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Articoli - Disavventure dell'archeologia

1) Disavventure dell'archeologia - 2) Riletture e traduzioni - 3) Miscellanea - 4) Guest

Giocare a dadi con la Tavola di Cortona

di Carlo D’Adamo (marzo 2008)

I fatti sono noti.
Dopo che Giovanni Ghiottini, carpentiere di Castiglion Fiorentino, consegnò ufficialmente alla soprintendenza, il 14 ottobre 1992, la Tavola di Cortona, da lui trovata con altri frammenti di bronzo in un mucchio di terra presso un cantiere nel quale lavorava, la principale attività del soprin-tendente, Francesco Nicosia, divenne non quella di lavorare in tempi rapidi ad una edizione critica del monumento, né quella di controllare i cantieri di Cortona con più attenzione ed efficacia di quanto aveva fatto fino ad allora, ma esclusivamente quella di esercitare ogni tipo di intimidazione   sul carpentiere perché confessasse dove aveva realmente trovato quei reperti. È vero che la terra del cantiere, sconvolta da antichi e recenti riporti e da operazioni di livellamento avvenute in passato, non permetteva di collegare gli oggetti che erano stati trovati a quel sito; tuttavia il responsabile dello sconvolgimento stratigrafico non era certo il Ghiottini. Il carpentiere fu denunciato e pedinato, la sua casa venne perquisita, ci fu un processo che si protrasse per più di due anni, e alla fine, nonostante l’assoluzione, il Ghiottini dovette subire ancora pressioni da parte della soprintendenza, che usò tutta la sua influenza sui giornali e altrove perché si decidesse a “confessare”.

Tav. 1: Cortona  

Con il pretesto che così facendo forse sarebbe saltato fuori l’ottavo frammento mancante, il Nicosia tenne nascosta a lungo la Tavola di Cortona, che fu presentata al pubblico soltanto il 30 giugno 1999, sette anni dopo che era stata acquisita. Nel convegno tenutosi poi nel 2001, il soprintendente lamentò che le disposizioni prescrivessero l’obbligo di pubblicazione dei reperti entro cinque anni dal loro rinvenimento, e propose di portare tale termine a dieci anni: una concezione della divulgazione scientifica, la sua, davvero feudale. E mentre nessuno sapeva della scoperta avvenuta nel 1992, Nicosia e Agostiniani avevano avuto modo di studiare il documento a loro bell’agio, direi quasi “a casa loro”, ed avevano preparato la loro pubblicazione. Con calma, naturalmente: l’edizione della Tabula Cortonensis – che alcuni preferiscono chiamare Tavola Ghiottini, dal nome dello scopritore – avvenne otto anni dopo la scoperta. Con il suo comportamento, aggressivo e offensivo nei confronti dello scopritore dell’importantissimo documento (1), il Nicosia procrastinò di fatto la pubblicazione del testo etrusco, scoraggiò chiunque trovasse altri reperti a consegnarli alla soprintendenza, e utilizzò la Tavola di Cortona come se fosse cosa sua: infatti, in quanto “titolare di quella ricerca” (2), negò per anni e anni l’accesso al documento agli altri studiosi – a meno che non fossero suoi amici. La divulgazione scientifica forse richiederebbe altri metodi e altre sensibilità.                                                                     

Ma la parola del soprintendente, che continuava a parlare di “circostanze mai chiarite” [quelle del ritrovamento della Tavola] vale di più di una assoluzione processuale, e i giornali fanno eco: “..la tavola potrebbe essere stata scoperta assieme ad un vero ‘tesoro’, finora sconosciuto. È quanto fa capire lo stesso Nicosia” (3).
Anche il mondo accademico, per solidarietà di casta, sposa il punto di vista del Nicosia: “Rinvenuta fortuitamente in circostanze non ancora accertate, e oggetto di un lungo procedimento legale, questa tavola di bronzo, spezzata già in antico in otto parti (una delle quali perduta) è la più lunga iscrizione etrusca di rinvenimento recente”, dice Enrico Benelli (4). Che tuttavia potrebbe provare ad intervistare il Ghiottini e a guardare con i propri occhi le cose: probabilmente scoprirebbe anche qualcosa di nuovo. A proposito dei cosiddetti “dadi di Tuscania” conservati nella Biblioteca Nazionale di Parigi, che presentano la caratteristica singolare di avere sulle loro facce non i simboli dei numeri, ma i nomi etruschi degli stessi (thu zal ci huth mach śa), egli infatti sostiene: “In questi dadi  (come in tutti i dadi etruschi con i punti) è perfettamente rispettata la ‘regola del sette’ valida anche per i dadi moderni: la somma dei numeri riportati su facce opposte è sempre 7” (5).  Ma se il professor Benelli (peraltro bravo) andasse a Castiglion Fiorentino per intervistare Giovanni Ghiottini, là potrebbe visitare anche un piccolo museo, nuovo e molto bello, nel quale è esposto un dado etrusco in cui la somma dei numeri delle facce opposte non dà sette. Sia nel ripetere la vulgata dei dadi che nel riportare la versione della soprintendenza, il professor Benelli attribuisce troppo credito all’ipse dixit, mentre la curiosità scientifica e la necessità di verificare di persona consiglierebbero di viaggiare spesso e di dubitare sempre. In ogni caso, il dado di Castiglion Fiorentino non è certo un reperto isolato: anche in tre dadi etruschi rinvenuti a Casalecchio di Reno (Bologna) la somma dei numeri delle facce opposte non dà sette (6), come non dà sette la somma dei numeri delle facce opposte di tre dadi trovati nello stesso corredo in una tomba di Spina (7) e di almeno altri sette dadi esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, come non dà sette la somma dei numeri delle facce opposte di dieci dei dodici dadi trovati un secolo fa dallo Zannoni (8) negli scavi della Certosa a Bologna e quella di almeno altri quattordici dadi esposti nel Museo Civico Archeologico di Bologna e provenienti dalle necropoli Arnoaldi, Aureli, Battistini, Benacci, De Luca e Giardini Margherita, e se non bastasse non dà sette nemmeno la somma dei numeri di quattro dadi di Marzabotto descritti dal Gozzadini (9) né quella di tre dadi su cinque esposti al Museo Archeologico Nazionale di quella cittadina. Perfino a Firenze, a Roma, in Vaticano e a Londra vi sono dadi etruschi che non seguono la regola del sette.                                     

Fig. 2: A.Zannoni, Tav. CVI

La cosa è molto importante, perché dall’assioma che la somma dei numeri delle facce opposte desse sette deriva l’errata attribuzione del valore “6” a huth, dal momento che nei dadi di Tuscania la scritta huth è opposta a thu, che significa certamente “1”. Ma se non esiste nessuna “regola del sette”, l’esegesi dei numerali può liberarsi da quella falsa ipoteca. Ecco allora che ad huth può essere attribuito il valore di “4”, perché il nome greco della città di Hyttenìa (antico toponimo mediterraneo) era Τετράπολις; e perché in un affresco di Tarquinia sotto la figura di quattro Caronti c’è la didascalia Charun huths; e, per un effetto domino, se huth vale “4”, a śa va dato il valore di “6”. Questa ammissione è rilevante per centinaia di iscrizioni, ma è importante anche per la Tavola di Cortona, dal momento che alcuni campi oggetto del negozio ivi trascritto hanno un’estensione di tenthur śa. Il fatto è che, ignorando i dadi di Casalecchio e di Castiglion Fiorentino, di Spina e della Certosa, di Marzabotto e di Bologna, di Firenze e di Roma, del Vaticano e di Londra, gli etruscologi sono divisi in due scuole di pensiero: c’è chi, come Olzscha, Rix, Pittau, Morandi, Zavaroni ed altri, avvalendosi anche dell’indizio di Hyttenìa, ha individuato i valori corretti di huth e śa mettendo in evidenza i possibili legami etimologici tra i numerali etruschi e quelli indoeuropei; e c’è chi, utilizzando un passo della Anthologia Palatina (nel quale forse si allude alla “regola del sette”) inverte quei valori (10). Poiché alla prima classe di studiosi appartengono prevalentemente i sostenitori dell’indoeuropeicità dell’etrusco, o comunque prevalentemente i sostenitori del metodo etimologico, chi ritiene invece che questa lingua non abbia nessuna parentela con le lingue indoeuropee o segue il metodo combinatorio ha finito di solito con l’attribuire ad huth e śa i valori desumibili dalla accettazione della “regola del sette”. Ma la discussione ha assunto spesso le caratteristiche di una discussione di principio, di una esercitazione scolastica, evitando di fare i conti con le prove archeologiche, in mancanza delle quali ogni ipotesi teorica è giustificata allo stesso modo, appunto perché, in astratto, è ipoteticamente sostenibile.
Le nuove acquisizioni di Casalecchio e di Castiglion Fiorentino, sommandosi a quelle della Certosa e delle altre necropoli bolognesi, di Marzabotto e di Spina, oltre a quelle di Firenze, Roma, ecc., consentono di uscire da una querelle oziosa, perché fanno crollare la principale motivazione a sostegno dell’attribuzione ad huth del valore “6”.
Sia Nicosia e Agostiniani, prima di intervenire al Convegno del 2001, sia Benelli quando intervenne al Convegno e poi, a maggior ragione, nel dare alle stampe Iscrizioni etrusche. Leggerle e capirle (2007) avrebbero avuto la possibilità di vedere di persona almeno uno di quei dadi, e rivedere i loro pregiudizi. Infatti il museo di Castiglion Fiorentino, in un territorio posto negli anni precedenti sotto la giurisdizione del Nicosia, era stato ufficialmente inaugurato due mesi prima del Convegno, con il suo dado e gli altri reperti trovati sull’acropoli nel corso di diverse campagne di scavo, delle quali si presume che il Nicosia, per dovere d’ufficio, fosse a conoscenza. I dadi di Casalecchio saranno invece pubblicati in una tavola in appendice ad un articolo di Jacopo Ortalli su Padusa (Anno XXXVII Nuova Serie) che riporta gli Atti del Convegno Internazionale di Adria (19-21 marzo 1999). È vero che Ortalli non sembra attribuire particolare importanza a quei dadi (disegnati, insieme ad altri oggetti, da V. Politi e A. Magnani nella fig.18 allegata all’articolo), ma Benelli è un epigrafista, e l’importanza della scoperta avrebbe dovuto saltargli agli occhi. La descrizione dei dadi di Spina, a cercarla con pazienza nei repertori dei corredi delle necropoli pubblicati nel 1993 in occasione di una bella mostra a Ferrara, era da tempo disponibile. Tutti questi dati avrebbero potuto mettere sulla buona strada Benelli, ancora convinto che dadi senza la regola del sette non esistano, o costringere Agostiniani, per il quale huth vale 6 perché è più probabile che sia così, ad ammettere che diminuivano le sue probabilità. I dadi di Marzabotto erano stati descritti dal Gozzadini nel 1870; quelli della Certosa erano stati disegnati e pubblicati dallo Zannoni nel 1876. Gli altri, anche quelli non pubblicati, sono visibili nei musei di Ferrara, Bologna e Marzabotto. Quelli del sepolcreto Arnoaldi si trovano in una bella opera di Roberto Macellari edita nel 2002 (11). Ignorare tutti questi dadi, o sottovalutarne l’importanza, per un ermeneuta dell’etrusco è cosa grave. Mentre infatti Cristofani (12) poteva ancora non conoscere i dadi di Castiglion Fiorentino, di Casalecchio e di Spina perché allora né il museo di Castiglion Fiorentino né la necropoli di Casalecchio esistevano, con le loro evidenze, e i dadi di Spina non erano ancora stati pubblicati (ma avrebbe dovuto conoscere i dieci dadi della Certosa e i dadi di Marzabotto, pubblicati, e i tantissimi dadi dei musei italiani e stranieri, esposti), oggi, di fronte alle numerosissime evidenze archeologiche, non è più consentito non sapere o non vedere.

Fig. 3: tomba maschile
421 necropoli S.Vitale

Eppure l’aggiornamento sembra a volte un accessorio superfluo nelle carriere burocratiche. Una nota antichista, responsabile dei servizi didattici e culturali del Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona (sempre a   Cortona torniamo, come se chi vi ha a che fare ritenesse, per contiguità, di poter godere di una sorta di rendita di posizione), è convinta del fatto che i cinerari villanoviani “hanno una singolare copertura costituita da un elmo se il defunto è di sesso maschile, una ciotola se di sesso femminile” (13). Dove avrà letto queste sciocchezze? Forse in De Martino 1984 (14), che a sua volta riprende le speculazioni teoriche di alcuni gentiluomini dell’Ottocento.
Qualsiasi giovane archeologo co.co.pro., il cui onorario raggiunge a malapena i dieci euro lordi all’ora, di fronte a queste sciocchezze, nonostante sia sottopagato, sorriderebbe.
Tutto questo c’entra, tatticamente e strategicamente, organicamente e culturalmente, con la cattiva gestione della Tavola di Cortona e con l’esercizio di un piccolo potere, non sempre provvisto di capacità e di competenza, ma sempre accompagnato da grande clamore mediatico e da piccolo seguito di clientele. 

Torniamo dunque alla Tavola.
Valeva la pena di far attendere otto anni per produrre un’opera più ricca di ombre che di luci? Gli autori della edizione ufficiale, oltre ad ignorare in buona fede o intenzionalmente i reperti archeologici che mettevano in dubbio la loro traduzione del numerale śa, oltre a cancellare un punto inciso dall’estensore del testo, equivocando la sigla e.t., oltre a confondere il morfema formante aggettivi -ac con l’enclitica copulativa –c (15), scambiano anche probabilmente la Faccia A per la Faccia B. Per loro la Faccia A è quella che contiene il testo lungo, e la Faccia B quella che si riduce ad una unica clausola, quella con l’indicazione dei magistrati eponimi e del luogo di stipulazione del contratto, indipendentemente dal fatto che questo possa precedere il testo lungo, appoggiandosi soltanto ad un ragionamento contorto: poiché la prima parte del testo lungo sarebbe stata incisa dalla stessa mano che ha inciso il testo breve, lo scrivano, dopo una pausa, sarebbe subentrato al suo vice, avrebbe girato la lamina ed inciso anche il testo breve. Il contenuto del testo, nello stabilire da quale parte si legge il documento, è del tutto indifferente (16). La loro scelta è filologicamente eccentrica, perché per stabilire da che parte si inizia a leggere il testo punta sull’ipotesi che gli incisori fossero due e presume di conoscere i loro turni nell’alternarsi al lavoro. Adolfo Zavaroni, invece, ritiene che il testo breve, quello contenente i nomi dei magistrati eponimi ed il luogo della stipulazione del contratto (celti neitisś tarsminaśś: nel territorio del lago Trasimeno), sia da considerare il lato A, ed il testo lungo, quello suddiviso in sei clausole, il lato B. Con la sua scelta, Zavaroni sottolinea l’indipendenza del testo A (contenente data e luogo, in altre parole il protocollo) dal testo B (il cui contenuto è il contratto vero e proprio).
Purtroppo la decontestualizzazione subita dalla Tabula rende impossibile una scelta che non sia ipotetica, ma proprio la probabile appartenenza del nostro documento ad un archivio pubblico gioca a favore della attribuzione al testo breve del lato A, come suggerisce Zavaroni

Fig. 4: Testo breve della T.C.

(17). Infatti ha senso che in un archivio nel quale sono custoditi numerosi documenti, questi siano suddivisi per anno, cioè per magistrati eponimi. Ecco quindi il breve testo in cui sono presenti lo zilacato di Larth Cusu e il territorio del lago Trasimeno offrirsi come indice o rubrica del documento trascritto sul retro [in un archivio moderno sarebbe la copertina del fascicolo]: è ragionevole pensare che la titolazione sporgesse permettendo all’archivista di individuare a colpo d’occhio il contratto che gli serviva. L’ipotesi di lettura proposta da Adolfo Zavaroni (testo breve lato A; testo lungo lato B) è dunque autorevole, a maggior ragione se si pensi che il monumento poteva essere conservato una volta in un archivio pubblico, prima di essere spezzato e tesaurizzato in epoca antica (quindi non dal carpentiere Giovanni Ghiottini) per costituire, insieme alle basi di statuette e ad altri frustuli, un deposito per fonderia.
Ma il professor Zavaroni ha ben altri meriti che quello di aver proposto in questo caso una suddivisione del testo della Tavola di Cortona probabilmente più esatta di quella ipotizzata da Nicosia e Agostiniani.
Mentre il CNR rifletteva con calma su come organizzare l’immissione in rete del patrimonio epigrafico etrusco e italico (il “Progetto CAIE”, lettera morta dal 1990) e intanto che Nicosia si riservava il potere di “negare agli altri studiosi la lettura di un testo di per sé non determinante”, impiegando otto anni per pubblicarlo (e chissà quanto tempo avrebbe impiegato se fosse stato deter-minante! E se si fosse accorto che nel frattempo un dado in un museo inaugurato da poco – ma un museo comunale, non statale – aggiungendosi ad altre decine di dadi già editi poteva rimettere in discussione la sua traduzione del numerale śa!(18)), prima che il CNR organizzasse un convegno sulla Tavola di Cortona (22 giugno 2001) alla quale era presente, tra i pochi ammessi, anche il professor Benelli, del tutto ignaro del fatto che esistono numerosissimi dadi etruschi diversi da quelli che lui immagina, Adolfo Zavaroni si rimboccava le maniche e metteva in rete da solo e a proprie spese “Etrusca philologia”: operazione che il CNR, pur ricevendo finanziamenti statali, non è stato in grado finora di compiere (dal 1990). Sarà dettata da eccessiva cautela questa lunga attesa? Da una strategia per prevenire il crampo dello scrivano? Dal troppo tempo dedicato alle kermesse? E l’ignoranza dei dadi etruschi è perdonabile in autorità scientifiche ed istituzionali che della conoscenza della propria materia dovrebbero fare la propria bandiera? E se costoro sono incapaci di osmosi e di trasparenza, se non sanno rapportarsi all’esterno e dilapidano il loro potere in pratiche autoreferenziali, non saranno un ostacolo anziché uno strumento per la diffusione scientifica? Il nostro problema è che essi maneggiano in modo maldestro un bene che è anche nostro, di noi lettori, di noi cittadini, di noi ricercatori indipendenti, che abbiamo il diritto di vedere e di sapere.
Ecco allora l’idea di rilasciare interviste a sprovveduti giornalisti per enfatizzare il “mistero” e l’esistenza di “tesori nascosti”; l’operazione può servire strumentalmente a chi vuole rilanciare il proprio ruolo come quello dell’unico mediatore possibile tra quel “mistero” e il povero, ignorante volgo. Il quale dovrà forse fare ancora dieci anni di anticamera prima che Nicosia e il CNR si decidano a dirgli: “La regola del sette non esiste, scusate, non abbiamo avuto il tempo di dirvelo.”
In fondo, il giorno in cui il CNR organizzò l’incontro di studio sulla Tavola consegnata dal Ghiottini nove anni prima, erano passati soltanto 125 anni da quando Zannoni aveva pubblicato i suoi dadi, e quel convegno del 2001 (“La Tabula Cortonensis e il suo contesto storico-archeologico”), nonostante la presenza di bravi etruscologi, era troppo concentrato sulle presunte sicurezze acquisite per poter verificare la corrispondenza tra queste ed i dati archeologici, tra i propri pregiudizi e gli oggetti allineati in bella mostra in tanti musei. 
Per questo ogni volta che i giornali, il mondo accademico e le autorità preposte riaprono il coro del “mistero” della Tavola di Cortona e del “tesoro” di cui Ghiottini avrebbe il segreto, come “fa capire lo stesso Nicosia” (19), ed il circo mediatico si interroga su tesori presunti anziché su inefficienze reali, occorre diffidare. Potrebbe trattarsi, forse, di un grande polverone sollevato per far dimenticare inerzia, arretratezza, inefficienza ed omertà. Questa forse non è solo un’impressione, ma qualcosa di più di un’ipotesi. Gli ingredienti della disinformazione ci sono tutti: la burocrazia, un po’ di malcostume, un po’ di inefficienza, e un carpentiere come vittima sacrificale.
È il fantasma del de Petra che ritorna (20).

Elenco delle figure: Fig. 1: I giardini di Cortona; Fig. 2: A.Zannoni, Tav. CVI (particolare); Fig. 3: Tomba maschile 421 della necropoli di S.Vitale (Bologna, Museo Civico Archeologico); Fig. 4: Il testo breve della Tavola di Cortona (disegno); Fig. 5: I Cosiddetti “dadi di Tuscania” Parigi, Bibliotèque Nationale).

NOTE
(1) Nella conferenza stampa tenuta in occasione della presentazione pubblica della Tavola di Cortona, il soprintendente dichiarò: “La storia è cominciata con una telefonata giunta in soprintendenza il 12 ottobre 1992 da parte di un car-pentiere calabrese” (Repubblica del 30 giugno 1999). Giovanni Ghiottini – come il Nicosia sapeva benissimo – era nato e viveva a Castiglion Fiorentino. In “Tabula Cortonensis” infatti  (Roma, 2000, pagg. 120 e 121) il Nicosia, credo a scopo intimidatorio, scrisse nome, cognome, indirizzo, telefono, data e luogo di nascita del Ghiottini. E, sia prima che dopo il processo, mise in atto minacce larvate, pressioni, comportamenti e atteggiamenti tipici di una mentalità clientelare maturata in ambienti oggettivamente sensibili ad un linguaggio allusivo e omertoso. Che senso ha definire il Ghiottini “un carpentiere calabrese”? Sembra quasi un messaggio trasversale.
(2). “Mi rimane incomprensibile la prassi, vigente e talora attuata, nel Ministero per i Beni e le Attività Culturali, di fissare una scadenza per la consegna alla pubblica fruizione entro i cinque anni dal rinvenimento, dei reperti acquisiti di recente….. Se da un lato l’urgenza di consegnare alla pubblica fruizione le acquisizioni di una ricerca è importante, dall’altro si deve considerare che essa può diventare un’azione contro la scienza (e quindi contro la doverosa necessità di attendere la conoscenza completa del reperto inteso non come “feticcio” da esibire, ma come pertinenza di un più ampio contesto storico)….  In quest’ottica la conoscenza completa va considerata come un fatto che prevale su altre esigenze. Nello specifico caso della Tabula Cortonensis … si tratta di ricerche afferenti indubbiamente al mondo antico, non destinate a scopi vitali di ricerca attiva, quali ad esempio le ricerche biomediche, per le quali forse potrebbe valere la necessità di mettere a disposizione di tutti i risultati ancora parziali prima di sottoporli alla necessaria verifica scientifica. … Perciò al titolare di quella ricerca [cioè di quella sulla Tavola di Cortona] dovrebbe essere riconosciuta una capacità di giudizio tale da consentirgli di negare agli altri studiosi la lettura di un testo di per sé non determinante (….) Riterrei, pertanto, necessario che la “scadenza” fosse allungata fino almeno a 10 anni dalla data del rinvenimento”. Così si giustifica Francesco Nicosia, in Il “contesto” archeologico della Tavola di Cortona, che si trova in “La Tabula Cortonensis e il suo contesto storico-archeologico”, Atti dell’Incontro di Studio 22 giugno 2001, Roma 2002, pagg. 17-18, note (3) e (4). Quando finalmente coloro che non facevano parte della cerchia di “amici” ebbero la possibilità di leggere gli Atti dell’Incontro di Studio, erano passati dieci anni dal ritrovamento della Tavola.
(3) Vedi “La Repubblica” del 30 giugno 1999, che intitola: Cortona, il “giallo” della tavola etrusca. E come sottotitolo: Presentata oggi una lunga iscrizione nell’antica lingua toscana. Ma resta misteriosa la sua provenienza. Di misteriosa in realtà c’è l’acquiescenza della stampa alla versione ufficiale del soprintendente, che utilizza il dato della non pertinenza dei reperti con il sito del cantiere come pretesto per negare per sette anni agli studiosi la lettura dell’im-portantissimo testo etrusco. Il sospetto che anche il processo intentato contro il Ghiottini facesse parte di una scelta strumentale legata a gelosie professionali e a carriere burocratiche è ampiamente giustificato. In questo modo il Nicosia, attirando l’attenzione di tutti sull’eccezionale documento che egli teneva sotto sequestro, aumentava il valore della propria merce e si preparava ad utilizzarla per i propri fini.
(4) E. Benelli, Iscrizioni etrusche. Leggerle e capirle, Ancona 2007, pag. 260.
(5) idem, pag. 255.
(6) si veda J. Ortalli, La “rivoluzione” felsinea, in Padusa, AnnoXXVIII Nuova Serie – 2002, pag. 87.
(7) D.Locatelli, Il corredo della tomba 528, in Spina. Storia di una città tra Greci ed Etruschi, Ferrara 1993, pag. 305.
(8) A.Zannoni, Gli scavi della Certosa di Bologna, Bologna 1876, Tav. XIII, XXXIV, XXXXIV, L, LI, LXIII, CVI, CXIV.
(9) G:Gozzadini, Di ulteriori scoperte nell’antica necropoli a Marzabotto nel Bolognese, Bologna 1870, pag. 40.
(10) si veda l’ottima ricostruzione della situazione sintetizzata da Massimo Pittau nel suo sito www.pittau.it alla voce  “La lingua etrusca>Studi>I dadi da gioco”.
(11) R.Macellari, Il sepolcreto etrusco nel terreno Arnoaldi di Bologna (550-350 a.C.), Bologna 2002.
(12) M.Cristofani, Introduzione allo studio dell’etrusco, Firenze 1991, 76.
(13) E.Sandrelli, Etruschi un enigma risolto, Firenze 1999, 14.
(14) U.Di Martino, Le civiltà dell’Italia antica, Milano 1984: didascalia alla sesta illustrazione dopo pag. 96: “Il coperchio, a ciotola, indica che l’oggetto è stato usato per una sepoltura femminile” [sic].
(15) L.Agostiniani F.Nicosia, Tabula Cortonensis, Roma 2000, pag. 90: «I valori dei numerali, ormai da ritenere accertati, sono: zal “2”, sa “4”, śar “10”»; una deplorevole certezza, che continua con deplorevole coerenza una tradizione di deplorevole ignoranza – in senso tecnico – dei dati archelogici. Vedi anche L.Agostiniani, Sui numerali etruschi e la loro rappresentazione grafica, in AION 17, 1995, pagg. 21-65, in cui huth è “6” perché è più probabile che sia così. In Tabula Cortonensis nella trascrizione “interpretativa” l’inizio dell’epigrafe viene corretto arbitrariamente cancellando un punto, tanto che E.Peruzzi (in La Tabula Cortonensis e il suo contesto storico-archeologico, Roma 2002, pag. 41) parla di “immotivata espunzione da parte degli autori”. Più grave, a mio parere, è lo scambio del morfema –ac formante aggettivi, abbondantemente documentato in etrusco, con la posposizione copulativa –c, equivalente alla analoga enclitica latina –que (L.Agostiniani F.Nicosia, Tabula Cortonensis, cit., pag. 90). A questo proposito vedi qui l’articolo “Il leccio e gli agrimensori antichi”.
(16) Anche Pittau ritiene che il testo lungo (facciata A) sia anteriore a quello breve (facciata B), ma egli interpreta il primo nome del testo breve (Aule Salini Casual) come l’ultimo del lungo elenco di testimoni elencati alla fine del testo lungo: la prima pagina non sarebbe stata sufficiente a contenere tutti i nomi, e l’ultimo di essi sarebbe finito nella pagina successiva (spiegazione che può essere condivisa o no, ma che è motivata coerentemente). Nicosia invece attribuisce piena autonomia ai testi delle due facciate, sostenendo [sic] che è indifferente che Aule Salini Casual “abbia la funzione di intestazione rispetto al testo che segue” o “appartenga ancora alla sezione precedente come ultimo nome della lista” (L.Agostiniani, F.Nicosia, Tabula Cortonensis, op. cit., pag. 112). Se non è dal significato e dall’economia del testo che discendono le definizioni di Faccia A e Faccia B mi pare evidente che la scelta sia dettata dall’accettazione implicita dell’ipotesi che lo Scriba 1 e lo Scriba 2 si siano alternati nell’incisione del testo: “A un estensore principale del testo, lo Scriba 1, è subentrato dunque, ad un certo punto, un secondo estensore, lo Scriba 2. Questa circostanza si presta a due possibili interpretazioni (….): la stesura del testo è cominciata con la prima riga della Faccia A, per poi proseguire sulla Faccia B. Se le cose stanno così, dobbiamo ammettere che, per un qualche motivo a noi inattingibile, alla fine della riga 26 (….) lo Scriba 1 si è interrotto – con conseguente subentro dello Scriba 2 – per poi riprendere la stesura sulla Faccia B. La seconda possibile interpretazione è che, ad onta delle apparenze [sic], sia stata scritta prima la Faccia B, poi la Faccia A: cosicché lo Scriba 2 sarebbe subentrato alla fine della stesura del testo” (ibidem, pag. 33). Insomma, anche se fosse possibile provare che la stesura del testo iniziò con il testo breve, gli autori della editio princeps considerano a priori il testo breve Faccia B. Essi dunque scelgono l’ipotesi che lo Scriba 1, dopo essere stato sostituito nell’incisione del testo lungo dallo Scriba 2 (chissà, forse per la pausa pranzo?) abbia ripreso alla fine, nella pagina successiva, la pienezza delle sue funzioni. Un ragionamento, il loro, piuttosto contorto, che urta contro la filologia e contro il buon senso.
(17) vedi www.etruscaphilologia.eu
(18) vedi la nota (15).
(19) vedi la nota (3).
(20) vedi qui l’articolo “Il professor de Petra e lo strano caso dei falsari analfabeti”.

 

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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