai numerali etruschi

di Carlo D’Adamo

C’era una volta la linguistica computazionale, o quantitativa, o statistica, basata sul principio che ogni lingua può essere considerata come una struttura matematica. Questa disciplina si occupava delle occorrenze delle unità di un sistema linguistico, per studiarne le proprietà formali. Se dall’esame di testi sufficientemente estesi le occorrenze di determinati elementi della frase si rivelano sufficientemente costanti, la linguistica statistica conclude che esistono le stesse probabilità di occorrenza di quegli elementi nell’ambito dell’intero sistema linguistico.
Non è detto tuttavia che il ragionamento sia automaticamente trasportabile da un sistema linguistico ad un altro, che funzioni, cioè, anche se il testo di una lingua A viene rapportato al sistema di una lingua B, per ovvi motivi.
Se in un testo di 1000 parole la congiunzione “e” si ripete 125 volte, la frequenza relativa è dell’8%, e permette a chi si occupa di queste cose di sviluppare riflessioni sulla struttura paratattica o ipotattica di quel testo. Un testo delle stesse dimensioni scritto in un’altra lingua può dare un numero di occorrenze della congiunzione “e” molto minore o molto maggiore, se l’altra lingua utilizza costruzioni sintattiche più orientate verso la ipotassi o verso la paratassi. Ma può accadere anche che una lingua dotata di strutture prevalentemente paratattiche eviti la congiunzione copulativa, scegliendo l’asindoto. La semplice rilevazione delle frequenze di quella congiunzione quindi non basta a definire preliminarmente la maggiore o minore attitudine di una lingua a costruire una sintassi complessa, perché sia una organizzazione del periodo ricca di subordinate sia una organizzazione ricca di coordinate possono in certi casi produrre la stessa quantità di “e”.
Tuttavia, se non sapessimo come si dice “e” in una determinata lingua e ci affidassimo ad una ricerca delle parole più frequenti, forse la parola con il maggior numero di occorrenze potrebbe essere proprio la nostra congiunzione coordinativa. Siamo quasi certi di trovarla, perché questa, espressa come parola a se stante o come particella enclitica, riveste una funzione di organizzazione del discorso logicamente necessaria.
Non è questo però il caso dei numerali: questi non fanno parte degli elementi necessari al discorso (che esistono in ogni testo a prescindere dall’argomento), non stabiliscono relazioni semantiche fra una parte ed un’altra del periodo, e possono esserci o non esserci. Sono informazioni inserite nella comunicazione a seconda del contenuto della stessa, hanno una funzione referenziale e dipendono strettamente dal contesto. Ne troverò molti in ogni registro contabile e in ogni lapide dei cimiteri; potrei non trovarne nemmeno uno in un romanzo sufficientemente lungo.
Tuttavia c’è chi, per affrontare il problema dei numerali etruschi huth e śa, anziché partire dalle didascalie, dalle iscrizioni bilingui, dalle glosse, dai nomi dei mesi, dagli indizi, insomma, e dalle prove archeologiche, ritiene di poter utilizzare l’argomento della frequenza delle attestazioni di questi numerali rapportandola alla frequenza con cui essi sono attestati in altre lingue.

Witold Manczak, studioso polacco, elenca le occorrenze del 4, del 5 e del 6 in 14 lingue (per il russo sono disponibili due risultati diversi, fondati, evidentemente, su corpora diversi), e scopre che le occorrenze del 4 sono più numerose di quelle del 5 e di quelle del 6; la tendenza sarebbe confermata anche in etrusco, lingua nella quale huth ricorrerebbe più frequentemente di mach e di   śa. Di conseguenza, conclude Manczak, śa, che occorre meno frequentemente di huth e di mach in etrusco, significa 6, come diversi autori avevano ipotizzato (1).
Per accettare questo ragionamento bisognerebbe partire almeno da queste premesse: che i corpora redatti nelle 14 lingue siano dello stesso tipo, siano riferiti agli stessi argomenti, siano contemporanei tra di loro, siano molto estesi, utilizzino lo stesso registro, appartengano a popoli che utilizzano gli stessi sistemi di misura; e che le lingue in esame possano essere considerate come un sistema linguistico sostanzialmente omogeneo, espressione di società fondate su tecniche, ideologie e rituali largamente comuni, e su strutture politiche e amministrative simili.
Allora si potrebbe forse ammettere ipoteticamente che la stessa frequenza di occorrenze per i numerali 4, 5 e 6 attestata in quelle lingue possa essere probabilmente attestata anche in etrusco (senza prendere però in considerazione la casualità dei ritrovamenti, condizione che da sola inficia tutto il teorema  di Manczak).
Ma se non si danno quelle premesse (che costituirebbero comunque una condizione necessaria e non sufficiente per giungere a conclusioni attendibili) è meglio non impostare nemmeno la ricerca: non bisogna illudersi infatti che i numerali siano solo una semplice espressione quantitativa sottratta alle leggi della storia.
Credo ad esempio che le religioni in cui esistono triadi divine, trimurti o trinità, producano una maggiore frequenza delle occorrenze del 3. Suppongo che in uno stato in cui è adottato un sistema metrico duodecimale il 6, mezza dozzina, possa comparire più frequentemente che altrove. In un municipium amministrato da quadrunviri il 4 avrà buone probabilità di comparire sulle epigrafi. In una società che pratica l’educazione collettiva dei bambini l’ingresso nei kibbutz avverrà forse a 6 anni, e la pratica lascerà almeno qualche traccia qua e là. Insomma, nemmeno i numeri prescindono dal contesto storico e sociale.
Witold Manczak usa qualche precauzione nel maneggiare dei materiali altrimenti intrattabili? Sembrerebbe di no, perché la sua idea di sistema linguistico, concepito teoricamente come una struttura matematica, tende a sottovalutare questa dimensione delle lingue, il loro essere elaborazioni collettive e storiche, al tempo stesso prodotto ideologico e veicolo di ideologia. Nel caso dei numerali la storicità delle lingue prese in esame non si riversa immediatamente sulla semanticità primaria delle parole cercate (il 4, il 5 e il 6), ma senz’altro sul loro valore anagogico e sulla frequenza del loro uso.
Il rischio è quindi quello di pestare l’acqua nel mortaio quattro volte o cinque volte o sei volte, o anche un numero sufficientemente grande di volte (almeno 14, una in ogni lingua), per giungere poi ad una conclusione puramente ipotetica, senza il conforto della speranza di una ragionevole certezza.
Per compiere questo lavoro, inutile ai fini della determinazione dei valori di huth e śa, Manczak prende in esame 16 statistiche costruite computando migliaia di parole, basate su corpora appartenenti indifferentemente a lingue antiche e a lingue moderne, che attingono a tradizioni e sistemi linguistici diversi. L’irrazionalità del metodo appare evidente se si pensa alla incongruità della proporzione tra le occorrenze  del  four, del five e del six in inglese (che ricorrono rispettivamente 1637, 1462 e 978 volte) e quelle dello huth, del mach e del śa in etrusco (attestate rispettivamente, nel corpus prescelto, 10 volte, 6 volte e 3 volte). Stabilire un rapporto tra quantità così diverse, senza tener conto della casualità e della frammentarietà della documentazione pervenuta, è operazione francamente azzardata.
Caso vuole che, con strumenti sbagliati, alla fine Manczak confermi il risultato conseguito per altra via: in effetti śa significa 6 in etrusco. Ma se anche gli risultasse che è più frequente di huth nelle iscrizioni superstiti (ed è facile ottenere questo risultato: basta attingere ad un altro corpus), śa significherebbe sempre 6, indipendentemente dalle occorrenze. Dunque, tanto rumor per nulla (2).

Elenco delle figure: 1) Dado multiplo del Museo di Chianciano Terme; 2) Dado di  Castiglion Fiorentino.

(1) W. Manczak, Das etruskische Numerale śa, in Glotta 61, pagg. 103-105.
(2) Non voglio ovviamente fare polemiche fuori luogo nei confronti degli studiosi di linguistica statistica né del metodo computazionale, che ha contribuito a fare chiarezza sulle strutture di organizzazione di ogni lingua ed ha storicamente impostato su basi scientifiche nuove, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, molti problemi linguistici. Ogni strumento tuttavia ha suoi peculiari ambiti di applicabilità e va utilizzato in modo pertinente.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

ARCHEOLOGIA, STORIA E STORIOGRAFIA ETRUSCHE E ITALICHE

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