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Articoli - Disavventure dell'archeologia

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I comunisti delle terramare

di Carlo D’Adamo (marzo 2009)

1. Archeologo colto e intelligente, Giovanni Patroni fu però un opportunista, disposto a tutto pur di compiacere il potere e di fare carriera.

Quando scoppiò lo scandalo che coinvolse il chiarissimo prof. De Petra, che aveva rifiutato la Tegola di Capua, credendola un falso, nell’ambiente del Museo Campano fu confezionata una falsa confessione nella quale quattro incolpevoli scavatori analfabeti  dichiaravano di averla sotterrata loro la Tegola in questione (1). La squallida montatura si spinse fino al punto che di tre dei quattro scavatori analfabeti fu perfino contraffatta la croce, dal momento che non erano presenti alla “firma” della confessione predisposta appositamente per loro.

Artefici della poco edificante sceneggiatura, avvenuta senza dubbio con la consapevolezza e l’avallo del De Petra, furono il professor Paolo Orsi e il giovane promettente Giovanni Patroni, che con Orsi aveva collaborato a Siracusa e stava lavorando al Museo Campano. Anzi, secondo la meticolosa ricostruzione della vicenda operata dal Cristofani (2), fu proprio il Patroni a convincere il guardiano del teatro romano di Capua a somministrare la falsa dichiarazione ai poveri scavatori analfabeti, dando prova all’estabilishment di grande affidabilità, dote che di lì a poco gli consentì di vincere la cattedra di archeologia all’università di Pavia.

Così iniziò la sua lunga carriera. 

2. Giovanni Patroni era persona intelligente e dotata di intuizioni che a volte precorrevano i tempi. Nonostante la sua formazione culturale impregnata di romanticismo e positivismo, le sue polemiche contro i sostenitori della identità tra cultura materiale e popolo, tra lingua e popolo, tra nazione e popolo, e le sue cautele nel trasformare meccanicamente la tipologia dei manufatti in indizio sufficiente per la datazione dei reperti, oltre alla sottolineatura dell’esistenza di una koiné mediterranea risalente almeno alla fase del neolitico, anticipano posizioni che l’archeologia conseguì soltanto in seguito. Era quindi intelligente e capace. Per questo le sue grottesche pagine sui comunisti delle terremare devono essere considerate frutto di piaggeria e di opportunismo, per conseguire punti presso le autorità fasciste e incrementare l’adozione del suo testo. 

3.  La sostanziale omogeneità delle sepolture nelle necropoli terramaricole – anche se non mancavano indizi dell’esistenza di condizioni di privilegio – faceva pensare ad un’organizzazione sociale fondata sulla proprietà indivisa delle terre. Gli abitanti dei villaggi arginati, forse, erano impegnati a coltivare terre comuni, ed eseguivano in comune i grandi lavori di scavo dei fossi, di costruzione degli argini, di disboscamento e di manutenzione delle strade. Anche se non si sa quale significato simbolico essi attribuissero alle loro sepolture, che quindi potrebbero in teoria anche non fornire dati utili per la comprensione della loro organizzazione sociale, è tuttavia probabile che alla sostanziale omogeneità delle necropoli corrispondessero posizioni sociali sostanzialmente simili. Insomma, la società delle terremare forse era tendenzialmente egualitaria.  

Questo sospetto di comunismo, in un’epoca nella quale il fascismo aveva imposto una lettura in chiave borghese e corporativa della storia, ammantata di populismo e di zelo nazionalistico, era sufficiente per disconoscere la continuità tra la cultura terramaricola e quella villanoviana, considerata superiore perché “riposa evidentemente sul lavoro e sulla proprietà individuale(3) e testimonia “un culto dell’individualità e della proprietà, di cui non si trova né potrebbe trovarsi  esempio nelle palafitte arginate(4).

Così si esprime in “Storia politica d’Italia. La Preistoria ”, edito nel 1937, il nostro Patroni. Il 1937, detto qui per inciso, è anche l’anno dell’enciclica di Pio XI “Divini redemptoris” più famosa con il titolo “Contro il comunismo ateo”, dalla quale si eleva un grido di dolore non contro i lager, i rastrellamenti, le stragi e l’eliminazione fisica degli oppositori da parte del potere clericofascista, ma contro gli atei, le cui perniciose dottrine, preparate da quelle dei liberali, erano ahimè diffuse (!!!) attraverso i giornali.

In consonanza ideale con le affermazioni dell’enciclica, che sosteneva che una “sana prosperità” doveva essere “ricostruita secondo i veri principi di un sano corporativismo che rispetti la debita gerarchia sociale”, anche il Nostro fa mostra di detestare le pulsioni egualitarie che offendono la società gerarchica, ora per allora, nunc et semper.                       

4. Dando prova di zelo religioso retroattivo e di anticomunismo militante, Giovanni Patroni non esita ad inserire, in un testo complessivamente interessante e ricco di spunti di riflessione ancora attuali, pagine davvero esilaranti, per dimostrare che, a causa della loro propensione per la proprietà indivisa, i terramaricoli erano dei primitivi, degli individui incolti e amorali, insomma degli sporchi comunisti ante litteram:  

La vita dei costruttori di palafitte arginate… era inumana. L’uguaglianza di tutti gli individui, bestiale. I villaggi non erano altra cosa dai formicai, e gli uomini dalle formiche. Più infelici delle formiche, perché più sconsolatamente, più disperatamente eguali. Eguali le capanne in cui si nasceva, collocate a eguale distanza; eguali le pentole in cui finivano le poche ossa che avanzavano dai roghi eguali, eguali le file delle pentole funebri, eguali gli strati sovrapposti delle pentole, in ammucchiamenti che sembrano una escogitazione macabra della paura e della superstizione della collettività, donde la pietà, l’affetto, il sentimento della famiglia erano banditi (5).  

Siffatta uguaglianza era recalcitrante a rispettare le gerarchie e il principio d’autorità, come accadeva nei Soviet dell’URSS: 

Quei palafitticoli … non avevano un capo di villaggio venerato e rispettato (che si manifesterebbe con una capanna più grande, con una tomba speciale); ma gli anziani o i più forti dovevano riunirsi in una specie di Soviet che disponeva tirannicamente delle forze e del lavoro dei singoli. Per le medesime ragioni non dovevano né potevano avere sacerdoti né religione vera, cioè individuale e familiare: il comunismo integrale è incompatibile e con la famiglia e con la religione; tutt’al più, se i tempi lo richiedono, tollera e adotta pratiche o superstizioni ufficiali  (6).

E, dopo aver dato la stura a tutta una serie di proiezioni anacronistiche sulla moralità e la religiosità dei nostri poveri antenati, che alternavano “lavori disumani” ad “orgie più disumane ancora”, il Patroni giunge fino al punto di affermare che quell’alternanza fu tra le cause “di quell’esaurimento del popolo delle palafitte arginate, che ha reso deserte tali stazioni e le aveva fatte credere abbandonate per emigrare(7). Insomma, al declino morale di quei debosciati ugualitari dovevano corrispondere un “esaurimento” del popolo e di conseguenza una crisi demografica ed uno spopolamento dei villaggi. Queste erano le nefaste conseguenze della mancanza della proprietà privata nell’età del bronzo.

Mi piace collegare idealmente le grottesche considerazioni del Patroni ai luoghi comuni con i quali era infarcito il discorso del duce sul Concordato: “….. il cristianesimo trova il suo ambiente favorevole in Roma. Lo trova prima di tutto nella lassitudine delle classi dirigenti e delle famiglie consolari, che ai tempi di Augusto erano diventate stracche, grasse e sterili. E lo trova soprattutto nel brulicante formicaio dell’umanità levantina che affligge il sottosuolo sociale di Roma……” (8).

Ci sarebbe voluta la politica demografica del duce per ripopolare le palafitte e dare tanti figli alla patria, in una sana politica per la famiglia, fattrice di carne da macello per le grandi stragi che si preparavano. Ma quelle Patroni non le vide; o, se le vide, tacque. 

5. Quando poi Pallottino nella seconda edizione della sua Etruscologia (1947)  rilanciò la sua proposta già avanzata nel 1942, invitando gli studiosi ad affrontare il problema della formazione della civiltà etrusca partendo scientificamente dai dati anziché dalle dispute metafisiche, ed effettuando quella rivoluzione metodologica che Dominique Briquel giustamente definisce  copernicana (9), Patroni lo stroncò duramente (10), accusandolo di minimizzare la questione fondamentale dell’“origine” e rifiutando in toto la nuova prospettiva. Ma allora Pallottino non aveva ancora quarant’anni, mentre Patroni invece era un’autorità, anche grazie alla sua affidabilità.

  Dopo la parentesi della Liberazione, mutato velocemente il clima culturale del dopoguerra e ricostituitisi gli apparati fascisti in quasi tutti i settori dello stato, Patroni pubblicò (era il 1951) la seconda edizione del testo del 1937, nella quale non apportò nessuna modifica al testo originario, e le esilaranti pagine sui comunisti delle terremare rimasero: segno evidente che il Nostro le riteneva ancora valide ed attuali.

Oggi, nonostante ci sia qualche scuola a lui intestata e anche un museo, e nonostante il vasto contributo da lui dato alla diffusione di sciocchezze anche nell’Italia repubblicana e libera, di lui non si parla più.

È giusto invece parlarne, per sottoporre a disamina le caratteristiche della sua personalità, del suo opportunistico schierarsi per il potere, del suo disprezzo per i braccianti analfabeti e per il giovane Pallottino, della sua mentalità padronale e autoritaria, nonostante le spoglie dimesse che vestiva e l’atteggiamento pietoso che i testimoni descrivono.

Era uno, insomma, che elargiva la gentilezza come una forma di carità, che si teneva ben stretto ai privilegi della sua casta, e non temeva né il ridicolo né il falso, se potevano servire alla sua causa.   

NOTE  

  1. Vedi qui l’articolo “Il professor De Petra e lo strano caso dei falsari analfabeti”.
  2. Mauro Cristofani, Tabula Capuana. Un calendario festivo di età arcaica, Firenze 1995.
  3. G.Patroni, La preistoria, vol. 2, Roma 1951, pag. 878.
  4. Ibidem, pag. 875.
  5. Ibidem, pag. 876.
  6. Ibidem, pag. 877.
  7. Idem.
  8. B.Mussolini, in Atti del parlamento italiano, Camera dei deputati – Discussioni Anno 1929, Vol. I.
  9. D.Briquel, Pallottino e le origini etrusche, in L.M.Michetti (a cura di), Massimo Pallottino a dieci anni dalla scomparsa, Atti dell’Incontro di Studio Roma 10-11 novembre 2005, Roma 2007, pag. 30 e pag. 36.
  10. Patroni, L’origine degli Etruschi, in Antiquitas 2, 1947, pagg. 75-96.

 

 

 

 

 

     
   
   
 

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