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Articoli - Disavventure dell'archeologia

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Dadi etruschi: un caso di incomunicabilità

di Carlo D’Adamo (aprile 2008)

1. Come spiega bene Massimo Pittau in un suo efficace intervento sui dadi etruschi, la questione della distribuzione dei numerali sulle facce dei dadi è di particolare rilevanza per l’ermeneutica della lingua etrusca. Rimandando per l’approfondimento dei problemi linguistici al sito del pro-fessor Pittau ( www.pittau.it) mi limito quindi a sintetizzare succintamente i termini della questione.

Tutto nasce dai cosiddetti “dadi di Tuscania” conservati nella Biblioteca Nazionale di Parigi, che presentano la singolare caratteristica di avere sulle loro facce non i simboli dei numeri, ma i nomi etruschi degli stessi: thu zal ci huth mach śa. Mentre per thu zal ci e mach da tempo esiste la ragionevole certezza che i loro valori siano rispettivamente 1, 2, 3 e 5, per huth e śa la polemica continua: qual è il 4 e qual è il 6?

Fig.1: Schema dei cosiddetti  dadi  di Tuscania  

Gli etruscologi sono divisi in due scuole di pensiero: da una parte c’è chi (Olzscha, Rix, Pittau, Morandi, Zavaroni ed altri) attribuisce ad huth il valore di “4” perché il nome greco della città di Hyttenìa (antico toponimo mediterraneo) era Τετράπολις, e perché nella Tomba dei Quattro Caronti di Tarquinia sotto uno dei demoni c’è la didascalia Charun huths; e dall’altra c’è chi, interpretando in questo senso un esametro della Anthologia Palatina, ritiene che nei dadi etruschi la somma dei numeri delle facce opposte dia sempre sette, e quindi attribuisce ad huth il valore di “6”, perché nei dadi di Tuscania la scritta huth è opposta a thu, che significa certamente “1”. Poiché alla prima classe di studiosi appartengono prevalentemente i sostenitori dell’indoeuropeicità dell’etrusco, o comunque i seguaci del metodo etimologico, chi ritiene che invece questa lingua non abbia parentele con le lingue indoeuropee o segue il metodo combinatorio ha finito di solito con l’attribuire ad huth e śa i valori desumibili dalla accettazione della “regola del sette”, e questa seconda corrente è oggi largamente maggioritaria.
Anche nel più recente manuale di epigrafia etrusca si sostiene: “In questi dadi (come in tutti i dadi etruschi con i punti) è perfettamente rispettata la ‘regola del sette’ valida anche per i dadi moderni: la somma dei numeri riportati su facce opposte è sempre 7” (1).

2. Le cose non stanno affatto così. Quando l’ingegnere Antonio Zannoni scavò, a partire dal 1869, la grande necropoli della Certosa di Bologna, rinvenne anche numerosi dadi da gioco, che disegnò diligentemente nelle sue Tavole: dei 12 dadi pubblicati, soltanto due presentano la regola del sette, e tutti gli altri distribuiscono sulle facce opposte i numeri consecutivi (2). Di alcuni di quei dadi dà notizia anche Gida Rossi in un libretto di storia bolognese del 1924, parlando di una tomba “composta da una cista in bronzo cordonata contenente con le ceneri del morto, piatti di legno, fibule, un cinturone, dadi, e un uovo intatto” (3); all’informazione è allegata anche la riproduzione di parte della Tavola XIII dello Zannoni, che copia fedelmente il corredo e annota diligentemente la distribuzione dei numeri sulle facce dei dadi.
Di altri 38 dadi etruschi esposti nel Museo Civico Archeologico di Bologna provenienti dai sepolcreti Arnoaldi, Aureli, Battistini, Benacci, De Luca e Giardini Margherita, 12 presentano lo schema progressivo e 26 la regola del sette. I corredi della necropoli Arnoaldi sono stati disegnati e pubblicati da Roberto Macellari nel 2002, in un’opera meritoria scritta a conclusione della lunga e impegnativa impresa di ricostruzione filologica degli stessi, smembrati e dispersi in collezioni italiane e straniere dagli archeologi dell’Ottocento (4); nel secondo tomo dell’opera è possibile vedere, nel contesto dei corredi funerari di pertinenza, anche 17 dadi, uno solo dei quali rispetta la cosiddetta regola del sette; 8 presentano sicuramente lo schema progressivo e gli altri, pur non rispettando la regola del sette, non hanno tutte le facce leggibili. Sui dadi del Museo Civico di Bologna esiste anche un bell’articolo di Angelo Savelli (1976) che prende in esame 43 dadi e ne trova soltanto 6 con la “regola del sette” (5)

Fig. 2: A.Zannoni: particolare della Tav. XIII

Pochi anni prima degli scavi della Certosa il conte Giovanni Gozzadini aveva trovato nelle necropoli di Marzabotto numerosi dadi; oltre ai dadi cubici, che dalla sua descrizione sembrano seguire la “regola del sette”, rinvenne anche quattro dadi di forma parallelepipeda: “i numeri vi sono espressi parimente con circoli, ma con disposizione diversa dalla normale dei dadi cubici e tutta propria. Essendo che è puramente progressiva, sì che l’1 sta contro al 2, il 3 al 4, il 5 al 6, onde ne avviene che una sola combinazione dà il prodotto di 7” (6) .

Gozzadini giunse alla conclusione che, mentre i dadi cubici seguivano “regolarmente” la norma che vuole che la somma dei numeri delle facce opposte dia sempre sette, i dadi di forma parallelepipeda seguivano lo schema della disposizione progressiva. Tuttavia un dado cubico inedito pertinente forse al corredo della tomba 30 di Marzabotto reca lo schema progressivo (7) e quattro dei dieci dadi della Certosa con lo schema progressivo (oltre a numerosi altri delle varie necropoli) sono cubici: segno che la distribuzione dei numeri sulle facce non è legata alla forma del dado. Dei 5 dadi etruschi attualmente esposti nel museo di Marzabotto, 2 presentano la regola del sette, 1 presenta lo schema progressivo e gli altri 2, pur non presentando la regola del sette, sono collocati in modo che tre facce non si riescono a leggere.
A partire dal 1922 gli scavi delle necropoli di Spina misero in luce migliaia di reperti, che finirono a Ferrara nel Museo Archeologico Nazionale, fondato nel 1935. Tra i reperti furono recuperati via via anche numerosi dadi, che dovettero attendere diversi anni per essere pubblicati. Chi ha la pazienza di leggere il repertorio degli oggetti acquisiti dal museo (in un bel catalogo edito nel 1993 in occasione di una importante mostra) trova, in mezzo a centinaia di altri dati, anche la descrizione del corredo della Tomba 528, in cui sono presenti tre dadi in osso, uno dei quali (inv. 22917)  presenta lo schema progressivo, mentre negli altri due la distribuzione dei numeri sulle facce opposte è la seguente (8): a) dado inv. 22916: 1-2, 3-5, 4-6; b) dado inv. 22917: 1-3, 2-6, 4-5.

Di altri 17 dadi etruschi visibili nel Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, 6 presentano la regola del sette, 7 presentano lo schema progressivo e 4 sono esposti in modo che non si riesce a comprenderne lo schema.

Negli scavi archeologici sull’acropoli di Castiglion Fiorentino (Arezzo) fu rinvenuto un dado etrusco, visibile nel bel Museo Archeologico locale, nel quale la somma dei numeri sulle facce opposte risponde al seguente schema (il dado è inedito, ma è esposto in vetrina): 1-2, 3-6, 4-5.

Negli scavi della necropoli di Casalecchio (1993-1994) furono rinvenuti tre dadi etruschi nei quali i numeri consecutivi erano posizionati sulle facce opposte. La tavola 18 allegata all’articolo di Jacopo Ortalli La “rivoluzione” felsinea (9), qui riprodotta in dettaglio e nel suo insieme, mostra chiaramente lo schema progressivo.
L’insieme dei dadi esposti nei musei e quello dei dadi disegnati e pubblicati (o almeno descritti e pubblicati) non coincidono, perché vi sono numerosi dadi esposti non pubblicati (oppure solo elencati nei corredi, ma senza la descrizione dello schema di distribuzione dei numeri) per i quali è indispensabile la verifica diretta, e vi sono, d’altra parte, dadi descritti diligentemente nella letteratura, per i quali la verifica diretta serve solo da conferma (ma non sempre è possibile, perché di alcuni si sono perse le tracce); i due insiemi sono quindi solo parzialmente sovrapponibili.

Tuttavia, a conclusione di questa breve ricognizione condotta con strumenti artigianali e senza pretesa di sistematicità, risultano più di cinquanta (la stragrande maggioranza del campione) i dadi etruschi che non presentano la regola del sette. Non prendo in esame i dadi dei musei archeologici di Firenze, Orvieto, Roma, nei quali i ricercatori hanno trovato una netta prevalenza di dadi con la “regola del sette”, seguiti da numerosi dadi con lo schema progressivo e da pochissimi dadi con altri schemi (10), perché per i fini del presente articolo è sufficiente la constatazione che i numerosi schemi finora documentati contraddicono l’esistenza di un’unica regola prescrittiva.

Fig.3: i dadi di Casalecchio

3. La “regola del sette”dunque non esiste se non come uno degli schemi possibili. Statisticamente il criterio di distribuzione dei numeri più seguito, stando ai dati raccolti in questa sommaria ricognizione, è quello che vede collocati sulle facce opposte i numeri consecutivi (ne fanno fede numerosi dadi di Spina, i tre di Casalecchio, i quattro – più uno inedito – di Marzabotto, dieci dadi della Certosa di Bologna, tre dadi della necropoli De Luca, almeno otto dadi del sepolcreto Arnoaldi, e un numero imprecisato di quelli che, pur non presentando la regola del sette, non si riescono a leggere interamente); ma poiché questi dati costituiscono il risultato empirico di una indagine campione, alla statistica non va attribuito nessun valore normativo. Resta tuttavia acquisito il fatto inconfutabile che nei dadi etruschi i numeri venivano distribuiti sulle diverse facce con ampia libertà di scelta.

È provato quindi che non è valido l’assioma in base al quale la somma dei numeri sulle facce opposte dei dadi etruschi dà sempre sette; e, se cade l’assioma, cade la principale argomentazione dei sostenitori del valore 4 per śa e del valore 6 per huth, mentre acquistano grande rilevanza gli indizi di Hyttenìa e dell’iscrizione di Tarquinia. Stando così le cose, l’attribuzione ad huth del valore “4” e a śa del valore “6” effettuata da Olzscha, Rix, Zavaroni, Pittau, Morandi ed altri studiosi deve essere accettata non solo in astratto, come ipotesi probabile e logica, ma anche e soprattutto in concreto, perché non è contraddetta dall’evidenza  archeologica. 
A questo punto il ragionamento  filologico deve invertire la propria direzione, e, invece di prendere come punto di partenza i cosiddetti dadi di Tuscania, deve assumere come dati certi i valori acquisiti attraverso la convergenza delle prove archeologiche e dei ragionamenti etimologici, combinatori e linguistici. È possibile concludere allora, come molti studiosi hanno da tempo ipotizzato, che i cosiddetti dadi di Tuscania presentano il seguente schema: 1-4, 2-5, 3-6.

4. Accanto a studiosi che non hanno ancora scoperto che la regola del sette non esiste, ve ne sono altri che, pur conoscendo i dati archeologici, li sottovalutano intenzionalmente, giungendo fino al punto di sostenere che, se sono più frequenti gli schemi con la regola del sette, huth vale 6 perché è più probabile che sia così (11). Il ragionamento è davvero singolare. Per coerenza essi dovrebbero ammettere che, se nuovi reperti spostassero a favore dello schema progressivo le attestazioni della distribuzione dei numeri sui dadi etruschi [come è avvenuto in parte in questi ultimi anni], huth, poiché è opposto a thu, dovrebbe assumere il valore “2”, perché sarebbe più probabile che fosse così. Insomma, la diversa attribuzione dei valori di huth, soggetta di volta in volta a quotazioni di listino, variabili con il variare del numero dei reperti, dipenderebbe dalla casualità dei ritrovamenti. È evidente che la scelta di campo di questi studiosi non solo è filologicamente debole, ma è anche priva di buon senso, al punto che essi finiscono con lo scambiare le proprie aspettative per la realtà, attribuendo un valore assoluto a statistiche costruite necessariamente su dati casuali, parziali e destinati comunque a modificarsi nel tempo. Per dimostrare di avere ragione essi devono comunque ignorare Spina, Casalecchio e Castiglion Fiorentino, che hanno ridotto il vantaggio delle occorrenze della “regola del sette” rispetto allo schema progressivo, ridurre la questione filologica ad una teorica esercitazione scolastica, non vedere Charun huths e spostare la discussione dal piano degli eventi a quello delle aspettative. La filologia è un’altra cosa.

Fig. 4: la tavola 18 de La “rivoluzione” felsinea
di J.Ortalli, in Padusa anno XXVIII n.s., 2002

5. È accaduto in questa vicenda che, mentre gli archeologi inventariavano diligentemente i loro dadi riponendoli nei magazzini, i linguisti, dal canto loro, continuavano a lavorare sui testi, senza sentire il bisogno di confrontarli con gli oggetti. Dalla sostanziale incomunicabilità tra gli studiosi delle due diverse discipline sono scaturite pratiche autoreferenziali: da un lato un ordine classificatorio efficiente ma non produttivo di effetti al di fuori dell’ambito specifico della descrizione dei corredi, e dall’altro una querelle linguistica fondata su ipotesi teoriche che si privavano a priori del confronto con i dati archeologici, ignorandoli in buona fede o intenzionalmente.

Quanto al postulato della “regola del sette” ricavato da un laconico esametro dell’Anthologia Pala-tina (XIV, 8), che recita semplicemente héx, hén, pénte, dύo, trìa, téssara kύbos elaùnei (“sei, uno, cinque, due, tre, quattro il dado dà”), la successione dei numeri potrebbe forse essere determinata da pure ragioni di ordine metrico (12);  in ogni caso, non riguarda i dadi etruschi.

  1. E.Benelli, Le iscrizioni etrusche. Leggerle e capirle, Ancona 2007, pag. 255.
  2. A.Zannoni, Gli scavi della Certosa di Bologna, Bologna 1876, Tavole XIII, L, LI, XXXIV, XXXXIV,LXIII, CVI, CXIV.
  3. G.Rossi, Bologna nella storia dell’arte e nel costume. I. Bologna antica, Bologna 1924 pag. 76.
  4. R.Macellari, Il sepolcreto etrusco nel terreno Arnoaldi di Bologna (550-350 a.C.), Bologna 2002.
  5. A.Savelli, I dadi del Museo Civico e il problema dei numerali etruschi, in  «Strenna Storica Bolognese» n. 26 (1975), pagg. 271-290. Le conclusioni cui giungeva Savelli più di trent’anni fa non sono più valide, alla luce delle nuove attestazioni archeologiche; oggi le nostre conoscenze complessive ci consentono, per quanto riguarda i numerali etruschi, di abbandonare il piano delle probabilità  per quello delle ragionevoli certezze.
  6. G.Gozzadini, Di ulteriori scoperte nell’antica necropoli a Marzabotto nel Bolognese, Bologna 1870, pag. 40.
  7. Devo l’informazione alla cortesia della dottoressa Marinella Marchesi, che ha studiato i corredi delle necropoli di Marzabotto sia nella tesi di specializzazione La necropoli della città etrusca di Marzabotto discussa nell’anno accademico 1995-96, sia nell’articolo Le necropoli: dagli scavi ottocenteschi alla ricostruzione dei corredi, in Culti, forma urbana e artigianato a Marzabotto. Nuove prospettive di ricerca. Atti del Convegno di studi  Bologna, S.Giovanni in Monte 3-4 giugno 2003, Bologna 2005.
  8. D.Locatelli, Il corredo della Tomba 528, in Spina. Storia di una città tra Greci ed Etruschi, Ferrara 1993, pagg.342-343
  9. V. J. Ortalli, La “rivoluzione” felsinea, in Padusa, AnnoXXVIII Nuova Serie – 2002, pag. 87
  10. Vedi in L.Agostiniani, Sui numerali etruschi e la loro rappresentazione grafica, in AION 17 (1995), pagg. 21-65, e in particolare a pag. 28.
  11. L.Agostiniani, cit., pag. 30. Il ragionamento è effettivamente singolare, ed è logicamente scorretto, perché confonde “probabilità” con “evento”, che sono due cose ben distinte, come sanno coloro che giocano al lotto facendo il calcolo delle probabilità e non vincono mai. 
  12. Ringrazio per la consulenza il professor Francesco Piazzi, con il quale mi sono consultato per l’interpretazione dell’esametro in questione.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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