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ARGO FORNI. IL PROFUMO DEI LIMONI

 

Libro-catalogo edito in occasione della mostra antologica (10 febbraio-3 marzo 2018) di Argo Forni, artista persicetano nato nel 1921 e ancora operativo.

La mostra, allestita da Hana Silberstein presso la Biblioteca Comunale Giulio Cesare Croce di Persiceto, in piazza Garibaldi 7, offre l’occasione per raccontare vicende poco conosciute della vita dell’artista, inserite nel contesto terribile di questi ultimi cent’anni: la durissima vertenza agraria, le lotte bracciantili, la grande miseria, l’avvento del fascismo, la guerra, l’8 settembre, la deportazione, il dopoguerra, lo scelbismo…

 

La prima esperienza del mondo di Forni è stata quella del carcere, dove fu rinchiuso nel 1922, quando aveva pochi mesi, insieme alla madre, una bracciante che aveva partecipato ad uno sciopero “a rovescio”. Poi ci sono gli anni duri della formazione autoritaria, gli esercizi ginnici del sabato fascista e le letture degli autori proibiti. Ma l’esperienza più terribile, fonte di incubi mai finiti, è quella dei lager tedeschi, dove il giovane Forni viene internato dal settembre del 1943 al maggio del 1945, come altri 600.000 militari italiani schiavizzati negli STALAG e destinati al lavoro coatto, in condizioni disumane. Cinquantamila moriranno di fame e di malattie.

 

Argo Forni sopravvive e rientra in Italia, dove il referendum istituzionale caccia via i Savoia e instaura una repubblica democratica. Ma anche nella repubblica democratica riprende la durissima vertenza agraria, la stessa di 25 anni prima, con gli scioperi a rovescio e le lotte sindacali ad oltranza, ed anche ora, come prima dell’avvento del fascismo, lo Stato interviene in aiuto dei latifondisti, con la famigerata Celere che interrompe le manifestazioni, provoca gli scioperanti e spara sulla folla. Alla violenza delle istituzioni qualcuno crede di poter rispondere con altrettanta violenza. Nel 1948 alcuni comunisti, per dargli “una lezione”, sprangarono

ferocemente Giuseppe Fanin, giovane sindacalista cattolico, lasciandolo agonizzante sulla strada. Pochi mesi dopo il fattore della tenuta Lenzi, Cenacchi, sparò contro i manifestanti che tentavano di convincere i crumiri ad aderire allo sciopero, uccidendo Loredano Bizzarri, un giovane operaio comunista.

La comunità cattolica rispose all’omicidio con la costruzione di una Casa del lavoratore cristiano intitolata a Giuseppe Fanin, della quale facevano parte anche un cinema-teatro e un grande bar; la comunità socialista e comunista rispose con la costruzione di una Casa del Popolo, intitolata a Loredano Bizzarri, con bar, pizzeria, biliardi, ristorante e sala da ballo.

I due edifici, prova evidente della profonda spaccatura del paese, erano centro di attività politiche e culturali, ludiche e sportive. O eri per i democristiani e andavi a bere il caffè al Kyrie Eleison, o eri per i comunisti e andavi a prendere il caffè al Kremlino.

La spaccatura in due del paese rifletteva la spaccatura in due dell’Italia, e questa rifletteva la spaccatura in due del mondo intero: o stavi di qua, con l’America, o stavi di là, con la Russia. C’era la guerra fredda, e un muro altissimo si elevava fra chi beveva il caffè al Fanin e chi lo beveva alla casa del Popolo. Nello stesso paese due mondi inconciliabili, vicinissimi e lontanissimi l’uno dall’altro, si fronteggiavano.

La guerra non era finita.

Di queste vicende che hanno segnato la sua vita e quella dei suoi familiari non c’è traccia nelle opere di Argo Forni. Di fronte alla enormità della tragedia scatta una rimozione grandissima, freudianamente ed umanamente spiegabile, e l’artista opta per un’arte schiva, per una dimensione fantastica, per un mondo consolatorio: ecco i miti del carnevale, delle maschere di una volta, dell’infanzia povera ma felice e inconsapevole, del lago di Garda, e le grandi opere non figurative, che trasportano il gioco dell’esistenza sul piano astratto delle crete screpolate. Anche quando il tema è la fine del mondo, Forni narra la tragedia con leggerezza calligrafica e con una discreta dose di ironia. Pianto e riso sono contemporanei e simultanei, intercambiabili e sovrapponibili.

 

Forni entra ed esce dal figurativo con la stessa naturalezza con cui un altro passa dal salotto alla sala da pranzo. Astratto e informale, primitivismo e figurativo sono momenti ciclici, sempre ritornanti, legati a stati d’animo e a sperimentazioni continue di materiali, sorrette sempre da una attitudine visionaria e simbolica. Nemmeno nel figurativo, infatti, la pittura di Forni può essere considerata naturalistica, come vediamo nei Pierrot deformati da una ispirazione espressionistica, o nelle vedute del lago di Garda, irreali per l’ironia della rappresentazione, che fa emergere in superficie gli appunti di lavoro.

 

La maturazione artistica di Argo Forni è legata al suo incontro, cinquant’anni fa, con Ottavio Giacomazzi, artista vivace dell’ambiente veronese formatosi a Brema e a Colonia; dalla sua frequentazione Argo iniziò ad ispirarsi all’espressionismo tedesco e accentuò il suo sperimentalismo. Hanno questa matrice, a mio parere, i colori fatti con le terre e l’uso del collage, che sono in sintonia con l’attitudine visionaria, cifra stilistica e dato caratteriale, del nostro autore.


In questo libro-catalogo che ha lo stesso titolo della mostra (“ARGO FORNI. Il profumo dei limoni”), sono utilizzate alcune poesie di Eugenio Montale (“I limoni”, “Arsenio” e “Il sogno del prigioniero”) come didascalie per spiegare alcuni quadri informali e astratti di Forni. L’operazione rivela insospettate analogie fra la metafisica montaliana e la poetica del nostro pittore. Nelle sue lunghissime camminate solitarie sul Monte Baldo, sul lungolago o nelle stradine panoramiche che dall’alto dominano Malcesine, immerse nel profumo dei limoni, in mezzo agli ulivi e agli oleandri, Argo predilige, come Montale, “le viuzze che seguono i ciglioni / discendono tra i ciuffi delle canne / e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni”.


Come Montale, solo nelle sue passeggiate solitarie trova, a contatto con la natura, quella serenità che sta cercando: “Qui delle divertite passioni / per miracolo tace la guerra / qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza / ed è l’odore dei limoni”.

 

 

 

 

     
   
   
 

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