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I dadi di Galileo

di Carlo D’Adamo (aprile 2009)

Sono stato gentilmente rimproverato da un lettore colto, che mi chiede di rispettare la sua privacy non facendo il suo nome, di fare elenchi reticenti degli autori dei saggi e degli articoli che hanno affrontato il problema dei numerali etruschi, e di voler assegnare pagelle di “buoni” e “cattivi” agli studiosi di etruscologia, senza tener conto del fatto che ogni ipotesi contribuisce comunque al progresso delle conoscenze anche se poi si rivela infondata (1).


Dal momento che le osservazioni sono espresse in modo intelligente e garbato ne approfitto per chiarire le ragioni della mia critica, che non riguarda questo o quel ricercatore né il risultato da lui eventualmente conseguito, ma il metodo utilizzato per affrontare correttamente la discussione.
Per essere chiaro, parafrasando una efficace metafora di Dominique Briquel (2) parlerò di “metodo aristotelico” e “metodo galileiano”.

Tra gli autori che hanno affrontato alla maniera degli aristotelici il problema dei numerali (il loro elenco è molto numeroso, ma io non ho l’intenzione di fare liste dei cattivi, e se ho dato questa impressione me ne scuso), ci sono anche Giuliano e Larissa Bonfante, che sostengono:

Abbiamo la fortuna di disporre di due dadi da gioco (attualmente nella Bibliotèque Nationale, a Parigi) sui quali i numeri sono scritti in lettere, in trascrizione fonetica, anziché in cifre. Conosciamo quindi con certezza i numeri da 1 a 6…… Sappiamo che fra gli antichi la somma dei numeri scritti sulle due facce opposte di un dado era pari a sette, quindi…. (3)

I due studiosi basano la loro affermazione sul solito passo della Anthologia Palatina (14, 8) che forse stabilisce una regola per le facce dei dadi,  forse si limita a disporre i numeri in un certo ordine per ragioni metriche (4), ma in ogni caso non riguarda i dadi etruschi, dal momento che questi, come si ricava anche dai lavori di Gozzadini e Zannoni, e poi, per citare solo alcuni, di Skutsch e di Savelli, di Ortalli e di Macellari, fin dai ritrovamenti dell’Ottocento mostrarono sulle loro facce la presenza di più schemi.

Dare credito all’ipse dixit dell’Anthologia Palatina come se fosse la Bibbia, senza andare a verificare i dati, significa assumere un atteggiamento assai pigro; basterebbe una visita in un museo per scoprire che la fonte mente o che la sua lettura è errata.
Non conoscere o fingere di non conoscere Gozzadini e Zannoni, Ortalli e Macellari, e gli oggetti visibili in tanti musei italiani ed esteri – dando più credito ad un esametro dell’Anthologia Palatina piuttosto che ai propri occhi e a cent’anni di scavi – è condotta per lo meno singolare, che può essere definita, a seconda dei casi e dei soggetti, incauta, approssimativa, fideistica, clientelare, pappagallesca, gerarchica, o con altri aggettivi, migliori o peggiori di questi. Si converrà comunque che non può essere definita scientifica.
Eppure produce scuole di pensiero che producono testi adottati nelle università che riproducono inerzia, ignoranza e atteggiamenti clientelari, fideistici, approssimativi, incauti, pappagalleschi, omertosi.
Ciò dispiace, poiché partire dai dati, dalla lettura dei testi, dei contesti e degli extratesti, dallo studio degli oggetti e dalla conoscenza delle ricerche effettuate in passato sarebbe francamente  preferibile, anche per abituare ad un atteggiamento critico le nuove generazioni. Leggere, vedere, verificare è molto meglio che essere usi a obbedir tacendo.
L’adozione di questo atteggiamento non eliminerebbe assolutamente, come è ovvio, la possibilità di sbagliare – o di formulare ipotesi che poi, grazie a nuovi dati, si rivelano infondate – ma costituirebbe tuttavia la condizione necessaria e non sufficiente per poter affrontare in modo serio la ricerca ermeneutica.
Al di sotto di questa soglia non vi è serietà; al di sopra di questa soglia la serietà non garantisce la correttezza delle conclusioni.
A noi la possibilità di scegliere dove stare.

NOTE

  1. è ovvio che ogni disciplina è fondata sull’insieme delle ipotesi che contribuiscono a delimitarne il campo e a costituirne il corpus; ma se ogni volta si dovessero riproporre come se fossero attuali – privati della loro contestualizzazione storica che li colloca nel loro tempo – assunti superati e non più validi, allora saremmo sempre ai tempi di Tolomeo.
  2. D.Briquel, Pallottino e le origini etrusche, in L.M.Michetti (a cura di), Massimo Pallottino a dieci anni dalla scomparsa, Atti dell’Incontro di Studio Roma 10-11 novembre 2005, Roma 2007, pag. 30 e pag. 36.
  3. G.Bonfante, L.Bonfante, Lingua e cultura degli Etruschi, Roma 1985, pagg. 110-111. La giustificazione dell’affermazione rimanda alla nota (18) che cita ovviamente l’Anthologia Palatina.
  4. Vedi in questo sito l’articolo “Dadi etruschi. Un problema di incomunicabilità”.

 

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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